Rossi: con la nuova Costituzione le Regioni avranno più voce

7 Agosto 2016

Tour in Abruzzo del presidente della Toscana che si candida alla segreteria nazionale del Pd «Dobbiamo far tornare d’attualità le battaglie storiche del socialismo: uguaglianza, diritti, reddito»

PESCARA. Il suo ultimo libro si intitola “Rivoluzione socialista”, ed è in sostanza il manifesto elettorale del candidato alla segreteria nazionale del Pd Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana.

Rossi è stato venerdì e sabato in Abruzzo, ha incontrato i militanti dei circoli, i simpatizzanti, ha dibattuto di sanità con l’assessore regionale Silvio Paolucci e ieri è stato ospite del Centro.

Presidente Rossi, davvero pensa che sia possibile una “Rivoluzione socialista”?

«Dopo la rivoluzione liberista, che la destra rivendica a ogni passo di avere compiuto, e con esiti non proprio confortanti, si può parlare della necessità di una rivoluzione socialista, nel senso di rimettere al centro una critica delle cose, del capitalismo, per esempio. La sinistra ha disertato da molto tempo questo terreno, e per questo si è trovata senza parole davanti alla crisi del 2008. Ma è anche un modo per mettersi in sintonia con la nostra gente, e far tornare d’attualità la battaglia storica socialista per l’uguaglianza, per i diritti, per la redistribuzione della ricchezza. Ecco, io ho sentito l’esigenza di segnalare, oltre il renzismo e l’antirenzismo, la necessità per la sinistra di recuperare questo suo spirito, non guardando al passato, ma al futuro. E credo che dentro il partito il rimescolamento sia avvenuto e che possano costituirsi due aree, una social-liberale che fa riferimento a Renzi e che si ispira al blairismo e al superamento della contrapposizione destra e sinistra, e un'area di stampo più socialista che vediamo percorrere tutte le socialdemocrazie e di cui abbiamo un esempio interessante nel partito democratico Usa con il caso di Bernie Sanders».

Da qui parte la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd.

«Sì, io penso che ci sia bisogno anche di un uomo nuovo alla segreteria del Pd. Un uomo con un’esperienza che nasce dal territorio e che guardi oltre ciò che la sinistra storica ha fatto. Naturalmente io penso che non tutte le responsabilità della sconfitta storica della sinistra siano riconducibili a Renzi. C’è un’onda lunga nella quale la sinistra ha subìto l’egemonia culturale del liberismo. Adesso penso però che si debba provare a rovesciare un po’ la situazione. Se il socialismo vuole salvarsi deve abbandonare le larghe intere e non deve lasciare lo spazio della critica alle forme irrazionali del populismo».

C’è una “cosa di sinistra” che la sinistra ha dimenticato di fare?

«Trovo che una delle questioni più sensibili riguardi il rapporto con le banche. Io avrei preferito l’ipotesi della nazionalizzazione, come hanno fatto tra l’altro negli Usa. E poi c’è bisogno di dare un segnale che chi ha sbagliato paghi. Qui la spinta di Renzi alla rottamazione si è infranta di fronte alle oligarchie del potere: non si mette in discussione l'assetto di un capitalismo a tratti parassitario, c’è un ossequio a Confindustria un po' eccessivo, mentre con i sindacati...»

E’ rottura o quasi.

«Dal punto di vista simbolico abbiamo rotto con i sindacati. Con loro si deve discutere e anche litigare, ma una forza di sinistra se non dialoga con quelli che devono, e sottolineo devono, essere gli avvocati dei lavoratori..»

Il congresso si sarà nel 2017, nel frattempo ci sarà il passaggio referendario. Lei, da presidente di Regione, come giudica la riforma?

«La riforma del 2001 aveva un punto di debolezza che questa corregge: mancava l’affermazione della supremazia dello Stato, cosa che c’è in tutte le costituzioni, anche in quelle più federali, e questa cosa ha portato a concepire le Regioni come staterelli e a dare il destro, alla destra, per indebolire il ruolo dello Stato. Ora io credo che la riforma sia necessaria e che il Senato possa diventare una tribuna importante per portare i territori nel cuore dello Stato. Questa cosa mi convince».

Lei ha sottoscritto un’intesa con le Regioni Marche e Umbria per la costituzione di una macroregione, nello stesso tempo coordina un gruppo di lavoro della Conferenza delle regioni che dovrebbe elaborare una proposta su questo tema. Non inserire la riduzione del numero delle Regioni nella riforma della Costituzione è stata un’occasione persa?

«Non l’hanno voluta caricare nella riforma, ma questa cosa va fatta. Però è anche meglio che le riforme nascano anche dal basso».

Quante Regioni prevederebbe?

«Dieci, avrebbero la dimensione giusta per confrontarsi nel mondo globalizzato».

Lascerebbe alle Regioni la competenza sulla sanità?

«La sanità è la dimostrazione che le Regioni non sono solo la “sentina di tutti i vizi”. La sanità è un comparto pubblico che rispetto ad altri ha avuto un tasso di rinnovamento straordinario. E’ giusto che sia il governo a fare un’azione puntuale di monitoraggio sulla sanità e che commissari le Regioni inadempienti, però non c’è niente di più politico della sanità e vorrei vedere il governo provare a fare da Roma una riforma della sanità come quella che abbiamo fatto in Toscana, perché bisogna stare sui territori e convincere i cittadini che in certe scelte c’è razionalità».

A volte è più difficile convincere i medici.

«Se i medici li coinvolgi, ti seguono».

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