Carburanti, il pieno di promesse E il conto lo pagano gli italiani

Le misure tampone producono speculazione e corsa ai prezzi: servono politiche lungimiranti
T’Accise. O, più semplicemente: ti stressa, ti logora, ti uccide. Solo la forza del vernacolo, solo l’eleganza immediata del dialetto ci spiegano in una parola perché l’impazzimento delle accise sui carburanti sta rovinando i più precari equilibri economici nel nostro paese.
Non è una questione di spiccioli, di un centesimo in più o in meno, e neanche il costo totale di un pieno nei nostri serbatoi. Voglio provare a raccontare perché la catastrofe di due giorni fa, quando il famigerato sconto fiscale disposto dal governo si è ancora una volta interrotto bruscamente, determinando la fine dello sconto “concesso” dall’Eni e dalle altre compagnie, ha lasciato su di noi un segno cupo, un problema che non si risolve. Il punto è che non si tratta solo un incidente di percorso, ma di un calvario che stiamo vivendo da mesi, di una telenovela a puntate, un apologo che spiega bene come mai il modo in cui stiamo gestendo la crisi dei carburanti danneggia due volte l’Italia. Decreti, decretini, misure tampone, ordini e contrordini: sarebbe bello poter spiegare che quando con la tua macchina lavori, trasporti gli altri, le merci o vivi, tutto si può accettare tranne che la lotteria. Questa estate siamo arrivati all’assurdo di una misura che veniva varata all’ultimo minuto, e che era destinata a durare per soli tre giorni. Il motivo: bisognava attendere la chiusura del gettito Iva del mese, per capire se nelle casse avevano risorse sufficienti per prorogare lo sconto. Vi ricordate? Per questo avevamo salutato l’annuncio dell’Eni (anche su questo giornale) con un prudente sollievo: conoscevamo i limiti della misura, temporanea, ma almeno (dal primo ottobre) ci eravamo convinti che si mettesse un punto all’esplosione delle tariffe del gasolio (il famoso tetto a 2,19 euro). Subito dopo l’Eni e altre due grandi compagnie (Q8 e Ip) seguivano la via della tariffa “auto regolamentata”, il governo era soddisfatto, Giorgia Meloni assicurava: vedete che la nostra moral suasion funziona?
L’Eni si era fatta una pubblicità (gratuita) enorme e i nostri cronisti raccontavano dei distributori del cane a sei zampe presi d’assalto dalla folla. Adesso – e non siamo arrivati neanche al dieci del mese – scopriamo che sono saltati in una sola notte le due gambe su cui si reggeva quel traballante tavolo tariffario: prima la riduzione di sei centesimi coperta dal governo. E, subito dopo (per ovvia conseguenza) la tariffa autoregolata delle compagnie: se tu non mi garantisci lo sconto, dicono Eni e le altre sorelle al governo, io mi devo rivalere sui cittadini. E così l’auto regolamentazione va subito a farsi benedire e il prezzo fissato da Eni sale dalla mattina alla sera (come è successo ieri) a 2,25 euro, portandosi dietro una impennata dei prezzi di tutti gli altri esercenti. Quasi irrilevante la correzione che arriva in serata.
Capisco lo spirito, e le condizioni in cui questo accade, ma dopo tutto quello che è accaduto la risposta che ha dato il governo non risolverà il problema: «Noi siamo sempre pronti a intervenire di nuovo», ha detto infatti Giorgia Meloni da Cipro, «particolarmente con il meccanismo delle accise mobili. Al mese di settembre», ha aggiunto, «abbiamo circa 170 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo». E subito dopo: «Ci stiamo interrogando se sia più efficace spendere quei milioni in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerle come provvista quando dovessero terminare quelle misure. Dipende anche dalla tenuta del price cap. Vediamo cosa accade nelle prossime ore. Spero», ha concluso, «che nelle prossime ore si possa ripristinare pienamente il price cap, poi la valutazione andrà fatta a valle». A valle? Sentite Matteo Salvini: «Al ministero dell’Economia e delle Finanze», ha detto, «abbiamo chiesto di predisporre le coperture necessarie per far fronte ad ulteriori 50 milioni di euro per richieste aggiuntive di contributi trasmesse dalle imprese». E subito dopo: «Abbiamo chiesto al Mef un adeguamento della normativa sui tempi di utilizzo del credito d’imposta». Ma come? Il governo chiede a se stesso? Frasi che dimostrano come ieri l’esecutivo fosse nel pallone.
Il problema (lo sanno bene ormai, al governo) è che la “febbre da carburante” è come un enorme incendio che non si può fermare con due pezze umide e un idrante. Dovremmo tutti chiedere scusa a quegli italiani che il primo ottobre si sono messi in fila intasando i distributori. Altro che «comportamenti irrazionali»: come scrivevo in quelle ore, avevano ragione loro. Ha ragione chiunque scommetta sull’incertezza, perché ogni misura-tampone a tempo, in un mercato che è governato solo dall’incertezza, produce speculazioni, mosse di copertura precarie, rincorsa dei prezzi.
Ieri Gianni Murano, il presidente degli esercenti (Unem) mi diceva: «Gli italiani non devono perdere la testa: devono avere la pazienza di andare a cercare il distributore meno caro, ce ne sono 22mila, in Italia, i prezzi buoni si trovano». Ma ci prendete per scemi? E uno che resta a secco esce dall’autostrada e si mette a cercare? Risposta: «Vede? Io non faccio più benzina in autostrada da anni». Non c’è bisogno di commentare.
Anche per questi saliscendi la nostra inflazione è una delle più alte in Europa (abbiamo toccato quota quattro e rotti) gli spread si sono rimessi a salire (ieri 115), gli italiani si sentono intrappolati in una enorme lotteria.
Domanda: come può resistere a questo saliscendi un governo che annuncia misure decisive declinandole al dubitativo? Ma soprattutto: come si fa a non capire che alle compagnie Oil&Gas non si può chiedere un codice di autoregolamentazione? Non sono un convento di orsoline, sono colossi che giocano sui mercati, come dei brokers in una sala di borsa. Chiedere il codice di auto-regolamentazione sulle tariffe a loro (come dovremmo aver capito in questi mesi) è come chiedere al lupo di essere carino con Cappuccetto rosso. Noi ospitiamo in questo stesso giornale un’intervista in cui l’ex ministro Stefano Patuanelli propone di imporre un prezzo per decreto. Impossibile? A quanto pare no, se è vero che, come sanno molti italiani di confine che vivono da frontalieri, questo già accade (senza troppi clamori) in Slovenia (tariffa bloccata a 1,8 euro!).
In queste ore chi viaggia e lavora con la macchina si sente come la proverbiale rana nella pentola: le tariffe salgono come la temperatura, e quando capisci che ti stanno facendo bollire è troppo tardi. Se poi a qualcuno non piace “la via slovena”, c’è la scelta ancora più drastica (l’ha raccontata su questo giornale il nostro Sam Mullen), quella adottata dalla Gran Bretagna: tutte le compagnie petrolifere sono tassate alla fonte, del 78% dei fatturati! (Fatturati, non profitti). Una misura bolscevica? Per nulla: l’ha adottata un premier conservatore e miliardario, Rishi Sunak. Non è caduto il mondo, nessuno ha raccolto il grido di protesta delle compagnie, e adesso i laburisti stanno pensando addirittura di aumentare la soglia di imposizione e usare il gettito per assistere i cittadini nella crisi: a mali estremi, estremi rimedi, un paese in cui il governo deve fare salti mortali per far quadrare i conti non è un paese sano.
Quello che ci uccide non sono i centesimi, ma l’incertezza, lo stillicidio, l’assoluta impossibilità di progettare, di credere alle parole e alle promesse. Non ho motivi per pensare che un altro governo farebbe miracoli, ma abbiamo un precedente: il governo Draghi (sostenuto da tutti tranne che da Fratelli d’Italia) spese 7,3 miliardi di euro per poter ridurre le accise, senza nessun variazione per otto mesi consecutivi. Un costo enorme, ma rispetto ad oggi, perlomeno efficace.
A produrre il risultato non era solo l’importo investito, ma la garanzia. In quei tempi la Meloni girava un efficacissimo video da piccola benzinaia chiedendo al governo di tagliare le accise. Oggi, il suo governo, sulle accise ci balla. Ma un paese senza più certezze – purtroppo – è un paese senza futuro.
