«Io ce l’ho fatta, ma penso sempre alla mia amica Elisa»

23 Aprile 2016

Aurora Paraninfi, di Lecce nei Marsi, è sopravvissuta all’incidente del pullman degli studenti dell’Erasmus: il ricordo di quei giorni drammatici e gli incubi di oggi

LECCE NEI MARSI. Ha sostenuto un esame una settimana dopo il tragico incidente ed è voluta rimanere a Barcellona per continuare l'Erasmus pensando alla sua amica Elisa.

Aurora Paraninfi, 23 anni originaria di Lecce nei Marsi, ma residente a Roma, ha la forza di un gigante racchiusa in un corpo minuto. C'era anche lei un mese fa su quel pullman maledetto che da Valenzia tornava a Barcellona con a bordo universitari provenienti da tutto il mondo.

Era con le amiche che aveva conosciuto a gennaio quando è arrivata in Spagna. Doveva essere l'opportunità per conoscere nuove persone, imparare la lingua e confrontarsi con i suoi coetanei. Alla fine, invece, è stata una grande lezione di vita che l'ha cambiata e l'ha fatta crescere.

L'abbiamo raggiunta via Skype nella sua casa a due passi dall'università dove ora vive con la mamma Orietta a Barcellona per aiutarla. «Resterò fino a giugno», racconta con il sorriso Aurora, «sto al quinto anno di Medicina e sono qui grazie a una borsa di studio. L'ho desiderato tanto, mi piaceva questa nazione».

Una volta arrivata in una delle città d'Europa più gettonate dai giovani, Aurora ha iniziato a conoscere nuovi amici, molti dei quali italiani. «Ho trovato da sola casa e ho cominciato a muovermi», continua, «ho conosciuto tanti ragazzi con i quali mi sono trovata subito bene. L'organizzazione Erasmus ci propose di andare a Valenzia per una gita organizzata. Non si perdeva molto tempo, un solo giorno. Alla fine mi sono detta “perché no?”, e sono andata».

L'occasione per la vulcanica ventenne era ghiotta e come lei tanti altri studenti avevano deciso di partire per il festival dei fuochi d'artificio di Las Fallas. «Siamo arrivati a ora di pranzo, abbiamo visitato Valenzia e la festa dei fuochi e siamo ripartiti», ricorda Aurora tutto di un fiato come se nella sua mente stesse rivivendo quei momenti di spensieratezza, «non so bene che cosa è accaduto. Al momento dell'incidente dormivo, mi sono svegliata con i rumori dell'impatto. Poi mi hanno portato in un ospedale lì vicino e ho iniziato a capire anche se non pensavo fosse una cosa così grave».

Una volta arrivata in ospedale, Aurora doveva essere sottoposta a un intervento, ma lei si è opposta perché sola e senza un punto di riferimento. Non sapeva ancora dove fossero le sue amiche e i suoi amici e continuava a rassicurare i genitori.

«Non ho voluto che mi operassero», riprende la studentessa, «mi sono opposta e poi mi sono fatta trasferire a Barcellona. Ai miei dicevo di non venire che non era nulla di grave, ma non mi rendevo conto. Poi sono arrivati e mi hanno ingessato la gamba e operato al braccio. Mi sentivo colpita in ogni parte del corpo. Avevo un "ficozzo", una ferita sul gomito, lividi sulle gambe, mi faceva male il petto. E qualche giorno dopo ripensandoci ho detto a mia madre: “comunque era bella la festa!».

Al dolore fisico si è aggiunto poi anche quello per la perdita di due amiche con le quali Aurora aveva condiviso i primi mesi a Barcellona. Tante emozioni, tanti ricordi e tante risate che nessuno potrà più toglierle dalla mente e dal cuore. «Penso sempre a Elisa, con lei avevo legato di più, eravamo partite insieme», afferma ora con un filo di voce, «e anche a Francesca Bonello. È assurdo perché siamo state poco tempo insieme, ma vivere tutti i giorni a contatto in una città dove non conosci nessuno ti fa unire ancora di più. Loro per me, anche se le conoscevo da poco, erano dei punti di riferimento».

Una gamba ingessata e un braccio bloccato da un tutore non hanno fermato la tenace Aurora che a una settimana dall'incidente è andata all'università accompagnata da mamma e fidanzato per sostenere un esame. «Mi hanno contatto dall'ufficio Erasmus», precisa, «ho detto che volevo restare e l'ho ripetuto anche ai miei. Ho parlato con un prof per un esame, mi ha rassicurato spiegandomi che c'erano due sessioni e allora mi sono detta: perché non provare? Sono arrivata all'università sulla sedia a rotelle, lo dovevo fare perché era il mio modo per ripartire».

Ora Aurora ha tolto il gesso e sta cominciando la fisioterapia. Tra qualche giorno la mamma tonerà a Roma e lei continuerà il suo percorso di studi fino a giugno. Poi in Italia l'aspettano una tesi e una specializzazione in Cardiochirurgia. Questa esperienza tanto desiderata e tanto attesa doveva darle l'opportunità di affacciarsi al mondo e invece l'ha anche cambiata interiormente: «Sono partita con degli obiettivi e un'idea di questa esperienza che è cambiata dopo l'incidente. Sono cresciuta molto».

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