Ranucci nella rete di Lavitola. Il mistero del piano politico e quei dubbi sui reali obiettivi

Il progetto di accrescere la popolarità del giornalista fino a immaginarlo premier.
La manovra del faccendiere resta oscura: il cronista rimane comunque vittima
Così Ranucci è finito nella rete. Il faccendiere Valter Lavitola, arrestato già dal 2024, solleticava la vanità del conduttore di Report evocando per lui un futuro politico. La Procura, però, non si chiede perché l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Roma che ha disposto l’arresto di Lavitola chiarisce tutto della vicenda della bomba contro Sigfrido Ranucci. Tranne un dettaglio, al quale la Procura non sembra davvero interessata: a che scopo Lavitola stuzzicasse la vanità di Ranucci allucinandogli un futuro politico. Perché pensava davvero di farlo arrivare a palazzo Chigi, così da ottenerne qualche beneficio? O perché sapeva che schiacciare Ranucci su un progetto politico avrebbe consentito ai nemici di Report di etichettare ogni inchiesta della trasmissione come politicamente orientata, così da legittimare cambi di conduttore, ritorsioni o perfino la chiusura? Le prime cento pagine dell’ordinanza chiariscono la convinzione dei pm, validata dal gip, su come sono andate le cose il 16 ottobre del 2025: alcuni personaggi vicini alla camorra, reclutati in Campania, sono venuti a Pomezia e hanno messo una bomba davanti alla casa di Ranucci. Li ha reclutati Clesio Tavares Gomes, camerunense legato a Lavitola, ma anche attivo a Napoli in contesti poco legali, su mandato di Lavitola. Punto e fine della storia. Non ci sono dubbi, non ci sono piste alternative.
L’attentato non era fatto per uccidere, anche se l’esplosivo era ad alto rischio di effetti collaterali e dunque era pericoloso. Questa parte già la conoscevamo. Rimaneva la domanda: perché Lavitola ha organizzato un attentato contro uno che lo considerava e lo trattava da «amico fraterno»?
Il “piano” di Lavitola. La giudice Iole Moricca che dispone la custodia cautelare in carcere per Lavitola offre una risposta che è difficile prendere per definitiva.
Si legge nell’ordinanza: l’obiettivo del Lavitola appare, dunque, duplice. Porre rimedio agli attacchi e alle contestazioni subiti dall’amico che temeva di perdere la conduzione del programma "Report", operazione difficilmente realizzabile dai suoi detrattori, una volta trasformato il giornalista in un bersaglio della criminalità organizzata; aumentare esponenzialmente la popolarità della persona offesa in modo da agevolare la sua imminente "discesa in campo".
Dunque, pm e gip sembrano aderire in pieno alla narrazione di Lavitola stesso, prendono per buone le sue farneticazioni su Ranucci presidente del Consiglio. Il faccendiere, in fondo, è già stato coinvolto in vicende clamorose, ha avviato la distruzione di Gianfranco Fini come rivale di Silvio Berlusconi ai tempi della “casa di Montecarlo” e prima ancora ha gestito la compravendita di senatori per conto di Berlusconi che ha fatto cadere il secondo governo Prodi. Secondo il gip, la «spregiudicatezza» e la «raffinatezza criminale» di Lavitola emergerebbero anche dal fatto che è stato lui stesso a indicare agli inquirenti il movente poi riscontrato nei messaggi e nei documenti del telefono. Sembra una conclusione bizzarra, visto che - se si esce dalla narrazione di Lavitola - le cose sono andate un po’ diversamente.
I fatti, senza farsi condizionare dal faccendiere-ristoratore, sono questi: per un po’ Lavitola coltiva l’amicizia con Ranucci, si scambiano una serie di messaggi anche relativi a queste fantasie politiche, poi Lavitola mette una bomba contro Ranucci, all’insaputa del conduttore. Nessuno sa che è stato Lavitola, tranne Lavitola stesso, che però continua a intrattenere rapporti con Ranucci e a commentare ipotesi investigative alternative. Lavitola ha fatto qualcosa per evitare che si arrivasse a lui? Assolutamente no. Affida il compito al suo spicciafaccende che si muove al confine della legalità, va lui stesso a fare il sopralluogo (e nell’epoca degli smartphone questo lascia una traccia digitale indelebile), si prodiga prima e dopo la bomba a far sapere in giro che lavora alla “discesa in campo” di Ranucci. Quando si scopre indagato, dopo un primo tentativo di fuga, Lavitola si aspetta di essere arrestato. I pm lo lasciano a piede libero. E questo ha una sola spiegazione: sanno che può fuggire, sanno che può inquinare le prove, anche se è difficile che reiteri il reato. Ma lo lasciano libero perché contano di monitorarlo, di intercettarlo e scoprire come sono andate le cose. Si capisce, tra le righe delle carte dell’inchiesta, che i magistrati volevano verificare se e quanto lo stesso Ranucci fosse coinvolto. Lavitola, che ha alle spalle decenni di indagini, processi, e pure anni di carcere, sa come vanno queste cose. Sa perfettamente di essere intercettato. E cosa fa? Passa il tempo a raccontare, suggerire, spiegare che l’unico movente possibile per la bomba è sostenere Ranucci, farlo crescere in popolarità e rilevanza. Lavitola lo dice perché qualcuno senta. Parla ad alta voce in auto: lo chiamano interlocutori tramite app non intercettabili, ma lui discute ad alta voce nell’abitacolo, cioè il posto dove le intercettazioni ambientali vengono meglio (vedi il caso di Andrea Sempio per Garlasco). Poi, subito dopo essere stato perquisito dai carabinieri, va a cena nel suo ristorante, Cefalù Bistrot, al solito tavolo, cioè nel posto che sicuramente a quel punto è pieno di microspie. E Lavitola parla con un imprenditore, un certo Giovanni Bracale e gli dice - in sintesi - che nell’interrogatorio con i carabinieri lui era disposto a firmare la confessione se gli avessero contestato l’unico movente “ragionevole”, cioè “per fargli del bene” (a Ranucci): «…il movente, lui mi ha detto “per fargli del bene”. Cazzo mi ha fottuto, gli ho detto “gli ho dato la mia parola d’onore, se vuole glielo firmo realmente”. Io glielo avrei firmato, per fortuna quello non mi ha creduto, pensava che era una battuta. Se quello mi pigliava in parola, poi mi aveva detto mi firmava, mi diceva qua “firma, firma” avrei firmato». Se prendiamo il progetto di Lavitola alla lettera, sembra il delirio ingenuo di un personaggio naif, che non sa come funziona la politica. Il 5 luglio, quando Lavitola sapeva già di essere indagato e quindi realisticamente intercettato, a un interlocutore spiegava (in portoghese) in una telefonata: «Avevo quasi convinto concretamente questo giornalista a candidarsi ... (inc) ... come presidente qui in Italia. Stavamo facendo le ricerche e tutto. La cosa è iniziata, da un ambiente chiuso, ad uscire. L’unica cosa per finire con lui era questa: dire che io e lui abbiamo fatto un finto attentato».
Come molte trascrizioni da parlato, il senso non è chiarissimo. Ma di sicuro Lavitola presenta al suo interlocutore un progetto politico caricaturale: «Fratello, questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla».
I pm non sembrano interrogarsi sulla plausibilità della storia che Lavitola racconta. Il piano sarebbe, in sintesi, questo: con la bomba, Ranucci diventa intoccabile (anche se in molti scambi Lavitola sembra auspicare che la Rai cacci il conduttore di Report, così da spingerlo verso nuove opportunità), poi si candida alle primarie del centrosinistra - che, come noto, non è neppure chiaro se sono in programma - le stravince, batte Giorgia Meloni alle elezioni, arriva a palazzo Chigi. Ma chi può credere a una simile montagna di sciocchezze? Purtroppo, dall’ordinanza di arresto di Lavitola, emerge la risposta: Sigfrido Ranucci si è incuriosito.
Il ruolo di Ranucci. Quello che scopriamo dall’ordinanza è che già dal 2024 Lavitola ha iniziato a blandire Ranucci evocandogli possibili trionfi politici. Il 17 ottobre del 2024, per esempio, Ranucci scrive a Lavitola del pienone registrato a Foggia per la presentazione del suo libro, e il faccendiere commenta: «Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti». Ranucci risponde con emoticon divertiti. Lo schema si ripete per due anni: Lavitola ha capito come solleticare la vanità di Ranucci. Il conduttore si vanta dei suoi successi – di pubblico, di vendite, di popolarità – e Lavitola gli segnala come tutti quei riscontri siano le premesse di un sicuro successo politico. Ranucci sembra più preoccupato che gli chiudano il programma, ma un po’ sta al gioco. Non dice mai - almeno nei messaggi di cui disponiamo - che gli sembra una follia parlare di un futuro a palazzo Chigi (c’è solo un passaggio, quando Ranucci si lamenta con Lavitola che ha speso il suo nome con Cappellini, dice “Ma perché gli hai detto Ranucci? Ranucci non si candiderà mai”, ma lo dice mentre discute un sondaggio che dovrebbe testare il suo potenziale politico). Niente di clamoroso, o compromettente, ma quanto basta a spingere Lavitola a convincersi che quello è il punto sensibile. Poi c’è la questione del sondaggio. Sempre dall’ordinanza, capiamo come sono andate le cose: Lavitola ha messo in piedi questa idea di sondare la popolarità di Ranucci come leader del centrosinistra, ha coinvolto l’attuale direttore di Repubblica, Stefano Cappellini (all’epoca vice) e l’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli. E pure lo stesso Ranucci. Qui attenzione ai dettagli: Cappellini e Mieli non sanno che il sondaggio su una personalità misteriosa per la leadership del centrosinistra riguardi Ranucci. Ma Ranucci lo sa, e dà anche consigli su come aggiustare le domande, per esempio per inserire riferimenti all’intelligenza artificiale «che sarà un tema… uno delle prossime campagne elettorali». Attenzione, però, tutto questo avviene nella primavera 2026, cioè molti mesi dopo che Lavitola – secondo l’accusa – ha fatto mettere la bomba a Ranucci che avrebbe dovuto trasformarlo in un intoccabile e in un predestinato per la guida del Paese. Il sondaggio sembra che venga commissionato alla società Izi, per un valore di 8.000 euro, ma dalle comunicazioni che vengono riportate nell’ordinanza non pare sia mai stato completato (l’ultimo riferimento temporale, in una nota dei sondaggisti, è al 3 luglio “ripresa del sondaggio”).
La cosa più strana, incomprensibile se si prende alla lettera il piano sul Ranucci politico, è che dopo aver scoperto di essere indagato Lavitola si affanni a recuperare le fatture e le prove del sondaggio.
Quale indagato si prodiga per poter documentare quello che sa essere il movente? Nell’ordinanza c’è anche una lettera del direttore approfondimenti della Rai, Paolo Corsini, che contesta a Ranucci e Report di occuparsi troppo di una sola parte politica, la destra di governo: «Sempre nel rispetto dell'autonomia editoriale, ti invito quindi a valutare con maggiore attenzione la cura di certi aspetti editoriali e a lavorare, anche assieme, per individuare nuovi e sempre più vari filoni d'inchiesta - di cui le cronache non mancano di offrire spunti - in grado di valorizzare al meglio Report e il valore della sua redazione e la percezione che di essa e del servizio pubblico possono avere tutti i cittadini».
Ranucci gira questa lettera del suo capo a Lavitola il 17 maggio 2026. Dunque Lavitola ha tutti gli elementi per capire che ogni più vago sospetto che Ranucci abbia una sua propria agenda politica renderebbe le critiche alla trasmissione più difficili da respingere. È immaginabile che una Rai che risponde a un governo di centrodestra lasci una trasmissione di inchiesta così aggressiva in mano a un conduttore tentato dall’idea di guidare il centrosinistra?
Lavitola sa benissimo la risposta, ma non si ferma, anzi.
Se il piano del faccendiere era di rafforzare, anche con la bomba, la popolarità di Ranucci e un possibile ingresso in politica, era un delirio privo di senso. Se invece era di legittimare le accuse dei nemici di Ranucci che quello di Report non fosse un giornalismo di inchiesta davvero libero, un contropotere sempre all’opposizione per natura, ma una clava politica, beh, allora il gestore del Cefalù Bistrot può considerare la sua missione compiuta.
Ranucci non è un complice, ma è diventato un alleato inconsapevole, manipolato e incapace di prendere le distanze quando doveva: si capisce dalle carte che davvero il conduttore di Report non poteva concepire che l’amico Lavitola gli avesse messo una bomba davanti a casa, si prodiga persino - al telefono con lui - per cercare possibili spiegazioni alternative del perché le celle telefoniche abbiano certificato il sopralluogo di Lavitola e Gomes prima dell’attentato.
Ranucci, poi, in questi mesi ha cercato di separare l’amicizia con Lavitola dalla dimensione criminale che emergeva dall’inchiesta. Alla Verità aveva detto, per esempio, di aver incrociato Gomes Clesio Tavares «forse una sola volta, nel 2019». Mentre il sempre previdente Lavitola gli aveva inoltrato una foto a inizio 2025, attribuita però al 2022, con i tre - Lavitola, Gomes e Ranucci - in posa e sorridenti.
Quella foto rischia di creare parecchi problemi a Ranucci, che risulta essere in ottimi rapporti non solo con il mandante dell’attentato ma anche con l’organizzatore (il 17 ottobre 2024 Ranucci scriveva a Lavitola «mi dovresti prestare Gomes»).
Un bilancio fin qua. Questa storia non è finita. Ci sono alcuni punti fermi e alcune domande. I punti fermi sono che al momento c’è una ricostruzione plausibile dell’attentato (Lavitola, Gomes, i manovali della camorra) e un movente ufficiale (favorire la carriera anche politica di Ranucci). L’altro punto fermo è che, nonostante o proprio grazie all’attivismo di Lavitola, la posizione di Ranucci e di Report non è mai stata così precaria come oggi. Un altro punto fermo, che non viene ribadito abbastanza, è che Ranucci è la vittima di tutto questo e il bersaglio: è stato manipolato, gli hanno messo una bomba sotto casa, ora le sue comunicazioni, vanità e debolezze sono di dominio pubblico perché le sue comunicazioni sono state intercettate (direttamente e attraverso Lavitola), cosa che non è un dettaglio per un giornalista di inchiesta.
La Procura di Roma, almeno per ora, non ha trovato (e chissà se ha cercato) mandanti del mandante. Non c’è traccia nelle carte di altre interazioni di Lavitola con soggetti che potrebbero essere interessati a colpire Ranucci e Report. Ma davvero Lavitola ha fatto tutto da solo e rischia il carcere per una fantasia politica implausibile? Questa è l’unica cosa meno credibile della scalata di Ranucci a palazzo Chigi.
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