Corropoli

Martino ammazzato e gettato nel lago, processo alla coppia: «Era al bar dopo l’omicidio»

8 Ottobre 2026

Il corpo del dj Martino Caldarelli ritrovato nel laghetto di Corropoli. In aula la ricostruzione dei carabinieri tra i messaggi cancellati dalle chat e le immagini delle telecamere. Gli avvocati degli imputati: «Forti perplessità sugli accertamenti fatti, non ci sono le impronte digitali». (Nella foto, Andrea Cardelli e Alessia Di Pancrazio)

TERAMO. La dinamica dell’omicidio si riavvolge in un’aula di tribunale dove con l’audizione dei primi testi prende forma e sostanza il processo in Corte d’assise per il delitto di Martino Caldarelli, il 48enne dj di Isola che nell’aprile del 2025 è stato ucciso e buttato in un laghetto di Corropoli. Gli imputati sono Andrea Cardelli, 41enne di Corropoli, e Alessia Di Pancrazio, 26enne di Giulianova, i conviventi in carcere con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione e di occultamento di cadavere.

Va ricordato che nel corso dell’interrogatorio di garanzia Cardelli si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre la donna ha confermato la confessione fatta nell’immediatezza del fermo (con la stessa che all’epoca fece ritrovare il corpo) sostenendo che ad uccidere sia stato Cardelli. Anche ieri gli imputati (assistiti rispettivamente dagli avvocati Marco Cerioni e Nazario Giuliani) hanno rinunciato a comparire in aula dove erano presenti i familiari della vittima che si sono costituiti parti civili rappresentati dagli avvocati Maria Valentina Mucci e Maurizio Cacaci. La Pubblica accusa è rappresentata dalla pm Elisabetta Labanti (in aula anche il procuratore Ettore Picardi). Primo teste a sfilare davanti alla corte d’Assise presieduta dal giudice Francesco Ferretti (a latere il giudice Marco D’Antoni e i popolari) è stato il carabiniere del reparto operativo che insieme ai suoi colleghi ha seguito le indagini scattate subito dopo la denuncia di scomparsa fatta dai familiari del 48enne di Isola uscito di casa dicendo che sarebbe andato in palestra e mai più rientrato. Nel corso della deposizione del militare in aula sono state mostrate le chat tra la vittima e la donna con il contenuto cancellato dalla stessa dopo l’omicidio (i due si erano conosciuti in passato e poco prima del delitto avevano ripreso a contattarsi su alcuni canali social) e le immagini di Cardelli e Di Pancrazio ripresi dalle telecamere dei sistemi di videosorveglianza mentre si trovano in un bar e in supermercato dopo il delitto. Nell’udienza di ieri anche le lettere scambiate tra i due in carcere.

Così l’avvocato Giuliani: «Sul coltello non sono state trovate le impronte dei due e sul movente non c’è certezza. Molti aspetti restano ancora da chiarire e lo faremo nel corso del processo». Per l’avvocato Cerioni «Allo stato rimangono forti perplessità sulla concludenza degli accertamenti svolti, posto che risulta assente ogni riferimento stringente sia sulla dinamica che sulla localizzazione dell’atto omicidiario. Pare altresì prematuro reputare una ideazione preventiva dei fatti da parte degli imputati».

Nell’udienza di apertura del dibattimento gli avvocati difensori hanno nuovamente presentato la richiesta di rito abbreviato: richiesta su cui la Corte si è riservata. Va detto che l’aggravante da ergastolo della premeditazione, contestata dalla Procura, ha chiuso a ogni ipotesi di rito abbreviato dopo che la legge del 2019 (confermata dalla Corte Costituzionale) ha stabilito che questo rito alternativo non può essere previsto per i reati puniti con l’ergastolo. Si torna in aula a fine ottobre con altri testi della Pubblica accusa.

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