«Qui i primi passi da artista, poi si deve andar via»

26 Aprile 2018

Elisa Di Eusanio, attrice di cinema e teatro,  da anni vive a Roma ma torna spesso 

TERAMO. Si avvicina alla porta di ingresso con il suo sorriso genuino e un’empatia palpabile. Un abbraccio per presentarsi, un giro di chiavi e due rampe di scale per entrare a casa sua: il palcoscenico del teatro Comunale di Teramo. L’attrice Elisa Di Eusanio siede su uno dei tanti posti in platea questa volta, pronta a raccontarsi.
Lei vive a Roma ma resta molto legata a Teramo, sua città natale.
«Tantissimo. Anche se, finché si è piccoli, non si vede l'ora di andarsene: non si hanno gli occhi per guardare le bellezze che questa città possiede. Ma poi, quando cresci, sei pronta ad accoglierle. Io ho avuto una serie di ferite qui a Teramo e una di queste è la perdita precoce di mia madre. Ma ora sono guarite, tornare fa sempre piacere».
Com'è nata la sua passione per la recitazione?
«Nasce dall'utero materno. In questo teatro ci sono cresciuta con mia madre: qui aveva una scuola di teatro-danza ed io all’età di tre, quattro anni le “sgambettavo” dietro sul palcoscenico. La mia prima recita è stata quando avevo 10 anni. Poi, seguendo le lezioni del regista Silvio Araclio a Spazio Tre ho avuto la conferma. Io sono nata attrice, non l'ho scelto».
Spazio Tre le ha dato la formazione per entrare all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico?
«Silvio Araclio ha cominciato fin da subito ad individuare i miei punti di forza ma come anche i difetti, ovvero un eccesso di energia e un’esuberanza poco contenuta. Lui ha lavorato per contenerli ed si è rivelato un atto vincente. E’ stato un maestro competente e reputo che lui faccia davvero del grande teatro a Teramo. Gli voglio molto bene».
Teramo può essere considerata un limite o un trampolino di lancio per la carriera di un'artista?
«Credo che si debba parlare di limiti nel senso lavorativo del termine, non in quello artistico. Penso infatti che i piccoli centri possano essere dei luoghi di grande sinergia. Di artisti teramani ce ne sono, ma magari nessuno lo sa, si disperdono nel mondo. In fondo se vuoi fare dell’arte un lavoro conviene andare fuori, osservare come lavora la Germania o l’Olanda, vedere tanti spettacoli e fare stage. Aiuta a crescere».
Lei è un’attrice principalmente teatrale: reputa che una formazione in questo settore aiuti ad emergere nel cinema?
«Assolutamente sì, sono una feroce paladina della formazione teatrale. Ti dà una cultura importante per affrontare i personaggi più disparati e ti permette di usare la voce in un taglio differente, per dare loro più colore. Prediligo attori formati perché questo è un mestiere serio, che richiede studio e impegno».
In teatro con Glauco Mauri e sul set con Carlo Verdone. Come definisce queste due esperienze?
«Il lavoro che sto facendo con Mauri è più attento al testo di Samuel Beckett. Un materiale fatto di teatralità nel quale tempi, pause, toni e sottotoni di ascolto sono fondamentali. Con Verdone stiamo parlando di commedia, dove fanno da padrone non dico l’improvvisazione ma l'energia e la vitalità. Il nodo è nel testo e nel materiale che tratti».
Come studia un personaggio per rappresentarlo al meglio?
«Rimango colpita dalle persone che mi affascinano per strada. Poi spazio dalla pittura alle grandi attrici del passato come Bette Davis, che è la mia icona del cuore. Non imito mai: prendo le suggestioni, le faccio mie e ci costruisco un personaggio. Più si è curiosi, più si ha fame di libri e più il repertorio è vasto».
Lei sta lavorando, anche come co-regista, a uno spettacolo che metterà in scena a settembre. É basato sul libro di Annacarla Valeriano “Ammalò di testa”, che raccoglie le storie delle donne rinchiuse in passato nel manicomio di Teramo. Come si sta muovendo?
«Da tempo volevo fare qualcosa che partisse dalla mia città, con artisti locali. Collaboriamo con la drammaturga Letizia Russo e con il musicista Stefano De Angelis. Il progetto, dal titolo provvisorio "Il solco”, racconta una struggente storia d'amore tra le mura del manicomio, durante il fascismo. Una sorta di Orfeo e Euridice dei nostri tempi. Mi troverò a recitare in abruzzese è già questo mi fa sentire molto vicina alla mia terra. Non so dire come sarà la mia Gemma, così come il suo Bernardino (indica Andrea Lolli, il suo compagno nonché collega, ndc) perché stanno nascendo attraverso un gioco di improvvisazioni e un lavoro sul testo. E’ come un blocco di marmo che lo scultore comincia a plasmare. Non voglio però cadere nello stereotipo della matta: Gemma è stata rinchiusa per la troppa vitalità ma anche per la sua sterilità: non era produttiva per il sistema. Voglio prendermi molto tempo per fare un lavoro fatto bene perchè parla di noi. Spero di vincere questa sfida perché non sarà facile».
Andrea Ursini
Mariachiara Bianchini
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