Gli ex Sixty: tutto finì quando Wicky Hassan pianse nella roulotte

Ascesa e caduta di un marchio che puntava al miliardo Marino D’Andrea: furono anni ruggenti, ora non c’è futuro
CHIETI. Ascesa e caduta in 15 anni ruggenti che hanno portato l'Abruzzo sulle vette globali del prêt-à-porter. Ricordi su cui aleggia il fantasma di Wicky Hassan, apparso pochi giorni prima di morire per piangere nella roulotte delle ultime speranze, il presidio di chi lottava ancora per resuscitare la Sixty caduta in disgrazia.
L'epopea del jeans reinventato fino a generare un fatturato prossimo al miliardo di euro, il punto più alto dei marchi cresciuti in via Piaggio per guadagnarsi fama internazionale, diventa racconto nelle parole di Marino D'Andrea, uno che c'era quando a Chieti si sognava la conquista del mondo con un “esercito” di oltre settecento tra brillanti talenti e solide professionalità.
«Hassan e Renato Rossi, il socio e co-fondatore dal grande fiuto in campo commerciale con il quale aveva cominciato a Catignano, in un piccolo laboratorio creativo, erano armati di quelle grandi ambizioni che non potevano non coinvolgerti», ricorda D'Andrea, da molti anni rappresentante sindacale aziendale in quota Filctem-Cgil: «Tutto cominciò con la grande intuizione di Wicky, che inventò letteralmente dal nulla la vestibilità femminile del tessuto jeans».
L’AVVIO ALLO SCALO. Dopo la parentesi di Catignano, il trasferimento a Chieti segnò l'inizio di un'epoca, quando allo Scalo Hassan e Rossi approdarono per occupare l'ex sede di Rodrigo II del gruppo Iac. «Poi», riprende D'Andrea, «il trasloco non lontano, in un capannone fatto costruire dall'azienda in cemento armato, inaugurò quegli anni Novanta in cui il raddoppio del fatturato era pressoché annuale, e la crescita esponenziale».
Sixty era infatti nata per fare moda maschile sotto il marchio di Energie, in pochi anni surclassato da Miss Sixty. Un'azienda anomala. «Si può dire che regnasse il caos, almeno in apparenza, anche perché eravamo ammucchiati nei piccoli spazi della Rodrigo II», spiega D'Andrea, «eppure quel magma di idee talvolta disordinato finiva puntualmente col tradursi in ulteriori record. Andava tutto così bene che Hassan e Rossi erano tra noi, lavoravano con i loro dipendenti e le gerarchie contavano in senso funzionale, mentre l'informalità era alla base dei rapporti umani. Ed è significativo», sottolinea il sindacalista, «che, prima dell'installazione del sistema di allarme nei capannoni, i dipendenti passavano a turno la notte in azienda, custodi del tesoro che avevamo nei magazzini».
MADE IN ITALY. A Chieti c’era il “cervello” di Sixty, che impiegava su una linea di produzione appena 40 specialisti per i prototipi e la sperimentazione, mentre i rimanenti 670 erano stilisti, grafici, “caddisti” (addetti alla progettazione al computer), modellisti, addetti al commerciale.
«In quegli anni», osserva D'Andrea, «si faceva made in Italy puro, a ciclo integrale, visto che la produzione era decentrata in laboratori dislocati tra Abruzzo, Molise, Marche, Campania e Puglia. I marchi continuavano a crescere anche quando, circa 15 anni fa, la produzione fu spostata in Nord Africa, Albania, Turchia e Romania».
PRIMI SCRICCHIOLII. Il declino prese piede qualche anno dopo, con la delocalizzazione verso l'Estremo Oriente, Cina e Vietnam passando per l'India. «Dai negozi di tutto il mondo che trattavano i nostri marchi», racconta D'Andrea, «cominciarono a giungere capi resi per evidenti difetti di fabbricazione, intollerabili per i clienti abituali».
E' il periodo del “buco nero” che inizia a risucchiare la Sixty: correva il 2007 e il fatturato era salito a 700 milioni di euro. L'obiettivo era quota 1 miliardo, che avrebbe consentito all'azienda di quotarsi in borsa e insidiare marchi leader come Levi's. «Il resto è invece la storia che tutti conoscono, con il passaggio sotto l'amministrazione di un fondo cinese, con Rossi e Hassan sempre più chiusi nelle loro stanze e il caos sostituito da un ordine che sembrava aver depresso la creatività».
LE LACRIME DI HASSAN. L'ultimo capitolo del racconto è ambientato nella roulotte che i lavoratori ormai a spasso avevano installato con l'aiuto dei sindacati, dopo l'abisso che si aprì nel 2009. «Erano i primi di dicembre del 2011», è l'epilogo, «quando Wicky un giorno passò in auto davanti alla roulotte. Ordinò all'autista di fermarsi e salì sulla roulotte. «Mi dispiace che sia finita così», disse in lacrime ai suoi dipendenti, e piansero tutti insieme. Gli rimaneva poco da vivere, perché la malattia stava finendo di consumarlo. Morì a Roma due settimane dopo, da presidente di una Sixty che non era più quella che amo ricordare».
ZERO PROSPETTIVE. E oggi, qual è la prospettiva che attende le centinaia di ex Sixty rimasti senza lavoro? «Personalmente», annota D'Andrea, «tenterò di trarre profitto dalla mobilità per cercare un nuovo impiego. In generale, non muore soltanto quell'esperienza della Sixty, ma tutto il tessile è scomparso. E per tutti coloro che vissero gli anni ruggenti, non vedo un futuro».
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