Il mio Dylan Dog “old”, voce di un’epoca tra i mostri di ieri e quelli di oggi

26 Settembre 2026

Era perfetto per raccontare i precari, i curiosi, gli inquieti, i malinconici: in una parola, i giovani del nuovo tempo

ROMA. Avevo sedici anni in quel lontano giorno del 1986 – a settembre – in cui le edicole furono prese d’assalto per il primo numero di Dylan Dog. Ovviamente ero anche io fra gli assalitori, comprai tre copie pensando ad un futuro valore collezionistico e l’edicolante mi rimproverò: «Ma non vedi che fila c’hai dietro, regazzì? Lasciane pure per gli altri!». Pochi mesi dopo, dall’elenco degli arretrati disponibili scomparvero i primi sei numeri, e rivendetti un numero uno a centomila lire tonde. Come tanti di quei lettori-collezionisti malati, ero già un militante bonelliano da anni: non avevo mai amato Tex, anche se lo leggevo. Mi sembrava “vecchio”. Da bambino, semmai, rubavo Zagor alla collezione di mio cugino Enrico, apprezzando soprattutto le storie più fantasy e sperimentali, il cattivo scienziato matto Hellingen. Ma anche il western sperimentale zagoriano era lontano.

Mi ero buttato su Martin Mystére, con diletto, ma gli mancava un che di autoriale. Ero precipitato dentro la meravigliosa saga di Ken Parker di Berardi e Milazzo, il western reinventato in Italia con una sensibilità moderna, e uno straordinario gusto epico e dolente. Ma la pista si era fermata al 59esimo numero. Ecco perché quando ebbi fra le mani quel mitico e sospirato primo numero, capii immediatamente che Dylan Dog faceva un salto evolutivo. Obsoletizzava gli elementi deboli dei predecessori, metabolizzava il meglio. Diventava in un baleno il potenziale eroe di un’intera generazione. Dylan era perfetto per raccontare i precari, i curiosi, gli inquieti, i malinconici: in una parola, i giovani del nuovo tempo. Per questi giovani le praterie dell’avventura di nuova frontiera non esistevano più. Solo che noi non lo avevamo ancora capito, Dylan Dog invece sì.

Le ambientazioni gotiche, britanniche, piovose, sepolcrali, coerentemente raffigurate in un bianco e nero potente e solarizzato, erano perfette per parlare a una nuova generazione di lettori diverse da quelle dei loro padri. Anche i disegnatori, a cominciare da Angelo Stano, padre del primo numero e di tutte le copertine della serie, sembrava figlio diretto e battesimale di Egon Schiele, esattamente come la cornice ambientale di Dylan Dog conteneva un mélange irresistibile di horror intelligente, visioni alla Lovecraft, continue citazioni letterarie e musicali, pennini, calligrafici e pistole, potentissimo romanticismo crepuscolare (persino un po’ di sesso, malgrado la censura occhiuta dei fumetti per ragazzi), un senso di malinconica fatalità romantica che avvolgeva anche l’eroe, facendolo diventare subito – questa era la novità rispetto ai vecchi Bonelli – un antieroe. E che dire dei caratteristi e dei coprotagonisti?

Che dire dell’idea apparentemente folle di mettere a fianco a Dylan un sosia clonato di Groucho Marx e un ispettore da serie anglosassone? Anche gli oggetti diventavano un paesaggio, con il Maggiolone Volkswagen e, ai piedi, non stivali e speroni ma le Clarks dei ragazzi degli anni settanta, la camicia rossa, la giacca nera, come se fosse un qualche ex mod invitato a una festa. Infine, Dylan Dog fu il primo fumetto che creò un divismo addirittura mitografico del suo autore, pari a quello del suo protagonista. Tiziano Sclavi, romanziere lombardo, all’epoca romanziere non affermato, circondato da un’aura mitografica, come una sorta di Woody Allen malinconico e pessimista, divenne in pochi mesi una star. Tutto questo aggiungendo ironia e brividi, mostri buoni e malinconici, cattivi che si rivelano fragili o problematici, giornalisti cinici che assomigliavano a Giuliano Ferrara, ribaltamento totale del cliché buono-cattivo bene-male, narrazioni orwelliane, era esattamente la forma del tempo che stavamo iniziando a conoscere, e che avremmo imparato ad abitare.

Conservo ancora con gelosia la collezione completa di 200 numeri, poi confesso che ho perso qualche puntata, ho perso qualche esemplare durante i traslochi della mia vita, ho cessato la mia fase di “militante” bonelliano integrale (comprammo ovviamente anche Nathan Never). Rimango sempre fra i lettori saltuari di Dylan quando ho un momento morto, un provvidenziale buco temporale da colmare in aeroporto, quando mi gira e mi va, quando dalle vetrine delle edicole l’indagatore dell’incubo mi chiama a raccolta, come uno di quei vecchi amori che non si abbandonano mai. Ebbene, oggi che celebriamo questo compleanno, possiamo anche dare un giudizio più ampio: se è vero che Tex e Zagor segnarono una generazione regalandogli una proiezione, una proiezione ideale, persino una via di fuga e di sublimazione fantastica, è vero che Dylan Dog oggettivamente rappresenta molto di più: è stato il romanzo di formazione di una generazione, è stato un maestro di tendenze, un messale imparato a memoria, una sorta di rivista letteraria che recensiva e faceva conoscere opere e autori più o meno dimenticati (i famosi asterischi delle citazioni che producevano viaggi in libreria).

I figli di questa “generazione Dylan” hanno preso tante strade, molti sono diventati i manager, pubblicitari (ricordo una mia compagna di scuola, Federica, che poi è diventata dirigente della Procter & Gamble e che non perdeva un numero) ma è vero che molti di quelli che hanno amato davvero questo fumetto, non hanno mai smesso di assomigliargli. Sono diventati creativi, sceneggiatori, letterati. Persino giornalisti. Oggi ho solo un dubbio: quello che non ci sia più bisogno di trasfigurazioni fantastiche ed evocazioni letterarie per capire che noi del “Dylan people” siamo circondati di mostri veri: tiranni, assassini, guerre, così crude sanguinarie e volgari, che fanno apparire i vampiri, i lupi mannari, gli speculatori, gli sfruttatori capitalisti che sono il campionario minimo di Dylan come delle mammolette innocenti. Forse anche Dylan Dog, malgrado il fenomeno di culto e l’incredibile tenuta, prima o poi apparirà obsoleto ai giovani del Terzo millennio, proprio per questo: i suoi mostri non spaventano più come quelli di oggi. Dylan Old.

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