Cottarelli: «Il problema sono i salari. Perso il potere d’acquisto»

L’economista invita a non drammatizzare: «Vediamo cosa succede con Hormuz. Il petrolio poteva salire ancora. Canali alternativi hanno calmierato i prezzi»
L’AQUILA. «Non c’è da drammatizzare. Ne abbiamo passate di peggio!». L’economista Carlo Cottarelli, già direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, editorialista e politico, la butta sull’ironia. E, pur in un quadro congiunturale difficile, sul piano nazionale e mondiale, prova ad analizzare i numeri con grande lucidità.
Professor Cottarelli, l’inflazione al 4,2% non la spaventa?
«Nel 2022 l’inflazione era al 10%, nel 2021 al 6%. Se guardiamo bene i dati, l’economia in fondo sta crescendo, come certifica l’Istat che ha rivisto al rialzo il Pil. Tra qualche giorno il Governo dovrebbe uscire con i numeri ufficiali della crescita del Pil prevista intorno all’1%».
Ed è sufficiente?
«No, ma non userei toni allarmistici. C’è una parte dell’economa italiana che non è messa bene, questo è vero».
A chi si riferisce?
«Ai lavoratori dipendenti che non hanno recuperato il potere d’acquisto perso tra il 2021 e il 2022, quando il reddito medio è sceso del 13% in conseguenza dell’inflazione».
Tantissimo...
«Un bel botto. Successivamente si è avuto un recupero, con i salari che sono aumentati leggermente. All’inizio del 2026 il potere d’acquisto era dell’8% inferiore al livello di inizio 2021. Con il nuovo aumento dei prezzi, il recupero ha perso terreno di nuovo».
Da cosa dipendono queste oscillazioni?
«Il problema reale sono i salari che crescono poco rispetto all’inflazione, mentre i prezzi continuano ad aumentare. Con conseguenze negative per la fascia media consistente».
Come arrestare la corsa dei prezzi?
«Se escludiamo energia e vegetali freschi, il resto dei prezzi cresce poco: nel 2021-22 gli aumenti riguardavano tutte le voci di spesa, in modo indifferenziato».
Quindi, non c’è da sperare in un’inversione di tendenza?
«Vediamo cosa succede con lo stretto di Hormuz. Il costo dell’energia è cresciuto molto, ma in fondo è già una buona notizia che non siamo arrivati ai 200 dollari al barile. Ci si poteva aspettare anche un aumento maggiore, vista la situazione. Per fortuna, si sono creati canali di fornitura alternativi che hanno contribuito a calmierare i prezzi».
Il governo cosa dovrebbe fare in questo momento storico?
«Andare a Lourdes. Non sapere una cattiva idea... (ride)».
E dopo Lourdes?
«Battute a parte, ci vogliono interventi mirati. Bisogna dare soldi a chi è in difficoltà ed evitare provvedimenti sporadici come il taglio delle accise».
Perché?
«Si danno soldi a chi non ne ha davvero bisogno. Gli aumenti del prezzo della benzina impattano sul bilancio familiare, in media, dell’1%, al massimo del 2%. Per le famiglie risulta molto più oneroso l’aumento del carrello della spesa».
Ritiene?
«Le do qualche numero. Una famiglia media spende intorno ai 500-600 euro al mese per i beni di prima necessità. È su queste voci che bisogna intervenire, non dare soldi a pioggia a tutti. Anche la decisione dell’Eni di abbassare i prezzi non agisce solo sul ceto medio, ma anche su chi sta meglio. Ma mi permetta una riflessione...».
Prego.
«Bisogna viaggiare di meno. In tempi di magra anche le famiglie devono rendersi conto che c’è da tirare la cinghia».
Dicevamo del governo...
«Dovrebbe varare interventi mirati reperendo le risorse nell’efficientamento della spesa pubblica e incoraggiando le imprese che hanno spazio per aumentare i salari».
Ci sarà un’ulteriore perdita del potere d’acquisto, nell’immediato?
«Pesano i beni energetici. La buona notizia è che l’inflazione di fondo resta bassa e quindi si può pensare che passato lo choc delle interruzioni dello Stretto di Hormuz per la guerra in Iran ci sia un ritorno a tassi di inflazione inferiori al 2%. Però, certo, superare la soglia del 4% non è una buona notizia».
Ma se sale il prezzo dei beni il governo non avrebbe un extra-gettito Iva eventualmente da usare?
«No, il governo non può attingere da queste entrate. Le attuali regole europee del Patto di stabilità riformato impongono, per il vincolo del tetto della spesa netta, che eventuali entrate per maggiore Inflazione non possono essere spese, né utilizzate per ridurre le aliquote di tassazione».
Quindi il governo non può usare l’eventuale extra-gettito da entrate automatiche né per ridurre le tasse, né per aumentare le spese?
«No perché in entrambi i casi si scontrerebbe con il nuovo criterio del tetto della spesa netta».
Cosa si aspetta in vista del Documento programmatico di finanza pubblica che metterà a terra i presupposti per la manovra?
«Vedremo che spazi ci sono. Ma dato che siamo ancora sotto procedura Ue per deficit eccessivo sarà più difficile il ricorso alla flessibilità per gli investimenti in energia e difesa. Le spese previste dalla flessibilità saranno contabilizzate nel deficit e allungheranno i tempi del rientro, ma non avranno alcuna conseguenze pratica, nessuna sanzione, nessun inasprimento del monitoraggio, sia chiaro».
Non ci sono conseguenze pratiche?
«No, se non il fatto di restare formalmente in procedura, come altri 8 Paesi Ue».
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