l’editoriale

Cencelli, io non ero un lottizzatore ma un democratico

10 Agosto 2026

Morto l’inventore dell’omonimo Manuale che ha fatto storia

L’incontro con una torta, una brigatista e l’allarme in Senato.

Un presidente della Repubblica emerito, una brigatista, una torta, l’allarme anti-incendio e lui: l’inventore del Manuale. Ieri, nel giorno in cui ci ha lasciato – a novant’anni – mi sono ricordato che Massimiliano Cencelli (un piccolo genio di cui sarei diventato amico l’avevo conosciuto così). Il suo nome era diventato una piccola leggenda della politica italiana, un sostantivo e un aggettivo, a volte un anatema, ma la sua storia, orgogliosamente democristiana era questa, la leggenda del “Cencellismo”. Lui mi bacchettava: «Sentite, poche chiacchiere: la vera democrazia è fatta di rapporti di forza e composizione di interessi. Se non è questo ci sono le dittature». E ancora: «Il cosiddetto “manuale Cencelli” è uno strumento complicato, perché è complicata la democrazia: nel tempo dei capi e dei capetti decide tutto uno solo. Pensa che orrore, per me!». Fantastico.

Ma, per un attimo, torniamo a quella torta, quel giorno, nel lontano 1998, al Palazzo che sto per raccontare. Il 26 luglio di quell’anno Francesco Cossiga compiva 70 anni.

Mi aveva chiamato Andrea Monti (che era il mio direttore a Sette, Il Corriere della sera) e mi aveva detto: «Chiama Cossiga intervistalo». L’interessato accettò, e io pensai (scelta gravida di conseguenze) di presentarmi con una enorme torta a forma di scudo crociato, con un piccone di glassa inserito in uno scudocrociato di marzapane rosso. Le foto in un settimanale contano come (e talvolta più) delle parole.

Ecco i fatti, quasi inverosimili. L’appuntamento era nello studio di Cossiga, da ex presidente, a Palazzo Giustiniani, nelle pertinenze del Senato, a Roma. Il giornale mi aveva inviato come fotografo Gerald Bruneau, artista francese, ancora oggi uno dei più grandi ritrattisti che io conosca. Ma Bruneau era anche (oggi come allora), il marito di Adriana Faranda, ex militante delle Br, che all’epoca (appena uscita dal carcere) lo accompagnava come inseparabile collaboratrice. La Faranda – ovviamente – appena arrivata era stata trattenuta dalla polizia per lunghi minuti: fermata all’ingresso del palazzo senatoriale, dopo aver presentato il suo documento. Gli agenti di pattuglia erano rimasti vagamente increduli nel ritrovarsi davanti, sotto le vesti di “assistente fotografa”, una delle più celebri ex ricercate donne delle Brigate Rosse.

Così Cossiga aveva dovuto telefonare di persona al responsabile della sicurezza dell’ingresso: «È tutto a posto, fatela salire subito da me!». Appena era entrata nel suo studio, per alcuni minuti, si era dedicato solo a lei: «Come sta, Adriana, quella sua bimba di cui leggevo nei rapporti di Polizia?». La Faranda aveva sospirato: «Ormai è una donna, presidente. Siamo invecchiati tutti». E quel “tutti” esprimeva, in qualche modo, uno strano sentimento reducistico che pareva affratellarla all’ex ministro dell’Interno che (con tanto metodo) vent’anni prima le aveva dato la caccia.

Cossiga, cogliendo quella sfumatura, aveva assentito con tono grave: «Eh, già». Era appena nato il governo Cossutta-Cossiga, quello che avrebbe mandato Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, e che avrebbe visto partecipare le nostre forze armate alla guerra del Kosovo.

Cossiga aveva da poco fondato la sua Unione per la Repubblica (Udr), rendendo possibile quella nuova maggioranza con la sua pattuglia parlamentare: «Solo io, che nella Guerra Fredda ho combattuto il comunismo – mi aveva detto – posso ora portarlo al governo! L’Udr era una quintessenza della Dc esattamente come il Pdci di Armando Cossutta, (l’altro alleato), una riduzione omeopatica del Pci. Non era forse, il presidente emerito, l’ultimo rappresentante di quella che Gianpaolo Pansa aveva soprannominato la “Balena Bianca”? L’ultimo grande dinosauro del potere italiano, lo scriba principe dell’età dei faraoni?

Avevo fatto preparare dalla pasticceria “Giolitti” quella enorme torta da venti chili a forma di scudocrociato, sperando che Cossiga non la trovasse sacrilega (ma non potevo immaginare le conseguenze che avrebbe prodotto questa scelta).

Avevo incaricato la mia ragazza dell’epoca, Betta Fonck, di portarla dalla pasticceria: quando le avevano domandato se preferiva gli stoppini da interni o da esterni, per le candeline, aveva scelto le seconde, perché gli avevano assicurato (vero) che la fiamma avrebbe tenuto di più. Più o meno a mezzogiorno, la torta (e Betta) avevano fatto il loro ingresso trionfante a Palazzo Giustiniani, di fronte ai commessi curiosi (ma diffidenti) e alla scorta del presidente, ancora più perplessa. Gli agenti, scrupolosissimi (li avrei conosciuti bene, a cominciare da Mario Carta, uno dei caposcorta), avevano addirittura chiesto di ispezionare il pacco della pasticceria. Troppe cose fuori posto: un ragazzino giornalista e un presidente emerito, una ex terrorista e una torta misteriosa. Ovvio che non gli tornasse. Mentre intervistavo Cossiga, il presidente aveva citato il nome di Cencelli: «Maestro di politica e di vita. Genio della politologia!». Lo faceva per spiegare che la sua Udr avrebbe preso parte a un governo solo se fossero stati rispettati i «buoni precetti del suo manuale». Mi aveva anche detto: «Molti, erroneamente, e seguendo una vulgata da analfabeti, pensano che il manuale Cencelli sia una banale equazione spartitoria. In realtà è un metodo, uno strumento di conoscenza profonda della politica!». E poi, con una punta di malizia, Cossiga mi aveva chiesto: «Ma tu lo conosci Cencelli, Luca?». Ero caduto nell’errore in cui fino a ieri incorrevano in tanti: «Ma non è morto?». Avevo spiegato che sapevo bene cos’era il Manuale, anche se non ero mai riuscito a trovare una copia dell’edizione (vero, già all’epoca era una rarità bibliografica) del libro intervista del giornalista Renato Venditti pubblicato dagli Editori Riuniti nei primi anni Ottanta. E avevo aggiunto che nulla sapevo della vita del suo autore dal momento successivo alla scrittura, fino alla scomparsa. Cossiga mi aveva fulminato: «Stai scherzando? Massimo è sano come un pesce. Un ragazzo!». Si era fatto una grandissima risata, poi era andato alla scrivania, aveva composto un interno del Senato, tuonando con la sua voce più teatrale: «Dottor Cencelli, mi può fare la cortesia di salire? Vorrei presentarle un giovane giornalista che ha immediato bisogno di conoscerla». Subito dopo aver attaccato il telefono aveva commentato soddisfatto: «Siamo fortunati: sta salendo!» Per non fare altre brutte figure, mi ero trattenuto dal chiedere: «Da dove?». Subito dopo, gli eventi erano precipitati. Qualcuno aveva bussato alla porta, e Betta aveva fatto il suo ingresso nella stanza, compita ed elegante, con la nostra torta scudocrociatosa. Poi, la mia ragazza e la portavoce di Cossiga avevano iniziato a piazzare, con cura, le candeline sopra la glassa, facendo attenzione a non infrangere il simbolo. Quindi la porta si era di nuovo aperta e aveva fatto il suo ingresso sulla scena un uomo di mezza età, con un’aria molto giovanile, subito salutato da un grido del presidente emerito: «Ooooohhhh! Massimiliano!» Quindi le candeline erano state accese. Cossiga si era avvicinato allo scudocrociato per soffiarle, e qui, sorprendentemente, la scena era deflagrata nell’imponderabile. Gli stoppini da esterni, e le fiammelle, forse per qualche misteriosa interazione con le correnti dell’impianto di areazione del Senato, avevano prodotto subito una vampata e una nuvola di fumo fittissimo e chiaro. La stanza era come calata nella nebbia. Un allarme antincendio aveva iniziato a suonare. Gli uomini della scorta di Cossiga, che stazionavano davanti alla porta, come se i loro sospetti fossero stati confermati, avevano fatto irruzione con un tempismo incredibile, pistola in pugno (in mezzo alla nuvola di fumo) buttandosi sull’incolpevole Faranda. Cossiga, tranquillissimo, aveva preso Cencelli sottobraccio, com’era sua abitudine, e si era messo a soffiare su quelle fiamme, ottenendo l’effetto di aumentare la combustione (invece di sedarla). Rideva, felice come un bambino, e Bruneau, quasi ipnotizzato dalla scena, aveva scattato a raffica con certi suoi obiettivi grandangolari che (complici le luci) avevano dato una resa sensazionale agli scatti. In pochi secondi la scorta aveva capito tutto, la Faranda era stata scagionata, le candeline spente, e lo scudocrociato di glassa era stato sporzionato e ingerito dai presenti. Lieto fine e dolce sottofinale. Finita l’intervista a Cossiga, rimasi a parlare con Cencelli. Era un democristiano di sinistra, non abitava nel Palazzo, ma lavorava a Palazzo Giustiniani.

Quando aveva scritto il suo testo aveva poco più di vent’anni. Mi diceva: “Ma lo sai che il manuale Cencelli è nato quasi per scherzo?”. Presi subito l’appuntamento per una intervista, perché la storia mi incuriosiva.

Ricordo ancora che il direttore di Sette, nel suo ufficio di via Solferino, poggiando l’occhio con il lentino sui negativi delle foto con fumo e torta, aveva detto: «Raddoppiamo l’impaginazione!». Dilemma. Avrei potuto omettere i dettagli più granguignoleschi e limitarmi all’intervista politica. Ma avevo deciso di raccontare tutto (“arresto” della Faranda compreso). A parte gli altri sviluppi, ecco il paradosso: io avevo regalato la torta a Cossiga, e Cossiga mi aveva regalato Cencelli. Avevo potuto fare la conoscenza di quest’uomo squisito, colto, malato di politica come tanti di noi, e attraversato da un’irresistibile bonomia romanesca che lo segnava, fin dall’inconfondibile timbro vocalico dell’intercalare preferito: «Ahò!». Diventammo amici. Sette anni dopo Massimiliano Cencelli diventò (insieme a una giovanissima Giorgia Meloni!) il giudice di gara del mio primo programma televisivo, Tetris (che da Raisat passò a La7). La storia di quel manuale Cencelli la raccontava così: «Ero “il ragazzo di bottega” nella segreteria del ministro Sarti. Lui tornava estenuato dalle riunioni delle nostre correnti Dc – spiegava ridendo – e diceva cose del tipo: «Per tre nomine abbiamo sfiorato l’abisso!». E io: «L’abisso?». E lui: «Vabbé, la rissa! Sarti era un democristiano molto forbito, quando parlava». E poi? «Una sera, partendo da un contenzioso sulle nomine di sottosegretari e ministri, presidenti di commissione e segretari d’Aula del Parlamento, butto giù – quasi per scherzo – un’equazione matematica». Una formula? «Esatto: attribuendo un valore ad ogni nomina, si poteva dividere meglio i posti a disposizione di ogni corrente». Risultato finale: «Sarti mi disse entusiasta: “Abbiamo applicato il tuo manuale! Ha funzionato perfettamente! Nessun contenzioso. Hai creato un metodo che resterà nella storia!”». Eravamo nel pieno degli anni Sessanta, un ventenne per scherzo aveva trovato il modo di far quadrare il cerchio. Cencelli era seccato: «Pensa che c’è ancora qualcuno convinto che io sia già morto!». Rimasi muto e mi vergognai in silenzio.

La cosa stupefacente è che Cencelli (a Tetris) rivelò molte doti: era arguto, colto, puntuale, sempre ironico. Il suo inconfondibile timbro, le pause e le accelerazioni del suo argomentare lo trasformarono subito (lui, vissuto nell’ombra!) in un personaggio televisivo. Filtrare il mio racconto dell’età berlusconiana con il suo sguardo mi fu utilissimo per il mio lavoro di inviato e redattore parlamentare. Se avevo un dubbio su qualcosa mi bastava alzare il telefono e chiamare il suo numero al Senato.

In quegli anni in cui l’ho conosciuto, la sua storia, il suo passato e la sua fama gli avevano regalato, con la fine della Dc, una dote di cui pochi politici dispongono: era assolutamente libero da qualsiasi vincolo che non fosse quello della sua coscienza.

Un galantuomo della prima Repubblica, che spesso era considerato un demone: «Il clientelismo nasce con il manuale Cencelli!», scrivevano molti commentatori, di destra e (soprattutto) di sinistra. E lui, quasi divertito: «Ahò, sarebbe come addí che Einstein è responsabile pe’ la bomba atomica!». Come rideva.

La cosa interessante è che, quando quel giorno il presidente gli aveva affettuosamente intimato di salire, Cencelli non proveniva da qualche soprannaturale Ade democristiana, ma più prosaicamente dal piano di sotto. Ovvero dallo studio dell’allora presidente del Senato (anche lui democristianissimo), Nicola Mancino, dove all’epoca lavorava. Massimiliano Cencelli ne era il capo segreteria, e se (a prima vista) poteva certo stupire che un uomo già simbolo potesse svolgere lavoro impiegatizio da grand Commis d’état, in realtà “il Cencelli autore” conviveva molto serenamente con il “Cencelli lavoratore”.

Grazie ai miei due librai preferiti di Porta Portese, Rocco e Vincenzo, della libreria Simon Tanner (oggi sono emigrati in Abruzzo a Gagliano Aterno) riuscii finalmente a procurarmi il libro di Venditti. Scoprii che quel saggio era qualcosa di più di una curatela: un libro nel libro che, attraverso le equazioni del manuale, raccontava la storia di un trentennio cruciale della Democrazia Cristiana (e quindi della Repubblica). Proposi all’editore Francesco Aliberti di ripubblicarlo (accettò subito) e chiedemmo a Cencelli se era disposto: ne fu entusiasta. Era come dedicarsi alla storia di una civiltà sepolta, e studiarla faceva lo stesso effetto che in me produceva la storia della successione dei faraoni egizi ripassata con mio figlio Enrico: ma quanta ricchezza in quel patrimonio, e che lezione per la democrazia! Se la storia democristiana era diventata (nei tempi della Seconda repubblica) come la riscoperta di una civiltà scomparsa, il manuale Cencelli era l’equivalente di ciò che, per l’egittologia, era stata la stele di Rosetta scoperta da Champollion: il codice per comprenderla.

La sua intervista alla giornalista Mariella Venditti: un libro, nel libro, che aggiunge un nuovo capitolo alla saga, e declina il potere del manuale nella Seconda Repubblica. Che saggio che avrebbe potuto scrivere Umberto Eco, davanti ad un metatesto così complesso.

Eppure, in quella sintesi folgorante che mi aveva consegnato il giorno della torta, Cossiga aveva davvero ragione: “il Manuale Cencelli”, ben oltre le sue regole algebriche, non è una formula ma un metodo. È una chiave per interpretare la politica in ogni luogo e in ogni tempo. L’essenza del Cencelli non è un sistema di regolette immaginato per definire “il criterio spartitorio” delle cosiddette “poltrone”. È altro: ovvero la capacità di analisi che devi avere per comprendere i rapporti di forza più segreti che regolano gli equilibri di potere. Per questo anche le polemiche amabili di un amico-rivale democristiano come Bartolo Ciccardini su Il Popolo, e le sue battute (vere) tipo: «Il manuale Cencelli era un sismografo molto sensibile e generoso nel registrare i progressi della corrente Sarti, guardacaso quella a cui Cencelli apparteneva!”)». Stoccate brillanti ma fuori luogo. In politica la conoscenza e l’analisi non producono potere: ne sono l’intima essenza. Adesso, però dovete tornare all’aneddoto di Palazzo Giustiniani, calarvi nell’atmosfera istituzionale del Palazzo, integrarla con il racconto di Cencelli a Mariella Venditti. Per un attimo fatevi attraversare da questa suggestione topografica: nel 1999 a Palazzo Giustiniani avevano i loro uffici i senatori a vita Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Sullo scranno più alto di Palazzo Madama sedeva ancora Nicola Mancino. Nella sua segreteria lavoravano Cencelli e un giovane collega come Giovanni Grasso (professionista straordinario e umanissimo, collega stimato da tutti) attuale portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quando Cencelli voleva consultarsi con qualcuno non aveva bisogno di fare una telefonata: gli bastava traversare un corridoio. Un cortocircuito di saperi raffinatissimi, celebrati da quella torta, quasi senza saperlo. In trecento metri quadri erano concentrati tutte le vite (e tutti i segreti) della Repubblica, nel bene e nel male, tutto il bagaglio umano e politico dell’arte di governo democristiana che Marco Damilano ha riassunto splendidamente nel suo “Democristiani immaginari”, e Filippo Ceccarelli ha celebrato nel suo archivio: cito non a caso i lavori di due maestri di giornalismo perché sono il complemento ideale di quel volume, per chi vuole capire cosa fu davvero la Dc nel suo rapporto con le istituzioni. Una rete sopravvissuta alla fine del partito e a due Repubbliche!

La democrazia, in un Paese complesso come l’Italia, ha bisogno (anche) di questa stratificazione, di questa ricchezza. Abbiamo per anni immaginato il cambiamento, l’evoluzione delle nostre istituzioni, raccontato perfino con una punta di impertinenza la classe dirigente di cui Cencelli era diventato l’ultimo dinosauro, l’ultima memoria. Adesso che (dopo il tempo della rottamazione, quello del Vaffa e di “Telemeloni”) le stanze del potere sono state svuotate dagli inquilini della storia, per essere sostituiti dall’alta febbre del nulla, ora che Massimo non c’è più, il Manuale Cencelli è diventato il reperto e codice criptato di una stagione felice. Oggi Cencelli è un fantasma, il manuale è davvero un libro metafisico, un piccolo grande valore per traversare, con i piedi per terra e la memoria di ciò che è stato, la stagione della rabbia demagogica e quella del bipolarismo al cianuro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA