Se ne va Fabio Mussi, un altro testimone di un'avventura novecentesca

4 Settembre 2026

Solo adesso capisco che quel grido di dolore «Vorrei dimettermi dal genere umano» è – idealmente – il nostro grido di rabbia di oggi

ROMA. Un anno e mezzo fa, dopo aver pubblicato “Opposizione” (il libro sull’ultimo anno di Enrico Berlinguer), mi resi conto che questo bellissimo capitolo autobiografico che Fabio Mussi mi aveva consegnato era il racconto di una intera generazione della sinistra italiana e (anche) un testamento politico. Per me che ero andato a trovarlo, e gli parlavo spesso, tutti quegli accenni alla dialisi, alla malattia, alla cura non destavano particolare sorpresa. Ci ero abituato.

E il giorno della nostra chiacchierata Mussi era tornato in condizioni che definiva “ottime” (dopo una crisi recente) malgrado il suo calvario di trapiantato, malato e nefropatico. Era un combattente, anni di sofferenze sempre con il sorriso sul volto, e battute sapide sulla vita. Ma in chi leggeva le sue pagine, ovviamente, suonava un campanello di allarme: «Ma come sta Fabio?», chiedevano a me. Immaginatevi a lui. Mussi mi chiamò divertito dicendo con la sua tipica ironia: «Mi telefonano alcuni compagni che hanno letto il tuo libro dicendomi: “Fabio, stai per morire?”». E tu che gli rispondi? Chiedevo io. Risata toscana mussiana: «Non ancora, grazie».

È incredibile come il tempo cambi sempre il nostro modo di leggere gli eventi, i fatti, le parole. Ho riletto il capitolo di Fabio ieri mattina, dopo essere stato raggiunto dalla notizia della sua scomparsa, l’altra notte. Sono rimasto pietrificato come se lo leggessi la prima volta, come se non avessi raccolto io questa testimonianza. Mi sono reso conto, ancora una volta, che stiamo perdendo uno a uno i testimoni – di destra, di sinistra, di centro – di una grande avventura novecentesca, un grande viaggio della politica che lasciava un segno della storia.

La grande impresa del secolo breve in cui si sono conquistati i diritti, la pace, il benessere. Oggi che questi diritti sono minacciati, che come dice Mussi «Sono tornate la guerra e lo sterminio», perdere questa memoria è come perdere una bussola nella tempesta. Per questo chi segue con continuità conosce la meticolosità con cui abbiamo ricordato su queste pagine, prendendo spunto da necrologi ed anniversari, storie molto diverse ma utilissime (solo per fare degli esempi) come quella di Marco Pannella, di Remo Gaspari e oggi di Mussi. Solo adesso capisco che quel grido di dolore «Vorrei dimettermi dal genere umano, ma combatto per trasmettere questi valori alle mie nipoti», non era il solo suo manifesto di allora. È – idealmente – il nostro grido di rabbia di oggi.

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