Disney si adegua ai tempi e chiude l’era “woke”

Tagli alle risorse umane e il ritorno di «bambini e bambine»: il Trumpismo colpisce la multinazionale
ROMA. Dopo i mille licenziamenti di aprile, Josh D’Amaro, amministratore delegato di Disney da marzo, ha annunciato questa settimana il taglio di altri 300 dipendenti circa, concentrati soprattutto nelle risorse umane. Sempre ad aprile, a Disney World il saluto “gender neutral”, introdotto nel 2021 per rendere l’esperienza più inclusiva, è stato sostituito dal tradizionale «Signore e signori, bambini e bambine». Una scelta che potrebbe sembrare innocua, ma che inizia a rivelarci già qualcosa. Letti insieme, questi segnali delineano l’impronta di D’Amaro e dicono qualcosa sulla politica e sulla cultura americane. Per capirlo, però, conviene tornare al primo mandato di Trump.
Tra il 2016 e il 2020 l’aria era diversa. Dopo otto anni di ottimismo liberal con Obama, culminati nel 2015 con la legalizzazione del matrimonio gay, l’elezione di Trump fu uno shock che incrinò l’immagine che molti americani avevano del Paese. L’inclusività e il liberalismo sociale che stavano mettendo radici venivano travolti dagli insulti, dalle uscite sessiste e dalla promessa del muro con il Messico. Ma l’industria dell’intrattenimento non lo seguì: si definì in opposizione a lui e rilanciò sulla cosiddetta “identity politics”, oggi detta “woke”.
Disney non fece eccezione. Nel 2017 La Bella e la Bestia ospitò il primo «momento esclusivamente gay» (lo disse il regista Bill Condon), un ballo romantico tra due uomini. Nel 2018, Disney Channel lanciò Andi Mack, con il primo coming out di un personaggio principale del network; nel 2021 Eternals della Marvel (acquisito da Disney nel 2009) ebbe un supereroe apertamente gay. Come altre multinazionali americane, Disney voleva apparire inclusiva: ogni giugno i suoi profili si riempivano di loghi arcobaleno in occasione del pride e, dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, arrivarono dichiarazioni sulla giustizia razziale e donazioni ad organizzazioni anti-razziste. La tendenza è proseguita fino ai primi anni Venti, il cosiddetto “peak woke”. Ma la rielezione di Trump nel 2024 ha segnato una svolta. Non era più visto come un’anomalia: aveva dalla sua i giganti tech che pochi anni prima ne erano i nemici più feroci. Al suo insediamento c’erano Bezos, Zuckerberg e, naturalmente, Musk.
Che cosa è cambiato? Difficile dirlo, ma pare che il capitalismo americano ha concluso che i suoi interessi fossero meglio serviti allineandosi a Trump anziché alienandoselo. Per scelta o per costrizione, l’era “woke” è finita e l’anti-wokeismo è diventato il nuovo egemone. L’acquisto di Twitter da parte di Musk ha spostato a destra il baricentro del Paese. Walmart, Target e McDonald’s ridimensionavano i loro obiettivi di diversità. Non serviva più un’immagine liberal per difendere i profitti. Disney ha seguito la stessa strada: a dicembre 2024 ha chiuso con 15 milioni di dollari la causa di Trump contro Abc, ha tolto dal report annuale le iniziative sulla diversità e nel 2025 ha sospeso brevemente Jimmy Kimmel dopo le pressioni del presidente della Fcc. I tagli alle risorse umane e il ritorno di «bambini e bambine» suggeriscono che l’azienda stia chiudendo un capitolo da cui si era già ritirata in silenzio.
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