L’Italia e la “Febbre da gasolio”. Racconto di tre vite parallele

I 5 euro risparmiati in coda all’Eni sono il simbolo della sicurezza perduta degli italiani
E venne il giorno in cui l’Italia venne colpita dalla “Febbre da Gasolio”. Oggi – per capire meglio cosa sta accadendo – voglio raccontarvi le vite parallele di tre persone che considero importanti per sondare lo stato d’animo più profondo, inquieto e terribile del nostro Paese in queste ore.
Le tre persone che vi sto per presentare hanno un rapporto asimmetrico tra di loro: anche se lavorano nella stessa azienda, il primo non conosce gli altri due. Lui si chiama Claudio Descalzi, e come forse sapete già, è un uomo importante per i destini dell’Italia contemporanea. Attualmente è l’amministratore delegato dell’Eni.
Gli altri due protagonisti di questa storia, si chiamano Patrizia e Antonio D’Alessandro, sono marito e moglie, una coppia simpatica a tutti, solare e affiatatissima. Anche Patrizia e Antonio, tuttavia, sono molto importanti per capire l’Italia contemporanea. Gestiscono una pompa strategica della città a Pescara: si tratta della Enilive 6883, che sta in Largo Eugenio Sirolli, proprio all’inizio di via Tiburtina Valeria, sotto le torri Camuzzi, proprio dove ci si immette sull’asse attrezzato.
Descalzi è l’uomo che ha trasformato lo sconto ai carburanti dell’Eni in una straordinaria operazione promozionale per la sua azienda. Una mossa che come vedremo si è rivelata (anche) un potente e involontario esperimento sociale.
Patrizia e Antonio, invece, con la loro pompa di benzina sono l’esercito di trincea della compagnia, ovvero quello di chi ha avuto la possibilità di misurare l’effetto capillare, economico e psicologico più profondo di quello sconto.
Ecco un esempio. Antonio mi dice: «Ci credi? Da venti anni il gasolio e la benzina non erano mai andati esauriti, mai qui da noi». Patrizia: «I primi giorni dello sconto sembrava che fossero tutti impazziti. Noi abbiamo una piazzola molto grande ma la fila, subito dopo l’apertura, la bloccava tutta». Antonio: «Chiedevamo a quei clienti: ma perché non tornate dopo, perché non venite domani? Lo sconto durerà ancora per un mese! Nessuna risposta». Ancora Patrizia: «Noi dicevamo: il prezzo è bloccato, ce n’è per tutti. Ma sembrava quasi che non ci ascoltassero».
«Purtroppo», raccontano i due, «non c’è stato modo di farli ragionare. E così, prima che il rifornimento fosse terminato, si era già riformata la fila».
Patrizia e Antonio, dunque, hanno toccato con mano gli effetti della grande onda innescata dalla mossa di De Scalzi, hanno parlato con le persone, hanno capito qualcosa in più: sia di noi giornalisti, che dell’amministratore delegato.
Questa coppia è molto amata in città. Patrizia e Antonio hanno iniziato la loro prima attività in una pompa di viale Marconi, poi si sono trasferiti a Largo Sirolli. E avrebbero già potuto andare in pensione, se dalla catena – con grande soddisfazione dei clienti – non gli avessero proposto di restare. Spiega ancora Antonio: «Da quando è partita l’iniziativa del prezzo fisso stiamo vendendo poco meno di ottomila litri di benzina e ottomila di gasolio. Ogni giorno. È molto per noi!».
Che lezione, dunque, dobbiamo trarre da questo apologo? Gli italiani sono improvvisamente ammattiti? Sono diventati forse irrazionali? Preferiscono fare una fila di tre ore a Largo Sirolli invece di attendere comodamente che passi la febbre? Oppure sono ormai alla canna del gas e quel risparmio medio di cinque euro per un pieno rappresenta ormai la differenza tra la vita e la morte, tra la sopravvivenza e i debiti?
Io non credo affatto che sia così. Penso il contrario. E cioè mi sono convinto che anni di crisi consecutive – dopo il Covid, dopo le guerre, dopo l’estate più calda della nostra storia, e (adesso) dopo la sindrome da carestia energetica – sia stata intaccata in maniera profonda una parte importante delle convinzioni del nostro ceto medio produttivo. Queste crisi hanno minato le certezze più profonde degli italiani. Hanno fatto saltare un patto sociale non scritto: le piccole grandi garanzie condivise da milioni di vite oneste: il 27 del mese che si poteva raggiungere senza patemi d’animo, i piccoli grandi conti che tornavano sempre. La stabilità e la fiducia economica e psicologica che sono la base primaria per qualsiasi traguardo esistenziale.
Ecco perché non bisogna sorridere di questa corsa al gasolio, forse ci serve capire. Non sono i cinque euro di un pieno, che fanno correre gli italiani. Non è lo sconto, peraltro non vertiginoso. È il senso di sicurezza che quei soldi rappresentano. Quel risparmio è un simbolo. Ecco perché la saga dello sconto Eni ci fa capire come manca una visione alla classe dirigente che offre sconti, regalie e batterie di pentole in omaggio.
Questo è un Paese che non ha bisogno di riffe e Superenalotto: ma di coraggio, semmai. Mi piacerebbe spiegare a Descalzi l’ultimo dettaglio di questa storia: l’Eni i suoi eroi li ha alle pompe. Patrizia e Antonio potevano andare in pensione, riposarsi, e smettere di combattere contro il freddo e il caldo, mentre invece hanno scelto di restare al lavoro. Perché non hanno paure, perché resistono alle ansie. Perché amano la loro pompa. Studiano le file, certo. Ma impariamo da loro.


