Non fu visitata, morì per il Covid: inchiesta archiviata per 6 medici

22 Aprile 2024

Respinta la seconda richiesta di opposizione dopo la consulenza sull’applicazione dei protocolli Il giudice: «Furono seguiti comportamenti in linea con le direttive prescritte, nessuna omissione»

TERAMO. L’emergenza Covid è alle spalle. Ma quei tempi resteranno ancora per molto nei fascicoli giudiziari che continuano a declinare i drammatici giorni della pandemia.
Dopo una prima richiesta di archiviazione respinta e una seconda opposizione, il giudice Roberto Veneziano ha archiviato l’inchiesta sulla morte della 79enne teramana Vincenza Gullì deceduta per il Covid senza che, è questa l’accusa sempre sostenuta dai familiari e respinta con forza dagli indagati, fosse mai stata visitata a casa da un medico. Nell’inchiesta c’erano sei indagati tra medici e operatori dell’Usca, unità speciali di continuità assistenziali. Dopo un primo no all’archiviazione in accoglimento dell’opposizione presentata dai familiari (rappresentati dall’avvocato Gennaro Lettieri), il giudice aveva rinviato gli atti alla Procura disponendo nuove indagini e in particolare una consulenza per verificare se, da parte degli indagati, fossero state rispettate le linee guida definite e pubblicate dopo la diffusione del Covid. Così, a questo proposito, si legge in un passaggio dell’ordinanza di archiviazione: «Evidenziava il consulente che ciascuno degli operatori intervenuti in quei contesti aveva concretizzato comportamenti in linea con le direttive prescritte per le sintomatologie che i pazienti avevano manifestato, così come sottolineava che esente da censure avrebbe dovuto essere considerato il percorso diagnostico e terapeutico assicurato dai sanitari». Il giudice, dopo un’attenta disamina, conclude: «Ne consegue il convincimento dello scrivente in ordine alla insussistenza di ipotesi di reato nel comportamento tenuto dagli odierni indagati, profili che, essendo stati acclarati all’esito di una disamina approfondita e capillare, consentono di concludere per la inopportunità di far eseguire ulteriori approfondimenti di indagine sulla traccia suggerita dall’opponente, risultando tale prosieguo investigativo chiaramente inutile alla stregua delle conclusioni cui giungeva il consulente tecnico del pm e favoriscono la condivisione delle argomentazioni addotte a sostegno della richiesta di archiviazione».
Il caso nel 2020 arrivò alla ribalta della cronaca nazionale dopo la denuncia pubblica di uno dei figli della donna, l’avvocato e docente universitario Domenico Giordano, che in con un post su Facebook denunciò «un incubo fra menefreghismo, negligenze, rimbalzi di competenze e di responsabilità. Per venti giorni mai nessun medico (di base o della famigerata unità speciale) è venuto a dirci di cosa si trattasse».
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