Frate Simone, da ultrà giallorosso a priore del santuario di Giulianova

25 Agosto 2019

Il sacerdote: «Se penso a quando tiravamo pietre ai treni delle squadre avversarie ho i brividi Contro il tifo violento serve il rispetto dei valori. Il saio? Per me è stato il gol della salvezza»

GIULIANOVA. La felicità è un sistema meno complesso di come ce lo raccontiamo e in quell’arcipelago intimo chiamato serenità le scelte di vita asciugano ogni retorica. «Se penso a quelle volte che con gli altri mi sono nascosto a lanciare pietre ai treni dei tifosi avversari ancora oggi mi vengono i brividi, ma basta un attimo e la vita cambia» ti dice frate Simone Calvarese. Lo sa bene lui che da ultrà del Giulianova calcio dieci anni fa è stato ordinato sacerdote e oggi, a 44 anni, è guardiano dei padri cappuccini del santuario della Madonna dello Splendore, luogo caro non solo ai giuliesi ma ai tanti fedeli che arrivano da ogni angolo della regione. Prima di essere mille altre cose la sua è una storia da raccontare all’insegna del coraggio: quello di scegliere. «Non rinnego il passato perché quello che sono oggi lo devo anche a quello che sono stato, ma c’è stato un momento della mia vita in cui ho rimesso tutto in discussione perché quello che avevo non era quello che volevo» racconta mentre non resiste alla tentazione di tirare quattro calci al pallone comparso nelle mani del fotografo nel cortile del convento dove padre Simone dal 2015 è priore.
L’adolescenza sognando di fare il calciatore nelle giovanili del Giulianova calcio, poi il mondo del tifo calcistico, anche violento con gli scontri e le sassaiole, infine il convento. Qual è il filo che lega tutto?
«Il mio passato resta, nessuno lo rinnega perché la vita è un attraversare tante fasi. Oggi il mio contatto con quella realtà rimane perché continuo ad avere tanti amici tifosi, ma sicuramente lo seguo in maniera molto sporadica. Certo se penso alle volte in cui ho lanciato pietre contro i tifosi avversari solo l’idea che questo gesto avrebbe potuto uccidere delle persone mi far star male. Ma in quei momenti a questo non pensavo. Poi c’è qualcosa è cambiato perché nulla di quello che facevo riusciva a riempirmi la vita. Avevo un lavoro, gli amici, il calcio, una relazione sentimentale, ma il vuoto era tanto. Nel 1997 venni coinvolto negli scontri scoppiati dopo la partita con l’Avezzano e qualcosa cominciò a cambiare dentro. La preghiera mi ha aiutato tanto perché quando pregavo trovavo pace. Ho cominciato a dedicare il mio tempo alla sofferenza degli altri, a distaccarmi da tutto il resto. Ma non parlo di isolamento, parlo di solitudine e mi sono accorto che in questa solitudine la mia vita si riempiva di tanto. Mi sono ritrovato a leggere il Vangelo e a non andare alla partita. Ho cercato di capire quello che mi stava capitando e di scegliere la via del cuore. E così ho fatto. È stata la scelta migliore che potessi fare. E penso che gli altri, gli amici di allora che sono rimasti quelli di oggi, lo avessero capito da tempo perché quando hanno saputo mi hanno detto: “Noi avevamo capito che in te c’era qualcosa di diverso, di mistico”».
Il tifo violento resta l’altra faccia del calcio in un’emergenza che, nonostante vittime e nuove normative, tale resta. Si può cambiare?
«Lo sport è un valore inestimabile e tale resta qualsiasi esso sia. Nel calcio il tifo violento rimane una emergenza, anche se credo che laddove ci siano valori come famiglia e rispetto degli altri non ci siano tifosi violenti. Credo che sia fondamentale soprattutto per i giovani avere sempre dei valori di riferimento e la famiglia intesa come persone che ti seguano resta di fondamentale importanza in questo percorso. Un percorso che deve essere comune, che deve coinvolgere tutto il mondo calcistico, a cominciare dai vertici. I ragazzi spesso cercano nel tifo quello che non hanno nella vita di tutti i giorni, ma c’è un momento in cui capisci che la ragazzata è andata oltre. Questo è il momento in cui intervenire per evitare che si vada oltre, che la violenza prenda il sopravvento su quelli che sono i valori dello sport e del calcio dal rispetto alla lealtà».
C’è un nome a cui è molto legato, quello di padre Fernando Tribuiani storica figura del santuario e storico sostenitore della squadra giallorossa.
«Sicuramente la sua vicinanza mi ha avvicinato alla fede anche attraverso la partecipazione con altri amici all'interno del gruppo Gi.Fra., la Gioventù Francescana. A lui devo moltissimo e anche oggi che non c’è più lo considero la mia guida spirituale. Mi ha permesso di vedere una chiesa diversa e soprattutto di vedere quello che io volevo essere e le assicuro che oggi quando tocco con mano il dolore degli altri nel tentativo di alleviarlo ho la certezza di aver fatto la scelta migliore. Ogni giorno, in ogni momento, mi accorgo che oggi sono quello che volevo essere».
Il calcio e il tifo appartengono al passato, ma una domanda si può fare. Da ex ultrà del Giulianova calcio come vede il giuliese Andrea Iaconi direttore generale del Teramo? Lo assolverebbe?
«La sua scelta mi fa pensare che sia una persona molto seria e preparata che ha avuto la ragionevolezza di andare oltre i colori della maglia. Gli auguro il meglio in questo percorso intrapreso».
E sempre per raccontarla con le parole del calcio, la scelta di diventare sacerdote è stata il suo gol vincente?
«Il saio che indosso per me è stato il gol della vittoria, quello segnato a fine partita e all’incrocio dei pali. Quando non lo indosso è come se avessi fatto autorete. Oggi sento di essere il vero Simone. Fra’ Simone».
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