Di Rupo: «Tatarella? Rifiutai la mano. A Urso l’ho stretta, con il tempo si impara a essere pratici»

L’ex primo ministro belga e ora eurodeputato torna sull’episodio che fece discutere: «Penso le stesse cose sulla destra, ma ho imparato che servono compromessi»
BRUXELLES. Dalle baracche degli ex campi di prigionia ai vertici dello Stato: se la storia di Elio Di Rupo non fosse vera, si potrebbe pensare che sia la trama di un romanzo. Figlio di immigrati abruzzesi (di San Valentino Citeriore) in Belgio, l’ascesa politica del socialista, culminata con la nomina a primo ministro, ha rappresentato il riscatto di un’intera generazione di italiani che, come i suoi genitori, per scappare dalla povertà aveva accettato di trasferirsi in un posto sconosciuto, dove la barriera linguistica e razziale potevano rappresentare un ostacolo insuperabile; la vita di Di Rupo, oggi europarlamentare, ha dimostrato che non era così. E la prima scintilla di quella possibilità di cambiamento, spiega l’abruzzese, nasce proprio sulle ceneri del disastro dell’8 agosto 1956.
«Una casa senza pavimento, una baracca vera e propria».
È stata questa la prima casa dei Di Rupo in Belgio?
«Ci avevano sistemati nelle strutture dove, alla fine della guerra, avevano trattenuto i soldati tedeschi prima di rispedirli in Germania».
Erano dei campi di prigionia, quindi.
«Sì. Una grande baraccopoli, costruita in fretta e furia, che accolse le prime famiglie italiane di minatori e operai».
Com’è stato possibile che l’Italia accettasse condizioni di vita del genere per i suoi cittadini?
«L’accordo Italia-Belgio è stato un’operazione di capitalismo selvaggio. Gli italiani che arrivavano qui non erano considerati essere umani».
E come erano considerati?
«Forza lavoro, la contropartita per il carbone che il Belgio vendeva all’Italia a buon mercato».
E il razzismo?
«C’era, e molto forte. Ricordo bene che appeso all’ingresso di tante attività commerciali era facile trovare dei cartelli con scritto “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”».
Poi cosa è cambiato?
«La tragedia di Marcinelle è stata uno spartiacque. Il dolore, la solidarietà, la percezione che i nostri morti rappresentassero il sacrificio fatto dagli italiani per far ripartire l’economia del loro Paese: da quel momento in poi per i belgi non fummo più immigrati, ma amici».
Onorevole Di Rupo, lei che ricordo ha di quell’8 agosto?
«Ho un’immagine molto nitida di quei giorni: Marcinelle è il primo ricordo della mia vita».
Allora aveva soli 5 anni.
«L’angoscia fu generale. Quello che a volte si sottolinea poco della tragedia di Marcinelle è che non si esaurisce l’8 agosto, ma va più avanti nel tempo».
Che intende?
«Per quasi due settimane i soccorritori sono scesi anche a mille metri di profondità nella speranza di poter trovare qualche minatore ancora in vita, e i giornali raccontavano la vicenda giorno per giorno. Il racconto mediatico della vicenda ebbe un ruolo così importante? «La cronaca ebbe un impatto fortissimo sulla società belga: il racconto quotidiano del dolore contribuì a creare questa forma di primo lutto condiviso da entrambi, autoctoni e i stranieri».
Un evento dirompente.
«Le donne italiane e quelle belghe piansero insieme, per giorni. È stata la solidarietà del dolore a far sì che noi non fossimo più visti come selvaggi, ma come esseri umani».
Con quelle lacrime si sono posti i primi passi per l’integrazione, ma era il 1956: com’era la vita degli italiani prima di Marcinelle?
«Difficile. La mia famiglia arrivò in Belgio nel 1948. Mio padre fu il primo a trasferirsi per lavorare in miniera, mia madre lo seguì pochi mesi dopo. Io, ultimo di sette figli, sono nato qui in Vallonia nel 1951, sotto i tetti di lamiera degli ex campi di prigionia».
Non deve essere stato facile far fronte a così tante bocche da sfamare.
«Mio padre morì nel 1952, io non avevo nemmeno tre anni. Il peso della famiglia finì interamente sulle spalle di mia madre. Lei è stata eccezionale: noi siamo cresciuti nella povertà più assoluta, soltanto che non lo sapevamo, perché ai nostri occhi non ci mancava niente».
In che senso non sapevate di essere poveri?
«Mia madre, donna analfabeta ma intelligentissima, si comportava come Benigni in “La vita è bella”. Con il suo amore materno riusciva a rendere quasi un “gioco” il fatto che non avessimo nulla».
Racconti di quegli anni.
«Dopo qualche tempo abbandonammo la baraccopoli e ci trasferimmo in una casa con i mattoni, ma la nostra povertà era estrema. Non mangiavamo carne perché era un lusso, mentre spesso, invece, per interi periodi l’unica cosa che trovavi a tavola erano pane e crema di nocciole».
Economicamente come sopravvivevate?
«La solidarietà del quartiere è stata fondamentale. Anche perché all’inizio mamma non guadagnava soldi, poi le hanno assegnato una piccola pensione, ma che non bastava. Quando i miei due fratelli più grandi hanno cominciato a lavorare, le cose sono migliorate e abbiamo avuto qualcosa in più di cui vivere».
Il vostro era un quartiere di soli italiani?
«Eravamo il 90% del totale, ma tra i nostri vicini c’erano anche polacchi e, più tardi, le famiglie dal Nord Africa».
Com’era il rapporto con le altre famiglie straniere?
«La solidarietà tra di noi non guardava al Paese di provenienza. È vero però che con i polacchi condividevamo la religione cattolica. Con loro è stato più facile trovarsi. Pensi che mia madre andava a seguire la messa con loro».
In che lingua si celebrava?
«In polacco, di cui lei non capiva una parola (sorride, ndr)».
Non la sto seguendo.
«Mia madre era molto religiosa. Prima la messa si celebrava in latino – di cui lei non sapeva nulla – poi si è passato alle lingue nazionali. Una volta che dovevo affrontare un esame importante all’università, a lei non bastò andare in chiesa ad accendere un cero alla Madonna. Decise anche di andare a seguire la messa in polacco!».
Quando arrivarono le famiglie del Nord Africa?
«Verso la fine degli anni Sessanta. Dopo Marcinelle il governo italiano non poteva più accettare di mandare i propri cittadini a lavorare nelle miniere. Quindi ci fu un ricambio della manodopera: Marocco, Algeria e Turchia divennero i nuovi paesi di provenienza dei minatori».
L’integrazione fu immediata?
«Erano molto diversi da noi: rappresentarono una novità, quasi uno choc. Mia madre inizialmente era perplessa, poi un giorno disse: “Facciamo così, invitiamoli a casa a mangiare gli spaghetti”. Poco dopo ci ricambiarono l’invito e fummo loro ospiti. Mangiammo il cous cous, per la prima volta. Fu una bella esperienza».
La solidarietà di classe che vince la diffidenza?
«Eravamo tutte famiglie di operai: non era importante da dove venivi, i problemi e le difficoltà erano gli stessi».
Lei quando ha capito di essere cresciuto povero?
«A 19 anni, quando sono andato all’università, perché fino ad allora mi ero sempre fatto il bagno nella tinozza della cucina (sorride)».
Sua madre deve essere stata una donna forte.
«Era una donna intelligentissima, con due qualità eccezionali. La prima era l’amore materno attraverso il quale era riuscita a rendere sopportabile il peso dell’indigenza».
La seconda?
«L’intuito».
Nel suo percorso scolastico ha mai avuto a che fare con episodi di razzismo?
«Che riguardassero me, mai. È vero il contrario: ho incontrato dei professori straordinari, che lavoravano per darci gli strumenti che ci servivano per emanciparci».
Racconti.
«Quando avevo 16 anni – l’età in cui cominci a capire la vita – un professore mi prese da parte e mi disse: “Di Rupo, alla fine dell’ora rimanga in classe, le devo parlare” ».
Si era preoccupato?
«Ero preoccupatissimo. Ma poi, arrivati al momento del dunque, il professore mi disse: “Guarda, ti ho osservato. Per me vali qualcosa, continua a impegnarti”. Era la prima volta che un adulto mi parlava alla pari. Fu determinante: da allora mi sono messo a lavorare e non ho più smesso».
Lei si è laureato in chimica. Com’è arrivato a fare politica?
«Come succede ai preti: per vocazione! La prima volta che mi sono candidato è stato al ruolo delegato per gli studenti al consiglio dell’università, ma non avrei mai pensato che la politica sarebbe diventata la mia vita».
Qual era il suo sogno?
«Come tanti, credevo nel sogno americano. Gli Usa non erano il Paese di oggi. Dovevo andare a studiare all’università di Berkeley: avevo già preso il biglietto».
E poi?
«Tre giorni prima della partenza, un ministro della Vallonia mi suggerì a un suo collega che cercava qualcuno per il suo gabinetto. Andai al colloquio: “Bene, tu ci piaci, sei pronto a iniziare domani?”, mi disse».
Era di fronte a un bivio.
«Dopo tre giorni sono entrato in un gabinetto ministeriale. E non ne sono più uscito».
Tra i tanti episodi della sua lunga carriera in politica, nel 1994 in Italia fece scoppiare un caso la sua scelta di non stringere la mano all’allora vicepremier Giuseppe Tatarella. Perché?
«Perché per me era troppo di destra».
Cos’è che non riusciva a sopportare?
«Io sono un figlio di immigrati, di operai. Mio padre aveva dovuto fare la guerra in Libia sotto il fascismo. Una volta tornato in Abruzzo, comunque non aveva nulla. Nemmeno il pane per sfamare la sua famiglia. Vedere nel Consiglio europeo colleghi di estrema destra, per me, fu uno choc. Non riuscì a sopportarlo».
Oggi si comporterebbe nello stesso modo?
«Allora ero più giovane. Penso le stesse cose, ma con il tempo si diventa più pratici. In Europarlamento, per quanto possibile, bisogna trovare dei compromessi. Anche se con il gruppo dei Patrioti non abbiamo lavorato nemmeno su un emendamento».
Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, ha le proprie radici storiche nel Movimento sociale italiano a cui apparteneva Tatarella.
«Con il gruppo dei conservatori a Strasburgo cerchiamo di arrivare a dei risultati concreti. Comunque, ora che mi ci fa pensare mi è tornato in mente un episodio recente con un vostro ministro».
Ovvero?
«Il ministro Adolfo Urso. Qualche tempo fa ci siamo incontrati per un’iniziativa in Italia e mi ha detto: “A me la stringe la mano?” (sorride)».
Che cosa ne pensa delle recenti parole di Mattarella?
«Che ha ragione. Si deve saper rispettare. Anche chi ha sbagliato si rimanda al suo Paese con umanità».
E le vicende di Ceuta?
«È qualcosa di incredibile la reazione della signora Meloni, ha parlato per il suo elettorato, non ha parlato per l'Europa. Chiudere le frontiere non è una soluzione».
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