Al lavoro nell’azienda lager Scacco allo sfruttamento

Gang adescava gli operai dell’Est con la promessa di offrire buone retribuzioni Ma gli immigrati erano costretti a produrre in condizioni inumane e senza paga
ROCCASCALEGNA. I “caporali” adescavano operai stranieri, per lo più in Romania, con la promessa di un lavoro regolare. Ma una volta in Abruzzo, nella fabbrica della zona artigianale di Roccascalegna, gli operai erano costretti a lavorare e a vivere in condizioni inumane, picchiati, minacciati con le armi, costretti a firmare lettere di licenziamento in bianco e non retribuiti. Due persone sono state arrestate per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, altre tre sono indagate a piede libero. La fabbrica è stata sequestrata.
GLI ARRESTI. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip Massimo Canosa su richiesta della Procura di Lanciano, sono state eseguite dal personale del commissariato di polizia frentano, diretto dal vicequestore aggiunto Katia Basilico. In carcere sono finiti Roberto Sandionigi, 57 anni, nato in provincia di Lecco ma residente a Pescara, gestore della Saldoteck srl di contrada Solagne, a Roccascalegna - ditta che si occupa di saldatura e molatura di scocche per caldaie - e di un’agenzia interinale nel capoluogo adriatico, e Georghe Barbulescu, romeno di 58 anni, residente a Silvi, già arrestato e condannato per armi. Il primo è detenuto a Pescara, il secondo a Teramo. Sono inoltre indagati: E.L., 50 anni, molisano residente a Castel di Sangro; D.D.G., 44 anni, di Altino e residente a Casoli; L.D.A., 50 anni, nato a Silvi e residente a Pescara.
L’SOS DI UN OPERAIO. A far partire le indagini, durate mesi, è stata la telefonata a una tivù romena di un lavoratore minacciato con la pistola. L’emittente aveva poi allertato il presidente di un’associazione di romeni a Roma che, a sua volta, si è messo in contatto con la Procura frentana. Da lì la prima “visita” in fabbrica di polizia e ispettori della Direzione del lavoro, che avevano imposto alcune migliorie per garantire salute e incolumità dei lavoratori. La Saldoteck, quindi, era stata chiusa e poi riaperta. Parallelamente le indagini, coordinate dalla Procura, sono continuate e vanno tuttora avanti. Al momento hanno permesso di accertare, anche attraverso intercettazioni telefoniche, un’attività di sfruttamento di lavoratori stranieri.
BOTTE E MINACCE. Gli operai venivano reclutati per lo più in Romania attraverso annunci su siti internet, e indotti a venire in Italia con la promessa di un lavoro regolare da saldatore. I lavoratori erano ospitati in alloggi di fortuna o nella fabbrica stessa: più persone sistemate con letti e cucine da campeggio e in condizioni igieniche precarie. Per la sistemazione dovevano pagare anche un canone, che veniva detratto dalla busta paga regolarmente compilata, ma che in realtà non vedevano mai. Di questo si occupava Barbulescu, considerato dagli inquirenti un soggetto violento. Era lui a incutere timore agli operai, minacciandoli anche con armi da sparo, per evitare che chiedessero migliori condizioni di lavoro o la retribuzione pattuita. Un lavoratore, malmenato per aver richiesto parte della paga per acquistare cibo e generi di prima necessità, è stato minacciato con una pistola - poi sequestrata - di non rivolgersi alle forze dell’ordine né di andare in ospedale per medicare le lesioni. Il giorno dopo l’uomo ha raggiunto autonomamente il Pronto soccorso percorrendo a piedi 15 chilometri.
LE REGOLE VIOLATE. Era una fabbrica apparentemente in regola, ma dove le regole venivano sistematicamente violate. Il numero di ore previste era ampiamente superato, non veniva rispettata la normativa in materia di sicurezza e igiene. Lo stabilimento era privo di impianto di aspirazione: fumi e polveri ristagnavano pesantemente, causando fastidi ai dipendenti. Sono stati identificati almeno 11 stranieri, quasi tutti romeni, assoggettati a sfruttamento. Ma anche operai di altre nazionalità - albanese, indiana e pakistana - avrebbero lavorato nella fabbrica “lager”.

