Lenarduzzi, il papà Erasmus nobile “figlio” di Marcinelle

Un simbolo del riscatto italiano nel racconto dell’ex eurodeputata Monica Frassoni
Un “figlio” di Marcinelle, il padre dell’Erasmus, ovvero quell’esperienza di studio all’estero che forma tanti giovani europei. Primo di otto fratelli, in una famiglia che versava in condizioni di povertà assoluta. La storia di Domenico Lenarduzzi, primogenito di un lavoratore friulano giunto in Belgio nel 1946 a cercar fortuna nelle miniere di carbone di Charleroi, incarna il riscatto di migliaia di migranti italiani e abruzzesi all’Estero. Uomini partiti nel secolo scorso, con una valigia di cartone in mano e una manciata di sogni in tasca. Una migrazione di vite e aspettative che, ancora oggi, investe tanti giovani laureati che lasciano l’Italia per più fiorenti opportunità lavorative in altri Paesi europei e Oltreoceano. La vita di Lenarduzzi ci arriva attraverso le parole dell’ex parlamentare europea dei Verdi, Monica Frassoni, eletta in Belgio nella legislatura 1999-2004 e in Italia nel 2004-2009. Attualmente presiede la European alliance to save energy. Non è un caso che sia lei a parlarci di Lenarduzzi.
Ci spiega il suo legame con la famiglia?
«Nel 2018 ho scritto, con altre dieci italiane d’Europa, un libro dal titolo “Europee, dieci donne che fanno l’Europa”, tra le quali tra l’altro c’è anche Elly Schlein oltre a Isabella Lenarduzzi, una imprenditrice sociale piuttosto nota qui in Belgio, che ci ha racconta la storia di suo padre Domenico e diversi aneddoti della sua vita straordinaria fino all’invenzione di Erasmus».
Partiamo dall’inizio: chi era Domenico Lenarduzzi?
«Il figlio di un lavoratore friulano che si era trasferito con la famiglia in Belgio, come tanti altri italiani nel Dopoguerra. La famiglia versava in una condizione di povertà assoluta. In famiglia erano malnutriti e soggetti a gravi privazioni, oltre a subire, come tutti gli italiani all’epoca, anche il razzismo della popolazione locale».
Ma Domenico operò un “piccolo miracolo” diventando protagonista di un’ascesa culturale e sociale che lo ha portato ad essere il padre dell’Erasmus. Come ci è riuscito?
«Era l’unico ad aver studiato e a prendere due lauree, grazie a un prete operaio, padre Bruno Ducoli, una figura centrale per la comunità di italiani in Belgio, che ne ha colto le potenzialità fin da adolescente. Facendo le pulizie, come racconta sua figlia Isabella, ha potuto frequentare una delle scuole più famose dell’alta borghesia belga, che gli ha dato l’istruzione e la base necessaria per potere andare all’università».
E poi?
«A causa delle privazioni dell’infanzia, è diventato paraplegico e, dopo l’università, ha trovato lavoro nella Commissione europea che cercava giovani laureati. Dopo qualche anno alla Direzione affari sociali, si è reso conto che, malgrado i dettami del trattato di Roma sulla libera circolazione delle merci e delle persone, la mobilità era ostacolata dal titolo di studio: non c’era ancora il riconoscimento di lauree e diplomi».
È stata questa la svolta?
«Con in mente l’obiettivo di rispettare pienamente il trattato di Roma, creando un’Europa di cittadini che si potessero spostare ovunque, è partito alla conquista di quei Paesi che non solo non erano convinti ma, come la Danimarca, erano decisamente contrari, sulla base del fatto che non consideravano una prerogativa europea quella di occuparsi di istruzione, con la sola eccezione della formazione professionale. Ma la Corte europea di giustizia gli ha dato ragione».
Ha però trovato sulla sua strada l’opposizione dell’Università?
«La sua proposta per lo scambio di studenti e insegnanti con borse di studio è stata prima bocciata dai ministri dell’istruzione, e poi dagli stessi atenei. Decisivo, in questa fase, è stato l’incontro tra Domenico Lenarduzzi e Franck Bianchieri, che era il leader della prima associazione studentesca europea in Europa, Aegee. Avevano la stessa visione e Bianchieri, invitato a pranzo all’Eliseo dal presidente François Mitterrand, lo convinse dell’opportunità di appoggiare il progetto di una borsa di studio per gli studenti che volevano passare qualche mese della loro formazione universitaria all’estero. Da qui prese le mosse il percorso che portò, in breve tempo e tanto lavoro di lobbying per convincere tutti gli attori alla mobilità per insegnanti e studenti, alla creazione dell’Erasmus, il progetto più conosciuto dell’Unione europea».
La storia di Lenarduzzi è un simbolo di riscatto e tenacia...
«Dimostra che da vicende di profondo dolore, duro lavoro e povertà, si può avere un reale riscatto. Come accaduto a moltissimi italiani all’estero. Ha avuto un fortissimo impatto sul modo in cui il Belgio ha gestito il tema della migrazione: molte associazioni e sindacati, anche italiani, come le Acli e la Cgil, hanno cambiato il modo in cui veniva percepito il contributo del lavoro italiano all’estero».
In che senso?
«Entrando nell’ordine di idee di lavorare sulla formazione dei lavoratori e sul loro inserimento nella società belga. Sono tantissimi gli italiani in Belgio: fino a poco tempo fa rappresentavano la prima comunità, adesso sono stati superati dai marocchini. Il tessuto associativo che molti lavoratovi portavano dall’Italia ha avuto un impatto importante sulla società belga. Gli italiani si sono ben inseriti, soprattutto nella seconda e terza generazione. Hanno operato quell’integrazione vera figlia del duro e doloroso lavoro e di tragedie come quella di Marcinelle».
Oggi quella realtà com’è cambiata?
«Una parte sostanziale di questa diaspora italiana (ogni anno ci sono circa 90-100mila giovani che vanno via dall’Italia e una parte importante viene qui) ha fatto strada, si è inserita perfettamente nel tessuto sociale, ricopre incarichi di rilievo. Oggi, per strada, sento parlare continuamente in Italiano. All’inizio, quando mi sono trasferita in Belgio, ero l’unica donna e unica italiana nella mia azienda, adesso siamo in tanti a Bruxelles, tutti laureati che vincono concorsi importanti».
Un abisso, rispetto a 40 anni fa...
«Un abisso costato vite umane, sacrifici e duro lavoro».
Che ne pensa del fenomeno migratorio attuale?
«Sono dell’opinione che, come sempre, nella vita bisogna essere equilibrati. Recenti dati di Unioncamere ci dicono che c’è una richiesta di mezzo milione di lavoratori, di cui la metà non è coperta. Questo ci dice che la nostra economia ha bisogno di nuove forze straniere, ovviamente, ordinate, integrate. Niente barconi».
E il caso della Spagna?
«Credo che l’esempio spagnolo di regolarizzazione dei migranti sia virtuoso. La Spagna cresce 4 volte più di noi. Sarà un caso? Credo di no. La metà della crescita spagnola viene dall’immigrazione regolare e integrata».
È quello che dovrebbe fare l’Italia?
«L’Italia non può presentarsi né come modello alternativo, né come Paese estraneo alla pratica spagnola».
In altre parole?
«In Italia il Decreto Flussi non è una regolarizzazione: disciplina l’ingresso di nuovi lavoratori tramite quote, non riguarda chi è già presente irregolarmente. È lo strumento che l’Italia dice di preferire, ma funziona molto peggio: nel 2025, delle 181.450 persone previste nelle quote, solo il 7,9% si è tradotto in un permesso effettivo».
Sta dicendo che il problema è tutt’altro che superato?
«Si nega la regolarizzazione in nome del rigore, ma non funziona nemmeno la via legale alternativa. C’è anche un paradosso quasi comico: parte della preoccupazione italiana sembra presupporre che i regolarizzati spagnoli possano spostarsi in Italia. Ma i dati dicono l’esatto contrario: nel 2025 la Spagna è diventata la prima destinazione in assoluto di chi lascia l’Italia, superando la Germania».


