Caldo e vendemmia, Pasetti: «Ritorno al passato, adattiamoci»

L’imprenditore vitivinicolo ha anticipato i tempi riportando i vigneti in quota: «La qualità è ottima»
PESCARA. «Negli anni abbiamo voluto imporci sulla natura, ora è il momento di invertire la tendenza e di tornare al passato». Parola di Domenico Pasetti, un pilastro della viticoltura abruzzese con il marchio storico della sua famiglia. È stato tra i primi a “risalire” dalla costa verso l’interno, portando i suoi vigneti sulla soglia dei mille metri di altitudine per sfuggire ai cambiamenti climatici. «La vendemmia nelle aree costiere è praticamente terminata», ci dice subito Pasetti. «Nelle zone pedemontane e montane, invece, c’è ancora tempo. Dopo l’ultimo sopralluogo, abbiamo verificato che il pinot nero è al 40% dell’invaiatura, cioè del cambio di colore, dal verde al nero dei chicchi. Presumibilmente, ci vorranno ancora due settimane prima di poter partire. Ormai c’è un mese di differenza tra le due zone. Non parlerei più di vendemmia in anticipo, ma in linea con i tempi che viviamo».
Come e quanto sta incidendo sui vigneti questa estate contrassegnata da continue ondate di calore?
«Quest’anno va un po’ meglio dell’anno scorso. L’inverno è stato piovoso e si sono formate riserve di acqua abbondanti nel terreno. Non abbiamo avuto problemi. I vigneti sono verdi, di un verde lucido, segno che l’attività vegetativa è buona. Il caldo accelera la maturazione, per questo incide nell’anticipo della vendemmia».
Il caldo tiene lontani peronospera e altri funghi pericolosi per i vigneti.
«Da un punto di vista di pressione fitosanitaria, il clima asciutto limita i funghi. Pochi anni fa subimmo danni importanti con la peronospera. Ma la natura non ci fa mancare mai nulla: ora c’è l’oidio che si avvantaggia delle alte temperature. La lotta a questo fungo però è semplice: si contrasta con l’utilizzo dello zolfo, un prodotto biologico. Il trattamento è preventivo. È sempre così in viticoltura, soprattutto per chi punta sul biologico».
Meno uva, più qualità: potrebbe essere questo lo spot del 2026?
«A livello quantitativo, la vite con il caldo ha minor vigore. Ma la produzione dipende sempre dall’andamento stagionale dell’anno precedente. Se la vite ha molte infiorescenze, produce più uva. Quest’anno non c’è l’abbondanza prevista, almeno nelle aree interne. A livello qualitativo, invece, dovremmo avere una produzione ottima. I mesi scorsi ci hanno aiutato. Il giudizio, però, può essere dato solo quando si stappa la bottiglia».
L’azienda Pasetti ha anticipato in qualche modo i tempi e l’andamento della natura salendo in quota con alcuni vitigni.
«Noi andiamo dai 400 ai 950 metri di Capestrano, in cui produciamo chardonnay e pinot nero. Ma andremo ancora più in alto. Abbiamo avviato un processo di riconversione della viticoltura per togliere varietà che il mercato richiede meno. È una procedura che i nostri padri hanno sempre attuato in passato. Si va dai rossi verso i bianchi e i cerasuoli. Stiamo estirpando vigneti nelle valli più calde, alla ricerca delle condizioni climatiche migliori. Ci sono vitigni che in quota germogliano e producono. Come le uve per le bollicine: il territorio ci ha dato risposte eccezionale. E il Pecorino, che ha un andamento simile, sicuramente si adatterà».
La viticoltura deve dire addio ad alcune abitudini del passato?
«Dobbiamo esplorare nuovi territori: la viticoltura nasce nelle aree interne. E l’uomo è sempre stato un migrante: seguiva la natura e il clima. Poi ha cercato di addomesticare la natura, ma qualcosa ha smesso di funzionato. E ora i tempi ci impongono di tornare alla nostra caratteristica di migranti. La natura non si adatta all’uomo, ma accade il contrario».
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