Ferri, dalle stalle ai laboratori per curare i grandi animali

Una delle colonne portanti dell’istituto zooprofilattico racconta gli inizi della carriera fra tori e mucche Poi lo studio delle malattie esotiche e la formazione nell’Est Europa, in Africa e in America Latina
TERAMO. È uno dei pilastri dell’istituto zooprofilattico di Teramo, gestisce laboratori, fa analisi, esperimenti e pubblicazioni. Ma Nicola Ferri specifica: non è uno scienziato né un ricercatore, è un uomo che ha dedicato la vita a ciò che ama, la medicina veterinaria. Sorriso sereno e un piccolo lampo di orgoglio nello sguardo, sempre acceso di passione quando parla della sua multiforme carriera.
Un lavoro dedicato a tutti gli animali, ma con un interesse soprattutto: la riproduzione dei bovini.
«Sono arrivato all’istituto zooprofilattico nel 1974, al mio primo anno di università. La facoltà di veterinaria era qui dentro. Era pieno di stalle, c’erano tori ovunque. Professionalmente sono nato come ginecologo di animali di grossa taglia. Per quanto può sembrare strano, come per i medici ci sono passioni e specializzazioni, così è per la medicina veterinaria. A me interessava la riproduzione nei bovini da latte. Quando mi sono laureato era un’attività emergente, che andava forte, e comportava una conoscenza allora non molto diffusa fra i veterinari. La vacca da latte era ed è un animale molto stimolante, ha un’alimentazione particolare, patologie particolari. Iniziai ad occuparmene ancor prima di laurearmi, nel 1979. Mi affidarono un’azienda di quasi 500 vacche. Ero io, 23 anni, 12 operai, e il proprietario Mario Cancrini. Una grossa responsabilità, l’ho portata avanti per anni ed è stata un’esperienza meravigliosa».
Occuparsi di bovini è diverso dal lavoro del classico veterinario di animali domestici?
«È un lavoro stancante, che non ti fa dormire molto. Non si sa per quale motivo, ma gli animai hanno problemi quasi sempre di notte. C’è uno studio, la maggior parte delle chiamate per noi avviene dalle 4 alle 6 di mattina. O forse, più probabilmente, il motivo è nel proprietario (ride, ndr). Gli allevatori hanno l’abitudine di scendere in stalla dalle 4 alle 6 di mattina. Controllano gli animali, vedono il problema e chiamano il veterinario. “Ma che stai dormendo?”. “Nooo, sono solo le 4 di mattina”, rispondi. Dopo dieci anni di quella vita il tuo sonno è finito. Anche ora che non ho più quei ritmi mi sveglio all’alba».
Qualche aneddoto?
«Chiunque lavora con gli animali si fa male e si ammala. Il nostro ex direttore, Enzo Caporale, diceva che alcune malattie infettive sono tipiche dei veterinari stupidi. Io la brucellosi me la sono beccata due volte, quindi forse sono stupido anche io (ride, ndr). Ma la realtà è che non si può controllare tutto, stare sempre in condizioni di piena sicurezza. Per un veterinario beccarsi una malattia zoonotica è possibile, e succede. Lavorando con bovini, cavalli e altri grossi animali c’è anche una pressione fisica intensa, sono marcato dagli incidenti, per esempio su una mano. Una volta stavo visitando un toro, che per procedura si conduce tenendolo dall’anello nasale con la mano sinistra. Un operaio ha urtato per sbaglio un cancello, facendo un gran rumore. Il toro si è spaventato, ha saltato, io sono rimasto incastrato e i tendini del dito si sono staccati. Un’altra volta, durante un prelievo del seme a uno stallone da monta, chi mi aiutava si è distratto a parlare con la moglie al telefono, gli è sfuggito l’animale che, muovendosi appena, mi ha fatto fare un volo di cinque metri. Per fortuna quella volta sono rimasto illeso. Sono animali enormi, per loro basta un niente a farci volare. Poi quando si va in certi posti la prima cosa appena si scende dalla macchina è il cane. Ci sono pastori abruzzesi enormi, ma affettuosissimi, cani di piccola taglia che aspettano solo che ti giri per azzannarti da qualche parte, altri che amano assaggiare parte della tua auto, staccandone qualche pezzo».
Oggi invece il suo lavoro è diverso, dal tanto grande al tanto piccolo. C’è per esempio un progetto interessante per il nostro territorio, per tenere sotto controllo la purezza delle acque del Gran Sasso.
«Con quello abbiamo cominciato nel 2008, nella sede di Giulianova che ora non abbiamo più. Una ricercatrice aveva fatto una tesi sui sistemi di allerta precoce basati su organismi biologici. In pratica, gli animali manifestano reazioni a qualsiasi contatto con sostanze indesiderate, cambiano il loro comportamento. In caso di anomalie si preleva un campione in quel preciso momento, che viene analizzato in laboratorio. Col tempo abbiamo modificato le attrezzature, dalle telecamere siamo passati ai laser che captano movimenti per noi impercettibili. Questo ha permesso di passare ad organismi sempre più piccoli, invisibili ad occhio nudo. Più si riduce la dimensione dell’animale, maggiore è la risposta. Questo tipo di analisi è altamente sensibile ma poco selettivo: sul Gran Sasso per esempio ci tocca fare continui aggiornamenti e test ogni volta che nei laboratori che ci sono lì usano una nuova sostanza per gli esperimenti».
Lavorare in un istituto zooprofilattico in provincia è un limite o un’opportunità?
«Non è assolutamente un limite, la provincia ha tanti aspetti favorevoli. Il contatto col territorio è molto profondo, e con l’evoluzione tecnologica della comunicazione non hai alcuna difficoltà logistica. È chiaro che rispetto ad altri Paesi, che hanno un’organizzazione diversa – l’Italia ha 10 istituti come questo, uno ogni due regioni, altri Paesi ne hanno uno unico ma enorme – soffri la tua dimensione. Sopperiamo con gli uomini. Siamo partiti anni fa con collaborazioni con l’Europa dell’Est, dove era necessario un intervento per ciò che riguarda medicina, malattie, agricoltura. In Romania, Bosnia, Montenegro, Slovenia, Serbia. Poi questi Paesi fanno progressi e non hanno più bisogno di noi. Le collaborazioni diventano più importanti ma più rade. Ma il bisogno si sposta: America Latina, Nord Africa, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania. Poi Corno d’Africa, Etiopia. Sono 12 anni che lavoriamo in Eritrea. In condizioni dure, c’è da dirlo, con limiti di sicurezza molto difficili a cui rispondere.
E un istituto relativamente piccolo, in una provincia altrettanto piccola, si trova così ad essere un punto di riferimento internazionale.
«È così. Per le malattie esotiche siamo uno dei centri di riferimento europeo, non possiamo evitare di studiarle. È proibito ovviamente “importarle”, quindi la cosa più intelligente è esportare collaboratori dove sono le malattie. Sono mercati interessanti. Inoltre abbiamo fatto formazione per molti Paesi, formando anche gratis dottori di ricerca, che non avevano possibilità economiche. Poi, quando hanno avuto la possibilità, è a noi che si sono rivolti con i loro investimenti. Li chiamo “cavalli di Troia”. Chi fa un dottorato da noi, quando torna nel suo Paese è al top. Quindi fa carriera. E pensa a noi per collaborazioni e progetti. Tutto investendo sul nostro capitale umano».
Una carriera lunga e variegata. Che cosa pensa che l’abbia aiutata?
«Sono rimasto sempre uno che si è occupato di cose che ha amato. Ho iniziato lavorando nelle stalle, poi il primo laboratorio in cui avevo ogni genere di attrezzatura, anche se il mio cuore è rimasto in ciò che amo, i grandi animali. Amo il contatto con loro. Sono portato anche per il contatto umano e ho apprezzato tanto il fatto di poter girare tanto per il mondo, vedere ambienti naturali diversi. Sembra strano, ma non sono in molti coloro che amano spostarsi, e viaggiare non è un desiderio né un’attitudine molto comune».
Sui social lascia intuire un amore per la montagna e la natura. Quanto queste passioni influiscono sul lavoro?
«È il contrario. È il lavoro che mi condiziona nelle passioni. Ho fatto moltissimi sport in ambiente. Ho fatto subacquea, sia in mare che in grotta. Poi l’arrampicata, la speleologia, il torrentismo. Il mondo delle grotte è stupendo, sono stato anche parte del Soccorso alpino e speleologico. Poi, con la nascita di mio figlio, nel 2002 ho dovuto lasciare. Durante un’operazione rimasi due giorni in una grotta sul Matese, in Molise. Uscito di lì, trovai un messaggio che mi avvertiva che mio figlio, nato l’anno prima, aveva un problema di salute: ho fatto la strada di ritorno a 300 all’ora e durante il viaggio ho capito che un’epoca era finita. Mi è dispiaciuto lasciare la speleologia, gli interventi sono belli, ti fanno sentire utile, la squadra era fantastica. Ma dovevo rinunciare. Oggi che sono più vecchio faccio solo escursioni, molte sul Gran Sasso. La montagna fa un effetto strano: dopo una, due, tre ore di cammino ti fermi e ti metti a pensare. E risolvi problemi che sembravano enormi come fossero noccioline. Lo consiglio a chiunque».
Fabio Chiodi
Claudia Morelli
Alfonso Topitti
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