I tre super esperti: «Mai ultimati i lavori fatti dopo il 2002»

30 Marzo 2023

Sotto accusa l’insufficiente sicurezza delle condutture: «Non funzionali le opere curate dal commissario Balducci» 

TERAMO. Il filo conduttore è sempre lo stesso: una presunta continua commistione tra acque di falda e acque idropotabili. Anche l’audizione del terzo consulente della Procura fissa per immagini quella che per i pm resta l’accusa di fondo della maxi inchiesta sull’acqua del Gran Sasso: un sistema acquifero messo continuamente a rischio dalla convivenza forzata con strutture quali laboratori di fisica nucleare, gallerie autostradali dell’A24 e sistema di condutture delle acque. Anche dopo i lavori (pochi) fatti in seguito all’incidente del Borexino del 2002.
Nella nuova udienza del processo sull’acqua del Gran Sasso – con dieci imputati tra ex vertici di Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti – Vincenzo Belgiorno (ordinario di ingegneria sanitaria-ambientale dell’università di Salerno) così sintetizza la complessa relazione: «La raccolta e il convogliamento delle acque ad uso idropotabile tratte dalle gallerie autostradali del Gran Sasso e dagli omonimi laboratori dell’istituto di fisica nucleare non appaiono presentare tutte le necessarie garanzie e i requisiti di sicurezza affinché le acque stesse possano essere destinate, senza specifici controlli differenziati e di più rilevante estensione e frequenza rispetto a quelli ordinari, all’uso potabile».
Con Belgiorno in aula anche Domenico Pianese, docente di costruzioni idrauliche e idrologia dell’università Federico II di Napoli, e Sabino Aquino, geologo, esperto di rilievi idrogeologici e ambientali, gli altri due super esperti della Procura già sentiti nell’udienza di febbraio. La loro consulenza viene nuovamente ripercorsa davanti al giudice Claudia Di Valerio, con le domande del pm (in aula il sostituto procuratore Greta Aloisi), gli avvocati di parte civile e degli imputati. Ancora una volta si evidenziano criticità, interferenze tra laboratori, gallerie autostradali e sistema di condutture delle acque tali da creare un costante pericolo di inquinamento.
Con una certezza di fondo che anima anche il resoconto di Belgiorno: «In base all’analisi documentale, alle valutazioni e alle osservazioni effettuate, le opere realizzate dal commissario risultano significativamente difformi da quanto progettato e non funzionali allo scopo per cui sono state originariamente previste». Ovvero l’assenza di gran parte di quelle opere che, dopo l’incidente del Borexino, l’allora struttura commissariale presieduta da Angelo Balducci (estraneo all’inchiesta della Procura teramana e non coinvolto nel processo in nessuna veste) aveva progettato di fare. A cominciare dagli interventi volti alla perfetta impermeabilizzazione del pavimento fino a quelli previsti sulle aste drenanti che corrono lungo le gallerie autostradali. Perché questo era stato proprio uno dei quesiti posti dalla Procura (fascicolo dei pm Alosi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni) ai super esperti: e cioè «se all’esito dei lavori eseguiti dal commissario Balducci i livelli di sicurezza delle infrastrutture e delle attività svolte all’interno del massiccio del Gran Sasso (centro di ricerca scientifica ed annesse gallerie di servizio, sistema autostradale, opere di captazione, raccolta e distribuzione do acque potabili) siano o meno conformi alla tutela della qualità delle acque e, comunque, tali da escludere l’esistenza di pericoli per l’ambiente e la salute umana».
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