Fabbri: «Gli Usa socialisti e Giulio Cesare etnografo. Io e Mentana siamo amici»

26 Settembre 2026

L’analista all’Abruzzo Economy Summit: «Vi spiego la mia geopolitica umana. Washington si è sopravvalutata contro l’Iran. Russia impantanata in Ucraina»

PESCARA. Stati Uniti avvisati. Parola di Dario Fabbri. È l’analista geopolitico che con la sua rivista “Domino” – l’editore è Enrico Mentana – ha elaborato un nuovo campo della sua materia di studi: la geopolitica “umana”. Ieri è stato tra gli ospiti dell’Abruzzo Economy Summit di Pescara. Il Centro è riuscito a incontrarlo subito dopo la fine del suo intervento.

«Gli americani non ne hanno idea, ma il loro Paese è il più socialista di tutti».

Lei dice?

«Il fatto che siano anche il Paese dell’individualismo e della libera impresa non è mica una contraddizione».

Ammetto che non la seguo.

«Gli Stati Uniti hanno 346 milioni di abitanti e più di 5 milioni di dipendenti pubblici a tempo indeterminato nello Stato federale. Sa quanti ne ha la Cina, che è una dittatura comunista?».

No. Quanti?

«Più di 8 milioni. Soltanto che loro sono 1,4 miliardi. Chi è il più socialista secondo lei?».

Spiazzante. Ne serve un’altra!

«Sa perché si studia ancora oggi il “De bello gallico” di Giulio Cesare?».

Perché è un grande trattato militare?

«No! Giulio Cesare è stato un grande generale, non un grande pensatore militare».

Mi ha incuriosito.

«Il “De bello gallico” si studia ancora oggi perché Giulio Cesare è stato prima di tutto un grande etnografo. Arriva in Gallia, studia tutte le tribù che la abitano e ci scrive un catalogo. Così i romani si sono presi quel territorio».

C’è una morale per il presente in questa storia?

«Che le guerre sono sempre una questione antropologica. Puoi avere i cannoni, la tecnologia più avanzata, i migliori strateghi, ma se non conosci il tuo nemico sul piano antropologico non puoi vincere».

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina la geopolitica era materia per accademici. Poi è scoppiato il conflitto ed è cambiato tutto.

«Sarebbe stato meglio se non fosse scoppiata, ma è vero che questa guerra in Europa ha cambiato la nostra percezione dei conflitti. I cittadini li hanno cominciati a sentire come vicini alle loro vite».

Chi era Dario Fabbri fino a febbraio 2022?

«Da un mese avevo appena lasciato Limes, dopo 9 anni».

La rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Perché ha lasciato?

«Caracciolo ha un’impostazione più “classica”. A un certo punto ho deciso che avrei provato a portare avanti la mia visione della geopolitica, che era diversa dalla sua».

E a Limes come ci era arrivato?

«Avevo studiato scienze politiche, ma dopo un po’ mollai. Il corso di laurea non mi convinceva, proprio perché intendevo coltivare questa visione diversa. Quindi ho fatto avanti e indietro tra Usa e Italia per un po’ di tempo».

Cosa accade negli Usa?

«Studio inizialmente il pensiero di George Friedman, un noto geopolitico. È stato importante nell’elaborazione della mia visione».

Lei la chiama geopolitica “umana”. Come lo spiegherebbe in maniera semplice?

«Le collettività non agiscono sempre in maniera lineare, razionale. Spesso prendono decisioni antieconomiche, dettate dal sentimento di potenza, da ossessioni storiche o persino dalla follia. Con la geopolitica umana cerchiamo di adottare il punto di vista e la psicologia dei popoli».

Oggi spiega il mondo attraverso la geopolitica umana nella sua rivista “Domino”, che ha come editore Enrico Mentana. Com’è iniziato il vostro rapporto?

«Sempre nel febbraio del 2022, con lo scoppio del conflitto in Ucraina. Mentana ebbe l’idea di iniziare le dirette su La7 e mi comincia a invitare. Dopo un paio di mesi abbiamo l’idea di lanciare una nuova rivista».

Lei e Mentana siete amici?

«Sì, siamo buoni amici. E, forse insospettabilmente, è un editore che non mette becco sui contenuti».

L’invasione dell’Ucraina sembra lo spartiacque della sua storia. Lo è sicuramente della nostra, almeno quella recente. Ci spiega il conflitto?

«È iniziato 4 anni fa, ma è stato pensato dentro uno schema vecchio di 5 secoli».

Possibile?

«La questione russo-ucraina è una questione antichissima, soprattutto nella testa dei russi. E nella voglia di indipendenza degli ucraini».

Al presente come ci si arriva?

«Nel 2014 la questione si è riaccesa e in modo carsico è riemersa nel 2022 e oggi quello che vediamo è una guerra disastrosa per la Russia».

Perché disastrosa?

«Hanno voluto la guerra e si sono impantanati. Oltretutto, il loro obiettivo era cambiare il regime di Kiev: quattro anni dopo non hanno nemmeno conquistato interamente il Donbass, regione che i russi davano per scontato di conquistare».

C’è un collegamento con la crisi in Medio Oriente?

«Sono guerre non collegate. Ma, volendo, si collegano tutte».

Proviamoci allora.

«La guerra in Ucraina è una guerra tutta voluta dai russi che gli ucraini hanno subito. Quella in Iran è un conflitto israelostatunitense che ha una sua razionalità per Israele. Capisco che sia complesso, visto i disastri che ha combinato in questi tre anni, ma proviamo a metterci nei suoi panni. L’Iran ha 93 milioni di abitanti, nove volte la popolazione israeliana, e – non serve nemmeno un’esegesi per dirlo – i leader iraniani hanno dichiarato pubblicamente di volere la distruzione dello Stato ebraico».

Quindi la possibilità che l’Iran si dotasse dell’atomica per Israele era un problema concreto.

«Più che concreto: esistenziale. Il punto è che Israele da sola non ha le capacità, ma neanche lontanamente, di sconfiggere l’Iran. Sapeva che sarebbe stata una guerra difficile: per questo ha coinvolto gli Usa».

E perché gli Usa si sono fatti coinvolgere?

«Non ne avevano alcuna urgenza. Sono dentro il conflitto perché hanno tante qualità, ma anche il difetto di sopravvalutarsi sempre. Avevano promesso di non entrare più in Medio-Oriente, invece ci si sono impantanati di nuovo».

Erano inebriati dal “successo” in Venezuela?

«Assolutamente sì. E poi credono a un principio a cui crede anche una buona parte dell’opinione pubblica, qualcosa che ci viene insegnato dalle elementari all’università».

Cioè?

«Che tutti gli esseri umani vogliono vivere in democrazia. Ma quand’è che, di preciso, gli iraniani hanno detto di voler vivere come in California?».

Non è contento di essere nato sotto questa parte del mondo?

«Certo che sono contento di essere nato sotto l’influenza americana; ci è andata di lusso, con altri egemoni sarebbe andata molto peggio. Ma non è questo il punto. Il punto è come certi imperi si muovono esternamente. Papa Francesco diceva: tra imperi buoni e cattivi qual è la differenza?».

Non la forma di governo, immagino.

«Cina, Stati Uniti, Russia: i principali imperi del nostro tempo ragionano tutti nello stesso modo».

A proposito di imperi, qualcuno dice che gli Usa abbiano deciso la guerra in Iran per contenere la Cina.

«È un eccesso di razionalismo. Potrebbero contenere la Cina con sistemi molto meno costosi. E invece oggi, a causa di questa guerra, stanno logorando la loro egemonia, il loro impero».

Gli idrocarburi che passano per gli stretti di Hormuz e Bab-El Mandeb non arrivano negli Stati Uniti, non ne hanno bisogno. Cosa sarebbe a logorare gli Usa?

«Non è questione di approvvigionamenti. Il loro impero si basa sulla globalizzazione e quindi sul controllo dei mari, dove passa oltre il 90% del commercio mondiale».

Si spieghi meglio.

«Per noi l’economia è un fine, per gli Stati Uniti è un mezzo per il potere».

A quali rischi vanno incontro gli Usa adesso?

«Se perdessero definitivamente il controllo dello stretto di Hormuz – che avevano fino a poco tempo fa – la globalizzazione sarebbe a rischio».

Perché allora gli Usa non chiudono la guerra?

«Perché non possono. Per liberare lo stretto avrebbero bisogno di missili e munizioni che, semplicemente, non hanno. Li hanno finiti. Per il momento.

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