Intervista a Lorenzo Pacini: «Il voto in Usa insegna: oggi non si vince al centro Le tasse? Paghino i ricchi»

Il trentenne Pd in corsa per le primarie a Milano sfida Calabresi e Majorino.
«Se divento sindaco? Stop al gemellaggio con Tel Aviv e socialismo municipale»
PESCARA
«La sinistra arretra quando le disuguaglianze aumentano. Allora dobbiamo farla tornare ad avanzare, a contrattaccare». A parlare è Lorenzo Pacini, classe 1996, una delle giovani realtà della sinistra italiana in questo momento alla ricerca di leader e di idee. A 20 anni è entrato nel consiglio del Municipio 1 di Milano, di cui oggi è assessore. È anche in corsa per le primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano, sfidando nomi importanti come Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino. In questi giorni è in Abruzzo per presentare il suo libro «Una cosa di sinistra» (Ponte alle Grazie).
Pacini, partiamo da Chieti: il 15 e 16 novembre si vota per le suppletive alla Camera. La sinistra propone Luciano D’Amico in un esperimento di campo largo in formato maxi. Qualcuno ha detto che sono le nostre midterm per tastare il polso degli italiani. Lei cosa ne pensa?
«È una battaglia fondamentale, non lo chiamo campo largo ma “fronte popolare”. Per i cittadini di Chieti questa è l’occasione di mandare a casa chi guarda solo ai propri interessi e non a quelli del popolo. Poi le suppletive sono elezioni particolari...».
Cioè?
«Va a votare poca gente. Quindi è una battaglia di mobilitazione, e spero davvero che l’ottimo candidato ce la possa fare. Perché sarebbe anche un bel segnale non solo per Chieti e per l’Abruzzo, ma per tutto il Paese».
Un segnale a Meloni?
«Vediamo. È evidente che Meloni ha una certa capacità nel parlare con gli italiani. Non ha la stessa capacità il suo governo, in particolare certi ministri che fanno di tutto tranne che occuparsi delle loro materie: fanno gli influencer, fanno i commentatori tv, ma non fanno i ministri. Il vero tema non è tanto quanto Meloni ha scontentato, ma quanto invece noi possiamo davvero rappresentare un’alternativa coraggiosa, netta e di sinistra. Da Chieti fino a tutta l’Italia».
Un’alternativa che lei sta costruendo da anni, con posizioni forti e dissidenti all’interno del Pd, che però lei non ha mai abbandonato, nonostante le opposizioni interne: penso a tutta l’area riformista, che in parte se n’è andata.
«Beh, direi che sono le prime vittorie politiche, no? Qualcuno dice che sei estremista per quel partito e poi quel qualcuno se ne va dal partito. Vuol dire che forse si sta ottenendo quello per cui ci battiamo da tempo: spostare a sinistra l’asse del partito. La sinistra arretra quando le disuguaglianze aumentano, e allora noi dobbiamo farla tornare ad avanzare, a contrattaccare».
E le primarie a Milano?
«È esattamente quello che stiamo facendo a Milano, cioè l’idea che la sinistra torni al governo della città. La sinistra non è una versione un pochino più annacquata, un pochino più colorata della destra».
Case e trasporti pubblici, salario minimo, lotta alla speculazione: il suo socialismo municipale le è valso il paragone con Zohran Mamdani, sindaco di New York. Non c’è il rischio di finire come Little Tony con Elvis Presley? Qual è la via italiana?
«Questo rischio sicuramente c’è, soprattutto perché piace a voi giornalisti fare questi paragoni (ride, ndr). Dobbiamo molto guardare al nostro contesto e non dobbiamo copiare nessuno. Come si dice: quelli bravi copiano, i geni rubano. Questo è il principio che vale anche per la politica».
E quindi?
«Sicuramente una lezione che arriva dagli Stati Uniti è che non si vince al centro. Alcuni stanno dicendo che per vincere serve l’unità. No! Serve essere chiari, serve essere netti. Ma sono i contenuti, le proposte, la volontà di cambiare le cose che portano le persone a votare».
Quindi il campo largo è per tutti? Anche per Renzi?
«Non decido io se ci deve essere Renzi o no. Io sostengo che se tu proponi un programma con delle proposte concrete, chiare e nette, non puoi imbarcare gente che poi non te le fa fare e magari ti ricatta con il 2%. Si può tranquillamente rinunciare a un 2% di elettorato se nel frattempo recuperiamo un 10% nell’astensione».
Di recente ha detto una frase molto forte: combatteremo i fascisti nelle urne, ma se necessario prenderemo i fucili. Una vera militarizzazione delle parole, non crede?
«Il mio era più un commento storico, fattuale, rispetto al fatto che questo Paese si sia liberato dal fascismo e dal nazismo con i fucili. Io credo molto nella democrazia. La cosa fondamentale da ricordare è che la democrazia, da sola, non funziona in eterno».
In che senso?
«Bisogna farla funzionare e soprattutto difenderla. E per difenderla bisogna limitare i poteri dei potenti. Le nostre democrazie rischiano di diventare la dittatura dei miliardari se non mettiamo dei limiti socialisti a questa democrazia e al sistema capitalista».
Il suo libro, «Una cosa di sinistra», è il manifesto della sua candidatura. Cosa troviamo dentro?
«Una cosa di sinistra, a Milano, è realizzare il socialismo municipale. È ridistribuire la ricchezza che si è accumulata nelle mani dei pochi. È abbattere le tasse ai lavoratori e alle lavoratrici. Non dobbiamo dire al popolo come si deve comportare, noi dobbiamo dire al popolo per cosa bisogna lottare insieme».
In questi anni la sinistra non si è sbilanciata troppo sui diritti civili, dalle unioni gay alle minoranze, e poco su quelli sociali?
«È un falso dilemma. I diritti civili avanzano quando avanzano i diritti sociali, perché la libertà senza le possibilità materiali è un concetto assolutamente astratto e classista. Faccio questa controdomanda: qual è il primo Paese che ha legalizzato l’aborto, e uno dei primi che ha concesso il divorzio al popolo?».
Dica.
«L’Unione Sovietica. Pane, pace e libertà. Questo è il socialismo».
Ma la Schlein è abbastanza di sinistra per lei?
«Sì».
Davvero?
«Sì. Io penso assolutamente di sì. Il nostro compito è aiutare Elly Schlein non solo a vincere le elezioni, ma a proseguire questo processo di cambiamento del partito».
Su Israele lei ha posizioni molto critiche e qualcuno, nel Pd o fuori, l’ha quasi accusato di antisemitismo. Come risponde?
«Direi senza quasi. Sono quattro anni che veniamo accusati di antisemitismo. Il rischio di usare così facilmente l’accusa di antisemitismo è che poi nulla diventa antisemitismo, anche quello vero, che esiste. Che spesso poi è a destra, faccio presente. A vedere le comunità ebraiche di Roma e di Milano che si schierano apertamente a sostegno di Fratelli d’Italia, ricorderei loro che i nonni di Fratelli d’Italia hanno deportato i loro, di nonni».
E la Palestina?
«Essere di sinistra vuol dire sostenere gli oppressi, dovunque essi siano. E in Palestina gli oppressi sono i palestinesi. E i palestinesi vanno sostenuti non solo quando muoiono, non solo quando sono vittime, ma anche quando resistono. Non basta la pace: la pace senza giustizia diventa semplicemente un’altra forma di oppressione. Milano oggi è gemellata con Tel Aviv, capitale dello Stato di Israele: vi sembra una cosa normale?».
Se vincesse le primarie e poi le elezioni, quali sarebbero i primi tre atti da sindaco?
«Interrompere il gemellaggio con Tel Aviv. Ci si mette 30 minuti. Poi mettersi subito al lavoro per realizzare il socialismo municipale. Le tasse sono il prezzo della civiltà: oggi questo prezzo lo paga la classe lavoratrice, e invece serve che inizi a pagarlo l’élite, che anche a Milano è sempre più ricca. La terza cosa è una grande battaglia sul tema climatico».
Affitti brevi e B&B svuotano le città, da Milano all’interno dell’Abruzzo. Qual è la sua ricetta?
«Le amministrazioni di sinistra delle grandi città fanno un grande errore nel puntare sul turismo, perché è un settore che prevede lavoro povero, sfruttamento, svuotamento dei centri. E chi dice che l’Italia può vivere di turismo dice una grandissima cazzata. Dobbiamo immaginare delle città che non siano belle per i turisti, ma città dove è facile vivere per gli abitanti che le fanno funzionare».
Un consiglio ai giovani che vogliono fare politica: come evitare di diventare vecchi come quelli di prima?
«Mangiate tante verdure, non lo so (ride, ndr). Non va perseguito il giovanilismo, il giovanilismo non porta da nessuna parte. Non è tanto l’età, sono le idee. Temo che idee forti e importanti si annacquino. Noi dobbiamo evitare in tutti i modi il gattopardismo, che esiste molto in questo Paese, in tutti i partiti. Ecco, il potere è una brutta parola quando è nelle mani di pochi. Il potere invece, quando è redistribuito, diventa lo strumento con cui cambiare il mondo. Non è il potere che ci corrompe, è la rassegnazione a farlo, l’idea che non possiamo cambiare le cose».
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