Avvocati con la toga per Tatozzi: «Era un maestro per noi giovani»

In centinaia riuniti ieri nella chiesa di Francavilla: ex allievi, vertici del foro abruzzese e delle istituzioni L’abbraccio al figlio Goffredo e al resto della famiglia. Schiazza: «Un faro per la nostra generazione»
FRANCAVILLA AL MARE. La toga nera da avvocato adagiata sulla bara, accanto a un cuscino di rose rosse, accompagna l’ultimo viaggio di Camillo Tatozzi, da tutti conosciuto con il diminutivo affettuoso di Lello. Un «faro» per generazioni di allievi riuniti ieri pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Francavilla al mare: chi in lacrime, chi in silenzio, con gli occhiali scuri a nascondere lo sguardo provato dal dolore.
Un «padre» e un «maestro di vita, oltre che professionale», come evidenzia commossa la collega Amalia Schiazza, riannodando il filo dei ricordi: «La sua famiglia è solo tanto amore. Chiedo scusa per aver utilizzato la parola padre nel rivolgermi al presidente, che è soltanto vostra». E giù un lungo applauso prima di sciogliersi in un abbraccio con i due figli, Luigia e Goffredo, entrambi avvocati sulle orme del papà, il secondo alla guida dell’Ordine di Chieti.
Tra i banchi della chiesa che Camillo Tatozzi frequentava con la moglie Maria Pia De Toma, ci sono i nomi più illustri del foro abruzzese: gli avvocati della Camera penale teatina con il presidente Italo Colaneri vestiti con le toghe di ordinanza, i compagni di mille battaglie giudiziarie accanto alle giovani leve dell’avvocatura. Il procuratore Giuseppe Bellelli, la procuratrice aggiunta Anna Rita Mantini, il presidente del tribunale di Pescara Angelo Mariano Bozza, gli avvocati Pierluigi Tenaglia, Vittorio Supino, Maria Gabriella Iovino, Massimo Cirulli, Antonella Bosco, Giuseppe Orsini, Giancarlo Tittaferrante, Pierluigi De Virgiliis, Marco Di Domenico, Cesare Borgia, Cristiana Valentini e Sabatino Ciprietti, solo per citarne alcuni. E, tra i rappresentanti della politica, Giovanni Legnini, Antonio Luciani e Roberto Angelucci.
«L’affetto che in questi giorni avvolge i suoi cari, quasi per compensare la sua partenza, ci conferma che come padre, marito, amico e professionista ha dato il massimo. Tutto passa, tranne l’amore che ha donato, offerto e ricevuto», dice il parroco, don Roberto Antonucci. Il ricordo della famiglia è affidato alle parole cariche d’amore della nipotina Azzurra, figlia di Goffredo, che ha voluto così salutare il nonno, da lei soprannominato “Il boss”: «Il mio cuore si è bloccato e spezzato, questo è il primo ostacolo della mia vita: adesso sarà tutto diverso, ai pranzi di famiglia resterà sempre un posto vuoto a tavola. Ho pianto tanto, ma mi vengono in mente le tue parole: Ch’ ti piagne? Tu sì Tatozzi, quando mi invitavi ad affrontare i problemi a testa alta».
«È stato il filo che unisce gli avvocati della mia generazione», rimarca Amalia Schiazza, «saremo sempre legati, come discepoli a un maestro e come figli a un padre. Attento osservatore della realtà, sempre aggiornato e sempre sul pezzo, attento alla parità di genere prima ancora delle leggi sulle quote rosa, dominava ogni argomento: dal caso politico più scottante alla cronaca e al gossip. L’autorevolezza straordinaria e l’imponenza della sua figura non sconfinavano mai nella supponenza o nell’arroganza, nutriva sempre un profondo rispetto per chiunque, non si poneva mai al di sopra ma di fronte. Rispettava la dignità a qualsiasi prezzo e aveva un carattere di ferro, ostinato, che non arretrava di un passo nel suo pensiero, riuscendo però a fare sintesi di tutte le opinioni grazie alla sua intelligenza da leader. Se ti incrociava in tribunale e percepiva che avevi un problema, era sempre pronto a proteggerti e rimetterti sul binario giusto sia per questioni professionali o deontologiche sia personali». «È stato un faro per noi», conclude, «mi scelse a 33 anni per entrare in consiglio, cambiando per sempre il corso della mia vita, e lo ringrazierò per sempre».
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