“Bibi files”, il film-inchiesta sul premier che per salvarsi ha venduto l’anima di Israele

2 Ottobre 2026

Nelle sale è uscito il documentario sul processo per corruzione di Netanyahu.

Pur di rimanere al potere ha stretto alleanza con l’estrema destra sionista

Sigari e bottiglie di champagne. Mancherebbero solo ostriche e caviale per mettere insieme i simboli del lusso smodato. Ricchezza ostentata da boss, non da politico. E infatti nel Palazzo del governo di Gerusalemme cubani e bollicine diventano molto di più di un feticcio elitario: sono il prezzo delle accuse di corruzione del governo di Israele, il filo neanche troppo sottile che lega un passato spregiudicato e vizioso al dramma del presente, di cui ha pagato il conto il popolo palestinese. Ci sono voluti due anni e gli sforzi della giornalista Giulia Innocenzi e del Fatto quotidiano per portare in Italia “The Bibi Files”, il docufilm firmato da Alexis Bloom che ricostruisce le indagini per corruzione e abuso d’ufficio contro il primo ministro Bibi Netanyahu. Il documentario, uscito per la prima volta nel 2024, è stato proiettato due giorni fa, in contemporanea, in 130 cinema italiani. Ha fatto sold out ovunque.

“The Bibi files” è un’inchiesta meticolosa, che si articola tra le riprese – trafugate e mai svelate prima – degli interrogatori fatti tra il 2016 e il 2018 al premier, alla moglie Sara (il volto occulto del governo), al figlio Yair e agli altri protagonisti di questa vicenda. E poi le interviste a ex primi ministri, capi dei servizi segreti, amici d’infanzia del premier. Voci e immagini che ricostruiscono la storia della famiglia che ha piegato il destino di Israele alla salvezza delle proprie sorti.

Sigari e champagne, dunque. Le indagini partono dai loro vizi. Il patito di sigari è ovviamente Bibi, mentre Sara ama lo champagne. Quello costoso. Tra una domenica e un venerdì, dice la polizia israeliana, Sara riceve più di 20 bottiglie. Da centinaia di dollari l’una. Il mittente dei regali è Arnon Milchan, magnate israeliano di Hollywood e caro amico del premier. Gli investigatori quantificano il valore di questi regali: circa 250mila dollari. I sigari arrivano nascosti dentro borsoni, le bottiglie di champagne dentro scatoloni o borse frigo. Una vera e propria linea di approvvigionamento, spiegherà agli investigatori il circolo ristretto di collaboratori di Milchan che si occupano di far arrivare a destinazione i doni. È tutto documentato, tutto parte del materiale narrativo del film. Così come le risposte del premier. «Nascondeva i sigari nella borsa?», chiedono gli investigatori al premier. «Forse sì, forse no», risponde. Non ricorda. Eppure Bibi è famoso per la sua memoria prodigiosa.

Davanti alle telecamere dell’interrogatorio, Bibi è magnetico. Anche quando non ricorda, quando nega. Anche quando, di fronte alle registrazioni dei testimoni che lo inchiodano alla realtà dei fatti, continua a negare. Ma Bibi non sarebbe niente senza Sara. La sua Sara. È la terza moglie del leader del Likud, l’unica persona di cui ha assoluta fiducia. La torsione di Israele degli ultimi anni non sarebbe comprensibile senza considerare la partner in crime del primo ministro. Lei gli è sempre rimasta accanto, anche quando, un anno prima delle elezioni del 1996 in cui corre per diventare premier, Bibi ammette davanti alla tv pubblica di aver avuto una relazione extraconiugale. Scopre le carte prima che lo possa fare qualcun altro. Qualcuno nel Likud aveva dei filmati che avrebbero potuto incastrarlo e interromperne l’ascesa. Lui gioca d’anticipo e vince. Nel suo discorso trionfale post elezioni, Sara è di fianco a lui. Lo rimarrà sempre, anche in questo processo, difendendolo a spada tratta contro «la persecuzione mediatica e giudiziaria» a cui sente di essere sottoposta la sua famiglia. Bibi e Sara contro tutto e tutti, come Frank e Claire Underwood, i protagonisti della serie tv “House of Cards” che racconta l’ascesa alla Casabianca di una coppia tenuta insieme dall’ossessione verso il potere.

Sigari e champagne non sono gli unici peccati veniali dei Netanyahu. A Sara piacciono molto anche i gioielli. Un’altra coppia di magnati, gli Adelson – noti anche per i loro rapporti con Trump – le regalano, per l’anniversario delle sue nozze, un bracciale d’oro tempestato di diamanti. Vale 42mila euro. È stata Sara in persona a chiederlo. «Quando lo ha mostrato a Bibi, però, lui le ha detto che era troppo “rumeno” e quindi Sara mi ha chiesto di cambiarlo», racconta Miriam Adelson, che ha scelto il regalo. Sara non è magnetica come Bibi di fronte alle telecamere. Nega di aver mai fatto una richiesta simile, ma non lo fa con la calma glaciale del marito. È agitata, piena di rabbia. Insulta gli investigatori, continua a dire che la sua famiglia è perseguitata. Chiusa in quella stanza senza il suo Bibi, sembra non riuscire a ostentare la sicurezza di sempre. Il tono baritonale del premier, invece, non scende neanche di un semitono mentre nega di sapere qualsiasi cosa dei regali ricevuti dalla moglie. Sempre con lo stesso sguardo magnetico.

Sigari, champagne e gioielli. Qual è la contropartita? Ciò che si può ottenere in cambio da un primo ministro. La testimonianza di Yair Lapid, ministro delle Finanze sotto il governo Netanyahu tra il 2013 e il 2014, è schiacciante. «Mi ha parlato di Arnon Milchan, e mi ha chiesto di far approvare una legge che gli avrebbe permesso di pagare meno tasse. Mi è sembrato strano, perché era un emendamento marginale rispetto al contenuto della legge. E non si era mai interessato a questioni del genere fino a quel momento». La difesa di Bibi: «Non ho mai parlato di Arnon. Se ho suggerito di far approvare quella legge, è stato perché credevo che fosse una buona legge, a prescindere».

Mano a mano che le indagini per corruzione e abuso d’ufficio vanno avanti, la posizione di Netanyahu si fa più difficile. Nel 2019 inizia il processo, due anni dopo perde il potere. È a questo punto che Bibi, pur di tornare in sella, dà in cambio la vera contropartita di questa storia: la democrazia israeliana. Si allea con Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i leader dell’estrema destra sionista. Fino a qualche anno fa non ci avrebbe nemmeno parlato. Ora ha bisogno di loro. Sono gli eredi politici del Kach, il partito nazionalista e sionista sciolto nel 1994 dal governo Rabin, l’uomo degli accordi di Oslo con il leader palestinese Arafat. Rabin fu ucciso a bruciapelo l’anno successivo da un militante dell’estrema destra. C’è un video che gira di qualche tempo prima: un giovane Ben Gvir ha in mano un pezzo di metallo. È lo stemma della Cadillac che ha strappato dalla macchina del primo ministro. «Se siamo arrivati a questo, possiamo arrivare anche a lui», dice sorridente davanti alle telecamere. È stato profetico. Oggi Ben Gvir è ministro della Sicurezza nazionale di Israele, sostiene l’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e nega che esista un popolo palestinese. È l’uomo che ha fatto inginocchiare e maltrattare i volontari della Global Sumud Flotilla, che in uno dei momenti più critici del dramma palestinese è partita verso Gaza carica di aiuti umanitari.

Grazie alla stampella dell’ultradestra, Bibi è tornato al potere nel 2022. Il 27 ottobre le cose potrebbero cambiare: Israele tornerà al voto. Quello che è successo in questi 4 anni è tutto racchiuso nei Bibi files. Le valigette di soldi ad Hamas, i tentativi di soggiogare i media e mettere il guinzaglio alla Corte suprema. È la storia di un premier che per salvare se stesso ha venduto l’anima del suo Paese. Fino a che punto, lo vedremo tra poco più di tre settimane.