Tetti di spesa, la ricostruzione di Pierangeli

17 Gennaio 2019

Sanità, la testimonianza dell’imprenditore nel processo sulle negoziazioni 2010 tra Regione e case di cura

PESCARA. Deposizione fiume per il principale teste d'accusa nel processo all'ex governatore Giovanni Chiodi e all'ex assessore alla Sanità, Lanfranco Venturoni, due dei cinque imputati che hanno rinunciato alla prescrizione per sostenere il processo sui tetti di spesa del 2010 per le cliniche private, mentre per Giovanna Baraldi, Francesco Nicotra e Lorenzo Venturini il collegio ha deciso lo stralcio. Luigi Pierangeli, all'epoca dei fatti (2009/2010) presidente dell'Aiop, l'associazione che raggruppa le cliniche private, in cinque ore ha potuto soltanto rispondere alle domande del pm Andrea Papalia: nella prossima udienza del 31 gennaio dovrà essere sottoposto alle domande delle due parti civili e dei difensori dei due imputati. Pierangeli ha preliminarmente spiegato che c’è sempre stata condivisione con la necessità della Regione di rispettare il piano di rientro e tagliare la spesa complessiva, mentre si è contestato con forza la iniqua e non trasparente ridistribuzione dei tagli tra il gruppo Villa Pini e le altre case di cura. Successivamente ha ricostruito con estrema lucidità e precisione quel tortuoso percorso fino alla “forzata” sottoscrizione dei contratti con la Regione Abruzzo.
«A quel punto mi sentii perso: sapevo di firmare un contratto che era il prodotto di situazioni poco chiare e che in quel modo peraltro si cristallizzavano le illegittimità di Villa Pini e nello stesso tempo consistenti tagli per noi, ma non avrei potuto fare diversamente». E per spiegare questa pesante affermazione Pierangeli ha ripercorso le fasi salienti della vicenda, partendo dagli accordi della giunta Del Turco fino a quelli di Chiodi. Lo ha fatto parlando di quei dati inspiegabilmente e ostinatamente negati (nonostante una pronuncia favorevole del Tar sull'accesso agli atti) che avrebbero permesso di comprendere come la giunta Chiodi fosse arrivata a definire quei tetti di spesa. In tutte le riunioni che si susseguirono fino alla delibera del 18 febbraio del 2010 dove venivano stravolte tutte le prospettazioni sulle quali si era sviluppata la discussione. «Abbiamo continuato a sollecitare quei dati anche perché bisognava tagliare le posizioni illegittime».
«Poi il 18 febbraio», continua il teste, «la Regione adotta quella delibera in maniera imprevedibile, operando un drastico taglio in maniera del tutto inaspettata sulle prestazioni erogate a pazienti provenienti da fuori regione». Da un lato, secondo il teste, si utilizzavano dati del 2008 che rappresentavano una condizione di partenza improponibile per arrivare ai tetti di spesa, dall'altro si sceglievano criteri che finivano per premiare quelle strutture che avevano operato in maniera illegittima.
«Scopriamo in delibera», aggiunge Pierangeli, «che ci venivano tagliati gli extra regionali mentre a Villa Pini venivano invece assegnati più soldi: 4 milioni di euro in più rispetto all’intera produzione dell’annualità 2009». E questo senza tener conto che Villa Pini era alla vigilia del fallimento e con l'accreditamento che era stato sospeso. Non solo, ma senza sottoscrivere gli accordi con le regioni confinanti. Poi il teste parla dell'incontro avuto con il manager di Villa Maria, Ettore Sansavini, colosso dell'Emilia Romagna e amico della Baraldi (che aveva lavorato per lui, ma questo venne scoperto soltanto in seguito). «So che hai dei problemi con la Baraldi», riferisce Pierangeli parlando dell'incontro con Sansavini, «che si è lamentata del vostro atteggiamento. Lei dice che stai sbagliando tutto: attento che è molto legata al ministro ed è vendicativa, non la irritare. Adesso loro devono concludere così, poi se tu la smetti ti facciamo recuperare». La risposta fu secca: «Non sono disponibile a subire vessazioni del genere». Qualche giorno dopo arriva la delibera che taglia i soldi alle cliniche. Il clima si era comunque già surriscaldato anche perché c'era stato il blocco dei consistenti crediti delle cliniche, slegati dai tetti di spesa, e la minaccia della sospensione dell'accreditamento. Il 20 aprile 2010 il tavolo delle trattative salta: «Quando capimmo che collegare il recupero della mobilità passiva con il taglio della mobilità attiva non era possibile, abbiamo abbandonato».
Considerato l’ostinato blocco dei pagamenti, la minaccia della immediata sospensione dell’accreditamento e della redistribuzione del budget con le altre case di cura, le parti civili si vedono costrette a firmare i contratti 2010. «Due giorni dopo infatti», dice Pierangeli, «incassai i primi 3,5 milioni e nel giro di 28 giorni 13 milioni di nostri crediti». Nel frattempo era già partita la denuncia in procura per «quella firma carpita».
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