Chiara Ciavolich: «Quella buona stella di papà e i miei vini trascendenti»

30 Luglio 2026

L’imprenditrice si racconta: «Laureata in legge, a 25 anni ho preso in mano la cantina di famiglia, avevo paura ma ce l’ho fatta»

PESCARA. Chiara Ciavolich, laureata in Giurisprudenza, poteva fare l’avvocato e invece ha scelto le vigne delle colline di Pescara: il richiamo del vino è stato più forte del Codice penale. Pescarese, 48 anni, una figlia, ha preso in mano l’azienda di famiglia fin da giovanissima e l’ha trasformata da passatempo a impresa che guarda ai mercati internazionali, a partire dagli Usa. È lei la protagonista della quinta puntata di “8 Interviste al tramonto”, stasera su Rete8 alle 20.25 (regia di Antonio D’Ottavio).

Lei è una donna del vino e dovrebbe essere particolarmente legata al ciclo della natura: cosa pensa di solito al tramonto?

«Al tramonto mi rilasso. Se poi mi trovo sul mare, da sola, non posso che pensare a mio padre».

E cosa pensa di suo padre?

«Penso che mi guardi, che continui ad amarmi e ad assistermi. Sento che c'è ancora un contatto molto forte tra me e lui».

Ho letto la storia della sua cantina, che mi sembra una storia di riscatto dalle difficoltà. Com’è iniziata questa storia?

«La storia della cantina non inizia con me: con me è avvenuto un cambio di pelle che spero continui. È una storia molto lunga che inizia nel 1500, quando questa famiglia di mercanti di lana scappò dalla Bulgaria dopo il collasso dell'Impero Ottomano per arrivare in Italia. Si stabilirono sul Gran Sasso con la mercanzia della lana, poi nel corso dei secoli diventarono proprietari terrieri e, nel 1853, costruirono la cantina di vinificazione sotto il palazzo di residenza a Miglianico. Questa cantina fu attiva per quasi cento anni, fino al 1943, anno in cui fu occupata dai tedeschi in ritirata durante la Seconda guerra mondiale. A quell’epoca mio padre aveva 14 anni: fu lui ad aprire la porta ai tedeschi e a farli entrare in casa, perché volevano occupare il palazzo per metterci il loro quartier generale. Furono i tedeschi stessi a permettere ai civili – alla mia famiglia e ad altre quattro o cinque famiglie del paese – di sfollare nella cantina sotterranea. Restarono lì fino all’8 dicembre del 1943, quando arrivarono le Ss e li sfollarono definitivamente verso le Marche. Dopo la fine della guerra mio padre, ormai possidente, riprese in mano la gestione dell’azienda agricola e, negli anni ’60, costruì una nuova cantina – all'epoca moderna, in cemento – per vinificare in proprio le uve che arrivavano dai vigneti di Miglianico e da quelli di Loreto Aprutino. Quelli di Loreto arrivarono in famiglia proprio negli anni ’60, ereditati da Donna Ernestina Vicini, e furono piantati da mio padre».

Lei ha scritto un pensiero: «Faccio il vino perché la mia famiglia lo fa dal 1853, e se non lo faccio io il mio cognome scompare e, con esso, una storia che dura da 500 anni». Ma al di là di questo orgoglio, per quali altri motivi lei fa il vino?

«Per narcisismo. Fare il vino è un atto creativo che ti dà un riscontro meraviglioso, perché ti permette di mettere la tua personalità all’interno di un materiale vivo. Puoi creare un prodotto a tua immagine e somiglianza. Tutti i vini che un produttore agricolo realizza – e per produttore agricolo intendo chi produce l’uva e poi la trasforma – sono a sua immagine e somiglianza».

E lei come si sente in linea con il vino che produce?

«Io sento che i vini che produco mi rappresentano. Non potrebbe essere diversamente, per me come per qualsiasi altro produttore agricolo».

I risultati nel lavoro e nella vita in generale mi sembrano un po’ come i grappoli d’uva: c’è bisogno di tempo affinché maturino al punto giusto. Secondo lei che cos’è la pazienza?

«Nel vino la pazienza è tutto. Pianti un ettaro di vigna e devi aspettare tre anni prima di poter produrre. E hai la possibilità di produrre soltanto una volta all’anno, non di più: non stiamo parlando di una birra, ma di un prodotto che si può fare una sola volta l’anno. La pazienza di aspettare, coltivare, lavorare e poi, dopo anni, vederne i frutti è tutto. Questo ti insegna a vivere in un altro modo».

Ma, in una società in cui si vuole tutto e subito, lei come fa a essere paziente?

«Con il vino è impossibile volere tutto e subito. È un mondo abbastanza meritocratico ed è difficile che ti dia un riconoscimento veloce. Ci sono “stelle” che salgono rapidamente e altrettanto velocemente scendono; ma quando il tuo obiettivo è durare nel tempo, perché ti vedi come parte di una famiglia e di un mondo che sta qui da molto prima di te, non puoi fare altro che aspettare».

Quindi il vino è una lezione di vita: ci insegna a recuperare il senso dell’attesa?

«Il vino questo lo fa, bisogna saperlo aspettare. Soprattutto quando parliamo di vini di un certo tipo, non si parla di immediatezza, ma di pazienza e di tempo. Anche nella degustazione stessa: per conoscere un grande vino lo devi aspettare nel bicchiere, perché cambia. Un vino di un certo livello è tutto fuorché immediato».

Lei dice che il vino le ha insegnato ad aspettare. C’è qualcosa nella vita per cui invece è impaziente, qualcosa in cui vuole tutto e subito?

«Tutto e subito, sempre! Io vorrei tutto subito, però poi mi scontro con la realtà. Per me le cose dovrebbero essere “detto, fatto”: qualsiasi cosa io pensi dovrebbe essere realizzata immediatamente. Grazie a questo lavoro, però, ho imparato che non è possibile. L’importante è avere le idee chiare: una volta che vedi bene un obiettivo, il tempo diventa relativo. Il problema nasce quando le cose non le vedi chiaro: in quel caso ci vuole ancora più tempo».

E come si fa a far sì che una cosa sia chiara?

«Bisogna pensare. E al giorno d’oggi non tutti pensano. Il tempo dedicato a pensare è quello che per me ha il maggior valore aggiunto. A volte anch’io, come tutti, resto intrappolata dalla corsa, dalla frenesia o da lunghi momenti di affanno; ma le cose più grandi per la mia azienda le ho fatte quando ho avuto il tempo di fermarmi a pensare. Allontanarsi dalla propria routine per riflettere ti dà la possibilità di creare la tua realtà».

La storia della sua azienda è soprattutto una storia di famiglia. Cosa ricorda di suo padre?

«La bontà, l’umanità e la genialità di un uomo estremamente intelligente, di un’intelligenza inarrivabile. Ricordo la mia voglia di avvicinarmi a lui, la mia forte identificazione paterna, il suo amore incondizionato e la luce nei suoi occhi mentre mi guardava da bambina – nonostante fossi femmina. E poi la sua grande fiducia nel fatto che io avrei continuato ciò che lui non poteva più fare dopo l’ictus che lo aveva colpito. È stata la grandezza di un uomo che, a soli 25 anni, mi ha lasciato in mano un patrimonio. Un padre come non se ne trovano oggi, dove molti genitori anche a 70 anni non lasciano la guida delle aziende ai figli quarantenni».

Si dice che non si smetta mai di essere figli. Cosa le manca di più di suopadre?

«Il suo amore, la sua ironia, i suoi silenzi luminosi e anche le sue collere, rare ma molto educative».

Quando suo padre si è ammalato, come ha vissuto quel momento? Come un’ingiustizia o come qualcosa da accettare per forza?

«La nostra vita è cambiata radicalmente quando si è ammalato, ed è stata durissima. Io ero piccola, avevo 17 anni e stavo per compierne 18. Ho avuto la possibilità di fare l’università, laurearmi e vivere appieno quegli anni importanti grazie al benessere che mio padre aveva creato per la famiglia. Poi ho capito che il mio dovere era prendermi la responsabilità di questa azienda agricola. Per narcisismo, sì, ma soprattutto per amore nei suoi confronti».

Lei ha preso in mano l'azienda di famiglia da giovanissima. Ricorda se in quel momento prevaleva la paura o il coraggio?

«Avevo una paura fottutissima! Non sapevo nulla, ero laureata in legge e chiedevo consiglio a chiunque. Avevo 25 anni, ma avevo anche il coraggio che mi trasmetteva mio padre. Anche se lui non poteva seguirmi operativamente per via delle mie scelte – io stavo affrontando il “cambio di pelle” dell’azienda, trasformandola da produttrice di vino sfuso ad azienda di bottiglie – la visione del mondo che ti dà un padre è fondamentale per costruire un'impresa. È quella visione che mi ha guidata e mi ha dato forza. In più mio padre era convinto di avere una “buona stella” che nei momenti più difficili lo aveva sempre aiutato. Come quando, tornando dalla guerra su una bicicletta scassata che si era rotta, fu tratto in salvo da un camion di soldati canadesi dalle Marche fino a Chieti. Una volta sceso a Chieti Scalo, doveva risalire a Chieti città: la bicicletta, che a Macerata lo aveva lasciato a piedi, improvvisamente ricominciò a funzionare. Mio padre diceva sempre che non riusciva a spiegarselo. Ecco, l'idea di avere una buona stella ce l’ho anch’io».

Quindi suo padre le ha dato la spinta per puntare sulla qualità e sull’eccellenza anziché sulla quantità?

«Non solo: mi ha spinta verso l’umanità, cioè verso la creazione di un’azienda eticamente solida e sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale ma anche umano».

Può sembrare una cosa scontata, ma lei ci pensa mai al fatto che l’amore infinito che proviamo per i nostri genitori sia lo stesso che i nostri figli provano per noi?

«Me lo auguro! Mia figlia ha 13 anni, è una iena e mi tratta malissimo, ma in fondo in fondo so che mi vuole bene».

Sembra che il vino d’Abruzzo si stia ritagliando uno spazio sempre più importante sui mercati internazionali. Secondo lei ha già raggiunto il suo apice o c'è ancora margine di crescita?

«Ci sono tantissimi margini di crescita. Per esempio c’è il Cerasuolo d'Abruzzo, che va promosso ancora molto di più rispetto a quello che facciamo oggi».

Il Cerasuolo è l’astro nascente?

«Il Cerasuolo è il futuro. Io dico sempre che è il vino del futuro perché è quello che rappresenta meglio il momento climatico che stiamo vivendo. È il vino del presente e del futuro».

Cos’ha di così speciale?

«Intanto è un unicum: in Italia non si produce un rosato simile al Cerasuolo d’Abruzzo. Nel Nord Italia la maggior parte dei produttori ha purtroppo seguito la moda dei rosé provenzali, color rosa pallido o salmone, perché per anni sono andati per la maggiore. Nel Sud Italia i rosati sono buoni, ma spesso contraddistinti da un’eccessiva quantità di alcol, pesantezza e zuccheri. In Abruzzo abbiamo un vino straordinario che deriva direttamente dall’uva regina della regione, il Montepulciano, e ne rappresenta la versione fresca, leggera e attuale. Il mondo sta cambiando: si sta perdendo il gusto peri vini rossi pesanti ed è sempre più difficile produrli perché il cambiamento climatico sfasa la maturazione fenolica e zuccherina delle uve. È facile trovare uve non eccessivamente colorate – e il colore serve per i grandi rossi – ma con un livello zuccherino inferiore che, anche se il colore non è pieno, ti permette di ottenere grandi rosati».

Quindi il Cerasuolo è un po’ l’elogio della leggerezza? Può essere un invito a prendere la vita con più leggerezza?

«Sì, però il Cerasuolo non è solo facilità: è un grande vino da carta dei vini ed è il nostro vino della tradizione. È il vino di cui sono più orgogliosi i cantinieri delle campagne. Ricordo che quando ero piccola andavo dal cantiniere Renato che ha fatto il vino con mio padre dagli anni '60 fino al 2011, quando ho spostato la cantina a Loreto. Quando andavo a mangiare da lui a gennaio, presentava a mio padre tutti i campioni delle vasche di Montepulciano, Cerasuolo e Trebbiano per capire quali vendere come vino sfuso. E poi, con un orgoglio infinito, metteva sul tavolo il suo Cerasuolo personale, e voleva che venisse confrontato con quello fatto per “Don Peppe”».

E oggi dove può essere venduto con successo il Cerasuolo d’Abruzzo?

«Ovunque. Alcuni mercati devono ancora capirlo, ma altri, che fino a ieri erano del tutto chiusi, stanno aprendo le porte. E non cercano una sbiadita imitazione di un rosé provenzale: vogliono il Cerasuolo d’Abruzzo, con quel suo colore ciliegia e la struttura di un rosato importante. Non lo vogliono neanche chiamare “rosato”, per non fare confusione: lo definiscono un “rosso fresco”. Negli Stati Uniti stanno cominciando ad amarlo. Io vendo in America da vent’anni e fino a poco tempo fa era impensabile vendere una bottiglia di Cerasuolo, specialmente in una bottiglia scura. Oggi per loro è un vino estremamente interessante».

In questa ricerca di nuovi mercati, oltre all'impegno dei privati, le istituzioni e la politica vi danno una mano?

«Che domandone! Io penso che siamo noi produttori a dare una grande mano alla politica».

Quindi è il contrario?

«Nel senso che quando vado all’estero sono una grande ambasciatrice dell’Abruzzo. Vendo poco il vino in sé e moltissimo la regione, ed è questo che i clienti apprezzano: legare il vino al territorio. Spiego perché questo vino è così identificativo, racconto l’anima della nostra terra, le montagne, l’eremitismo e le difficoltà storiche delle vie di comunicazione. Spiego che l’autostrada è arrivata solo in tempi recenti e che abbiamo ancora un treno che impiega quattro ore e mezza per collegare Roma a Pescara. Racconto anche che questo isolamento non è solo un difetto, ma è stato un pregio per la conservazione del territorio. Invito le persone a venire, ad affittare una macchina e a scoprire una regione con tre parchi nazionali, le colline del litorale, i trabocchi. Noi produttori siamo dei veri e propri tour operator e promotori del territorio. Penso manchi ancora molta coesione in Abruzzo tra turismo e agricoltura: sono due assessorati scollegati che dovrebbero iniziare a lavorare insieme».

Una bottiglia di Cerasuolo portata in America genera un ritorno diretto in Abruzzo?

«Assolutamente sì. Io porto i clienti a dormire nella mia masseria. Un mese e mezzo fa ho tenuto una masterclass a Houston e una coppia di partecipanti, appena finita la presentazione, mi ha detto di aver già prenotato da me per ottobre per dormire e fare una degustazione».

Lei abbina spesso il vino alla musica. Ha una canzone preferita?

«Dipende dal momento e dall’occasione. Sono pessima sugli abbinamenti musicali improvvisati perché ci devo pensare, e sono altrettanto pessima sugli abbinamenti cibo-vino».

In che senso?

«Nel senso che se mi chiedi con cosa abbinare il mio vino, per me puoi berlo con qualsiasi cosa. Non mi concentro sull’abbinamento, mi concentro sul vino e sul desiderarlo in quel momento».

Un gesto di indipendenza e disobbedienza verso le regole degli abbinamenti! Cosa prova quando cammina tra i suoi vigneti?

«Gratitudine. Provo una grande gratitudine e una profonda connessione con tutti gli antenati del mio albero genealogico prima di mio padre. Questa è una storia di cinque generazioni e io la sento viva ogni giorno. Parlo con queste persone tutto il tempo, e a loro chiedo la forza di andare avanti. Tante volte ho voglia di vendere tutto, e succederà ancora...».

E dove trova la forza di non farlo?

«È troppo parte di me, è lamia vita da quando sono nata. Cosa farei senza la mia azienda e le mie vigne? Senza andare a Loreto Aprutino, entrare nella cantina dell'Ottocento e respirare la storia della Seconda guerra Mondiale? Questa storia è la mia vita».

Ho letto uno slogan legato al suo vino che parla di «un vino dall'anima profonda». Cosa significa, per una persona, avere un'anima profonda?

«Avere il tempo di pensare alla propria anima e volerla coltivare. Non rimanere in superficie, ma costruire la propria vita con il pensiero: fermarsi a capire la direzione che si sta prendendo e decidere se continuare, cambiare o correggere il tiro. E poi avere coerenza tra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che si sente».

E lei si sente un’anima profonda?

«Sì».

Tra 10 o 15 anni dove si vede?

«In azienda».

E ce l’ha un sogno?

«Il mio sogno è riuscire a consegnare l'azienda nelle mani della prossima generazione, farla sopravvivere a me. Fare in modo che questa azienda agricola di Loreto Aprutino vada avanti nel futuro, che sia con mia figlia o senza di lei. Mi piacerebbe fosse con lei, ma se non volesse andrebbe bene lo stesso. Il mio compito è dare a questa storia un nome che possa sopravvivere nel tempo. Per questo parlo di vini trascendenti».

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