Alcol, l’Europa decide: niente etichette choc sulle bottiglie

«Educare e non vietare». Ora l’aula si esprimerà a novembre, ecco tutte le ultime novità
PESCARA. La prevenzione deve iniziare prima della malattia, ma come aiutare il consumatore a compiere scelte sane rimane al centro della discussione. Per ora, la strada scelta è quella di distinguere tra consumo moderato e abusivo. Questo è il nodo centrale del dibattito che si è svolto durante la commissione per la salute pubblica (Committee on Public Health), riunita ieri pomeriggio in sessione ordinaria al Parlamento europeo per discutere il Piano di lotta contro il cancro. Fra le misure proposte sul tavolo, infatti, era prevista una stretta sugli alcolici con l’introduzione di etichette di avvertenza sulle bottiglie – vino, superalcolici e birre – e pesanti limitazioni alla pubblicità. In parole semplici, adesso le nuove linee guida europee non andranno a condannare il vino e gli altri alcolici in modo indistinto: le autorità si impegneranno a combattere gli eccessi e l’uso dannoso, salvaguardando invece il consumo moderato e consapevole. Trova così conferma la decisione presa dal Parlamento europeo a Strasburgo a metà settembre 2026.
«L’alcol è un fattore di rischio per il cancro e non c’è un livello sicuro, quindi promuovere uno stile di vita salutare può dare vantaggi. Ma», spiegano gli europarlamentari in commissione, «la nostra domanda è come passare da un approccio in cui diciamo alle persone di vivere in maniera sana a creare un ambiente dove queste possano vivere a tali condizioni». Il discorso è dunque più ampio perché «si può scegliere di bere, non bere, fumare o non fumare, ma non basta: se si vive in una zona in cui non c’è del verde è meno probabile, ad esempio, svolgere attività fisica». Insomma, se l’Unione Europea avesse approvato un testo pronto a condannare il consumo in qualsiasi quantità, si sarebbero aperti scenari penalizzanti per il settore vitivinicolo, a partire dall’obbligo di inserire etichette con avvertenze shock sulle bottiglie, simili a quelle sui pacchetti di sigarette, fino al divieto di sponsorizzazioni o fondi europei per la promozione del vino. L’approccio dell’Europa rimarrà dunque orientato all’educazione e alla responsabilità, piuttosto che a divieti assoluti.
Ciò significa che non vedremo sulle bottiglie gli “health warnings” sul modello dei pacchetti di sigarette (con scritte enormi come “Il vino uccide” o “Provoca il cancro”) né immagini forti: i consumatori vedranno etichette trasparenti incentrate sulla consapevolezza, con informazioni nutrizionali e ingredienti – già obbligatori o forniti tramite Qr Code per calorie e allergeni — e avvertenze mirate sul consumo dannoso, come i classici simboli contro la guida in stato di ebbrezza, l’uso in gravidanza o messaggi sui rischi legati agli eccessi. Questa, almeno, è lo scenario che si prospetta. Il quadro definitivo resta infatti complesso da stabilire, perché le votazioni in plenaria si terranno a novembre. E per comprendere il dibattito in corso è sufficiente sapere che il Piano è un programma avviato il 3 febbraio del 2021 dalla Commissione europea, concepito per contrastare l’insorgenza dei tumori tramite la prevenzione di vari fattori di rischio. Il passaggio di questi giorni in Parlamento non costituisce, dunque, una modifica o un’estensione del testo, ma un rapporto d’iniziativa finalizzato a “monitorare lo stato di implementazione del piano dal 2021 a oggi”, così da metterne in luce i progressi e i ritardi.
L’iter si trova infatti nella fase di esame in commissione e la complessità del dossier è testimoniata dal coinvolgimento dei “relatori ombra” nominati da ciascun gruppo politico per condurre i negoziati. Una partita decisiva per un settore che oggi genera circa 15 miliardi di volume d’affari, di cui 8 di export, contribuendo per oltre 6,5 miliardi in positivo sulla bilancia dei pagamenti. In tutto questo scenario, sono circa 400 le aziende abruzzesi coinvolte sul mercato. «C’è una differenza fondamentale tra il consumo moderato e informato e l’abuso», dichiara il sindaco di Tollo e presidente della Rete europea della Città del Vino, Angelo Radica, ai microfoni di Radio Il Centro Super Hit. «Questa differenza deve essere riconosciuta anche quando costruiamo le politiche pubbliche. Un recente studio dell’Università la Sapienza di Roma descrive molto bene il nostro stile di vita, nel quale il consumo di bevande alcoliche è storicamente legato alla tavola, alla socialità e alla convivialità. Non è soltanto cosa si beve, quindi, ma come, quando e in quale contesto sociale lo si fa. Questo nonostante i consumi stiano cambiando. Come ricorda lo studio, in Italia il consumo pro capite di alcol è diminuito di quasi il 20% negli ultimi 25 anni. Ed è particolarmente interessante guardare alle generazioni più giovani, dove il consumo abituale è molto basso e, nello stesso tempo, stanno cambiando anche le preferenze».
«Lo studio registra, ad esempio, una crescita molto significativa degli aperitivi e una crescente attenzione verso prodotti più leggeri, a minore gradazione alcolica. Significa che non abbiamo di fronte consumatori immobili», prosegue Radica, «le abitudini cambiano, cresce la consapevolezza e cambia anche il modo di vivere questi prodotti. È per questo che credo sia sbagliato utilizzare un’unica categoria per descrivere comportamenti molto diversi. Non possiamo mettere sullo stesso piano il consumo di grandi quantità di alcol concentrato in poche ore, spesso nel fine settimana come avviene soprattutto in alcuni Paesi del Nord e dell’Est Europa, e il consumo moderato e consapevole che caratterizza maggiormente il modello mediterraneo».
Ma tiene a precisare: «Questo naturalmente non significa sostenere che il consumo di alcol sia salutare o privo di rischi. Significa riconoscere che l’abuso è una cosa diversa dal consumo moderato e consapevole e che le nostre politiche devono saper distinguere i comportamenti, se vogliono essere davvero efficaci. Per questo credo che a livello europeo dovremmo investire molto di più in programmi di educazione alimentare e alla salute rivolti soprattutto ai giovani. Programmi che spieghino chiaramente i rischi dell’abuso e del consumo da parte dei minori. Che aiutino a sviluppare consapevolezza e capacità di scelta, anziché limitarsi alla demonizzazione».
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