Gian Antonio Stella: «Quando gli albanesi eravamo noi»

Intervista per l’anniversario della catastrofe, una storia di emigrazione e fame
In miniera sai quando scendi ma non sai se rimonti. Fa venire i brividi la frase che Gian Antonio Stella trae dalla preziosa testimonianza di un sopravvissuto alla catastrofe di Marcinelle, di cui oggi ricorre il settantesimo anniversario. Racconto paragonabile all’immagine altrettanto forte di quegli uomini segnati dal carbone e dalla fatica che il Centro mette in copertina del magazine speciale voluto per non dimenticare una sciagura che con il suo tributo di vite ha segnato in modo profondo il mondo del lavoro. Quando carne umana e pezzi di carbone avevano lo stesso valore. Sciagura che ha segnato uno spartiacque anche nella legislazione in materia occupazionale (resta tanto da fare) e nel modo di raccontare fame e tragedie, come evidenzia in questa intervista Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore, firma storica del Corriere della Sera, autore di libri e articoli dove ha saputo documentare in modo meticoloso e prezioso lo sfruttamento, le dure condizioni di vita e il sacrificio dei minatori italiani in Belgio.
Stella, perché la catastrofe di Marcinelle è simbolo universale del sacrificio italiano nel mondo del lavoro?
«In realtà, come emerso dal dibattito parlamentare dopo la sciagura del Bois du Cazier, nelle miniere belghe, fino al 1946, c’erano già stati 520 morti; morti alla spicciolata, se si può dire, non in una catastrofe singola come nel caso di Marcinelle, ma in una sorta di stillicidio ripetuto giorno per giorno, di cui gli italiani sapevano poco».
Quindi si partiva da ignoranti, spinti dalla fame, convinti di migliorare la propria esistenza?
«Appunto. E si finiva all’inferno. Perché all’epoca si sapeva poco dello stillicidio di morti avvenuto anche in altre miniere sparse per il mondo: ne cito solo alcune, la catastrofe di Courrières nel 1906 in Francia con 1.199 vittime, Monongah nel 1907 con oltre 300 morti».
Ma con Marcinelle accade qualcosa di diverso...
«Sì, perché per la prima volta c’è la televisione. Per la prima volta una sciagura mineraria di questa portata viene vista e finisce sui giornali. Perché fino ad allora le sciagure le conoscevano solamente i familiari dei minatori morti e pochi altri. L’Italia intera le ignorava del tutto».
Stella, l’immagine dei migranti stipati nei montacarichi che scendono nelle viscere della Terra lascia pensare ai barconi di oggi o alle navi cariche di albanesi che approdavano sulle coste pugliesi. Condivide?
«Senza alcun dubbio. Gli italiani dell’epoca erano i migranti di oggi. Si partiva per fame, per crearsi una vita migliore. Ma molti italiani fingono di non saperlo o fingono di averlo dimenticato o non vogliono ricordare. Però è così. Gli italiani dell’epoca sono gli albanesi arrivati da noi nel 1991, sono i nordafricani che sbarcano a Lampedusa. Anche Francesco Guccini racconta di suo zio Amerigo in una celebre canzone. Era stato nelle miniere della Pennsylvania negli Stati Uniti ai tempi delle grandi sciagure. Ma vorrei ricordare una cosa...».
Prego.
«A Marcinelle non c’erano solo italiani. C’era un belga, amico del più famoso soccorritore di Marcinelle che si chiamava Angelo Galvan dell’Altopiano di Asiago, che in un libro racconta di un suo amico, Anatole, che era sceso in miniera con i figli, Michelle e Willy, per metterli all’apprendistato, il primo di 17 anni e il secondo di 14. La fame era uguale per tutti, per gli italiani ma anche per i belgi. E parliamo di anni in cui in Italia c’era già il Carosello che faceva pubblicità a un Paese che rinasceva e che si vedeva proiettato verso il Ventesimo secolo».
Come venivano accolti i nostri migranti?
«Male, malissimo. Ti leggo un passaggio di Giuseppe Sanson, un veneto, riportato in un libro di Andrea Seghetto intitolato “Sopravvissuti per raccontare”. Questo Sanson dice: eravamo in 120-130, la cantina era della società delle miniere e gestita da un solo cantiniere, il mangiare era deplorevole, le stanze e la pulizia erano qualcosa di spaventoso, i gabinetti non funzionavano ed erano sempre sporchi, le lenzuola erano fatte lavare ogni 15 giorni. Così vivevano i nostri italiani in Belgio. In alcuni casi, non a Marcinelle ma in miniere vicine, si stava in baracche, le stesse dei lager nazisti durante la guerra. Quindi vivevano in condizioni davvero spaventose e c’era un diffuso razzismo verso di loro: erano ritenuti sporchi, chiacchieroni, gli stereotipi c’erano tutti quanti. Si diceva che facevano da mangiare a tutte le ore, diffondendo puzza di sugo e di aglio...».
Sono cambiate le politiche migratorie dopo la tragedia?
«Certamente sì. Nel caso del Belgio, come detto, la situazione era davvero molto pesante. Però in molti si sono riscattati, uno è riuscito addirittura a diventare il primo ministro belga (Di Rupo, ndr) ed era figlio di un minatore. Andatevi a leggere le interviste di Adamo, il cantante che ha venduto 80 milioni di dischi. Basta leggere i testi delle sue canzoni per capire che era una vita complicata e difficile, ma fatta di riscatto economico e sociale».
Se arrivasse un giovane oggi, dopo 70 anni, e ti chiedesse di parlare di Marcinelle, come spiegheresti quant’accaduto?
«C’è un libro bellissimo scritto da un giornalista del Corriere, Paolo Di Stefano, che si intitola La Catastròfa».
Ma non è francese?
«Infatti, in francese si direbbe la Catastrophe. Ma questa è lingua siciliana. Si dice la Catastròfa. In questo libro Paolo Di Stefano raccoglie una serie di testimonianze formidabili di sopravvissuti. Te ne leggo una: “Quando sei sotto nel pozzo ti dici: l’acqua e il fuoco non perdonano, puoi morire annegato o asfissiato, un pensiero che non ci credi davvero. Noi li sentivamo i vecchi che dicevano sempre: in miniera sai quando scendi ma non sai se rimonti. E ricordatevi che il grisù è un gas. Poi però quando sei sotto c’è un’amicizia che ti fa pensare che sei forte e nessuno può farti del male, neanche il grisù. Condividiamo lo stesso inferno e se non succede niente un pezzo di pane ce lo mangiamo insieme”. Forte, no?».
Fame, paura, amicizia in poche righe. Quanto è importante il racconto e come i giornali italiani narrarono questa catastrofe?
«Molti scrissero pagine memorabili. Ma, come dicevo prima, ci furono catastrofi anche peggiori, pure in Italia».
Tipo?
«Nel 1940 scoppiò la miniera di Arsia in Istria vicino ad Albona e morirono 185 italiani. All’epoca era territorio italiano. Però se ne parlò pochissimo, perché c’era il fascismo e Mussolini non voleva cattive notizie e Arsia doveva essere uno dei capisaldi dell’autarchia mussoliniana, perché l’Italia aveva bisogno di carbone...».
Censura?
«Ovvio. Pensa che il titolo del Corriere a pagina due – e nessun accenno in prima pagina – era su due colonne e dava conto di una grave sciagura mineraria nei bacini dell’Arsia. Stop. Con Marcinelle le cose cambiano anche dal punto di vista della comunicazione. La tragedia fa scoprire agli italiani quanto pericoloso fosse andare in miniera».
Secondo te questa catastrofe ha aiutato a creare una coscienza sindacale?
«Sì, credo che Marcinelle abbia dato un importante contributo alla formazione delle coscienze. C’è un’Italia nuova che prende coscienza dei problemi e prende coscienza anche di altre morti in miniera. Come nelle miniere siciliane delle zolfo».
Spiegami.
«Sono morti tantissimi minatori nelle miniere di zolfo in Sicilia. Ne è una formidabile rappresentazione “La Zolfara” di Renato Guttuso. Tu pensa che il lavoro nella zolfara viene descritto da scrittori come Giovanni Verga o Luigi Pirandello e successivamente da altri ancora. Eppure si sa poco o nulla. Vuoi un dato davvero impressionante?».
Dimmi.
«Nelle sole solfare delle province di Caltanissetta e di Agrigento dal 1905 al 1923 morirono 1.106 persone. Capisci che numeri? Come nella strage di Cozzo Disi del 4 luglio 1916 morirono in un colpo 89 persone. Tutte queste cose non si conoscono. Marcinelle ha contribuito a spalancare gli occhi agli italiani su cosa vuol dire lavorare in miniera, un lavoro ritenuto terrificante fin dai tempi più antichi, basta andarsi a leggere Lucrezio».
Eppure si muore ancora.
«Vero. Ma dopo le quattro catastrofi consecutive americane del 1907 si capì che non si poteva andare avanti in questo modo, e con Marcinelle ci fu l’atto finale. Alcune leggerezze non furono più consentite nella gestione degli impianti».
Però...
«In tema di sicurezza sul lavoro ci sono ancora tantissime cose da fare, tenere gli occhi aperti. Molti incidenti avvengono ancora a causa di leggerezze. Il lavoro a cottimo c’è ancora. Il lavoro in subappalto anche. Quello clandestino esiste. Come non è sparito il caporalato. Occhi più aperti e ispettori del lavoro pensionati da rimpiazzare. I morti sarebbero molti di meno».

