Basti: con D’Abruzzo racconto la regione che incanta il mondo

12 Maggio 2019

Parla l’editore della rivista trimestrale in edicola da 32 anni «Il nostro territorio ha grandi potenzialità inespresse»

PESCARA. Da 32 anni Gaetano Basti racconta l’Abruzzo con un periodico trimestrale (D’Abruzzo) che è diventato (ma si potrebbe dire lo è stato dal primo numero), la migliore vetrina della regione nello stesso Abruzzo (spesso misconosciuto dai suoi distratti residenti), in Italia e nel mondo. Con D’Abruzzo e con la casa editrice che l’affianca con gli oltre 200 titolo pubblicati, Basti ha costruito una grande e insostituibile agenzia di promozione turistica e culturale, che aspetta ancora di essere riconosciuta e valorizzata come patrimonio di tutti gli abruzzesi.
Basti, come nasce la rivista D’Abruzzo?
«Semplicemente abbiamo registrato la testata nell’86, il primo numero è uscito nell’estate del 1988, da allora non abbiamo mai saltato un numero».
Quali erano i modelli?
«National Geographic, Airone, e Bell’Italia, le tre riviste che si occupavano dei settori che volevo trattare: turismo cultura e ambiente».
Sembra un programma politico.
«Infatti D’Abruzzo non lo concepisco solo come progetto editoriale ma anche politico. D’altra parte sono stato presidente regionale dei Verdi, per un anno consigliere del ministro Pecoraro Scanio, per un anno direttore generale dell’Arta. Sono stato sempre vicino alle tematiche ambientali. Mantenere la barra su quei tre argomenti è stato vincente».
Il successo della rivista è stato immediato, ma l’operazione poteva apparire rischiosa.
«La cosa è andata così: ho acquistato dalla Telecom circa 15 mila indirizzi. A questi nominativi ho inviato un pieghevole con la descrizione del progetto e la proposta di abbonamento. Mi sono detto: se ho un rientro di 300-400 abbonamenti parto, altrimenti vuol dire che il progetto non è giusto e rinuncio».
E cosa accadde?
«Gli abbonamenti arrivarono».
Così siete partiti.
«Con me c’erano collaboratori fondamentali, come Maria Concetta Nicolai e il fotografo Gino Di Paolo al quale dopo un paio di anni si affiancò Luciano D’Angelo. La rivista è andata bene anche perché ha allacciato un rapporto particolare con i lettori. Molti servizi sono nati da loro idee».
Subito dopo siete partiti con i libri.
«Sì, avevamo voglia di fare cose più impegnative. Uno dei primi volumi è stato “Abruzzo avventura del paesaggio”. Quel libro ha cambiato lo sguardo sull’Abruzzo, con quella sorta di dialogo che registrava tra il paesaggio collinare e quello montano. Poi abbiamo avuto una lunga collaborazione con Romano Canosa che con noi ha pubblicato 17 libri di argomento storico, frutto delle sue instancabili ricerche negli archivi di Roma, Napoli, Chieti e in Spagna. Poi è stata la volta delle guide, e di libri particolari come Fiori in Abruzzo, un’opera unica per completezza (c’è tutta la flora abruzzese con 2500 foto) e struttura».
In questi 32 anni l’Abruzzo come è cambiato?
«Un settore dove ho trovato un grande progresso è quello enologico. Quando siamo partiti c’erano poche cantine piccole, parlo dei privati. Negli anni successivi c’è stata un’esplosione con decine e decine di piccole e medie cantine che fanno ottima qualità, che vendono, esportano, fanno reddito, e hanno ridato vita all’agricoltura abruzzese».
Forse è sul turismo che c’è ancora molto da fare.
«Sì, il turismo non ha fatto grossi progressi. In compenso l’Abruzzo comincia a essere conosciuto, anche, sciaguratamente, in seguito al terremoto del 2009 che ha dato visibilità all’intera regione».
Forse il problema dell’Abruzzo è quello di non essere un territorio da grandi numeri per il turismo.
«Ma l’Abruzzo deve puntare sul turismo di qualità. Che non vuol dire turismo d’élite, ma semplicemente turismo non di massa, che è distruttivo e che in genere non innesca un’economia virtuosa. Devo invece dire che un settore che vedo molto bene è quello dell’agriturismo. Ricordo che noi facemmo una guida agli agriturismi una ventina di anni fa. Erano gli inizi di questo settore. All’epoca gli agricoltori tentavano di avvicinarsi al comfort della città, replicando in piccolo quelle situazioni, anche da punto di vista architettonico. Poi hanno capito che quel tipo di turista voleva più natura e più campagna e oggi in Abruzzo abbiamo delle belle strutture. Non decolla invece il turismo nei parchi».
Forse perché ci sono stati pochi investimenti: troppi vincoli non incoraggiano.
«Può darsi: i vincoli scoraggiano i residenti, gli albergatori hanno problemi, così come gli allevatori. Nei parchi sembra difficile mettere a reddito queste attività. Ovviamente è giusto che ci sia la tutela, ma è anche giusto garantire servizi di qualità. Un problema serio, per esempio, è quello della viabilità. Da quando è stato modificato l’assetto delle Province se vai in montagna trovi un sistema stradale penoso».
In compenso la costa...
«Ho fatto una battaglia di anni per la costa dei trabocchi. Negli anni 70-80 queste macchine da pesca stavano per scomparire nell’indifferenza generale. Si diceva anche che erano d’intralcio alla navigazione. Poi l’assessore Gigino Borrelli fece una legge per finanziare la loro ristrutturazione. Oggi abbiamo censito 31 strutture che al 70% ormai fanno ristorazione».
Facendo anche delle forzature urbanistiche.
«Qualcuno ha esagerato: su una struttura di legno non puoi mettere 150 persone. Ci vuole una riflessione».
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