Bar, locali e negozi: sì alle regole ma non possiamo fare gli sceriffi

Ristoratori e commercianti pronti ad adeguarsi alle nuove misure di sicurezza dettate dal governo «Usiamo le mascherine, ma no alle prescrizioni senza senso: sbagliato introdurre il coprifuoco»
CHIETI. Sì alle regole, no alle prescrizioni senza senso. E l’ultimo decreto del presidente del Consiglio per arginare la seconda ondata Covid a molti commercianti teatini è sembrato essere viziato da una certa incoerenza. «Perché ci chiedono di non servire più al banco dopo le 18 e di chiudere a mezzanotte quando autobus e centri commerciali sono pieni?», chiede Niki Sprecacenere, titolare del pub Sprecacè. «Ci siamo adattati a tutto perché vogliamo lavorare in sicurezza», continua il titolare del locale del centro storico, «ma se noi chiudiamo a mezzanotte la festa continua fuori, non è che finisce improvvisamente perché chiudiamo il locale. Anzi finché i ragazzi sono nei nostri locali sono più controllati. Io le regole le faccio rispettare scrupolosamente, la gente lo sa e anche per questo continua a venire nonostante la paura che è ricominciata a girare in città sempre più forte. Noi speriamo soltanto che il governo non decida di inasprire ancora di più i divieti, perché già adesso stiamo lavorando per la sopravvivenza. Se con un prossimo decreto ministeriale ci chiedono di chiudere alle 22, tanto vale non riaprire più». E così, dopo i mesi del lockdown, anche a Chieti è tornata la paura degli annunci del premier. «Abbiamo improvvisamente ritrovato l’ansia dell’attesa del discorso di Conte», dice Massimiliano D’Orazio, che con Serena Cerritelli gestisce il Cafè Racer allo Scalo, «quest’estate, con i tavolini fuori, per fortuna non abbiamo avuto grossi problemi, ma da adesso in poi prevedo che l’afflusso inizia a diminuire. In più ci si chiede di fare anche i “marescialli” contro chi non rispetta le regole e credo sia ingiusto chiederlo a noi che di mestiere facciamo tutt’altro».
I più penalizzati dalle nuove limitazioni sono proprio i pub che lavorano la sera. «Continuano a colpire il commercio che, insieme al turismo, ha rappresentato l’anello più debole della catena produttiva alle prese con l’emergenza sanitaria da coronavirus», dice Lido Legnini, direttore regionale della Confesercenti. «Un danno enorme che si aggiunge a quello provocato dal lockdown e al fatto che non si è visto ancora nulla dal punto di vista del ristoro tante volte annunciato».
Daniele Giangiulli, direttore di Confartigianato Chieti-L’Aquila teme che «non ci si possa più rialzare con un calo del Pil del 15% se arriva una ulteriore mazzata ai danni delle attività commerciali. L’obiettivo da cogliere deve essere duplice: non chiudere e lavorare in sicurezza».
Anche per Marisa Tiberio, presidente provinciale di Confcommercio Chieti, «la priorità assoluta è tutelare la salute pubblica e, al tempo stesso, scongiurare una nuova chiusura. Se lo Stato chiede agli operatori della ristorazione e dell’intrattenimento l’ennesimo sacrificio, è necessario che sia lo stesso Stato a metterli in condizione di sopravvivere. È necessario anche che sindaci e presidenti di Regione incrementino i controlli nelle zone della movida per punire i comportamenti irresponsabili e scorretti. L’obiettivo di tutti deve essere quello di ridurre al minimo possibile la durata delle nuove misure restrittive, per pensare a questo Natale 2020 come a una boccata d’ossigeno per le nostre imprese. È indispensabile che questo Natale ci sia».
E tanti preferiscono sacrificarsi ora che non a Natale: «Andiamo avanti sperando che non ci siano ulteriori divieti», dice Davide Rocchio del Templum Cafè, «sappiamo che molte decisioni sono state trasferite ai sindaci. Io spero, ma sono sicuro conoscendolo che lo farà, che il nostro sindaco prenda decisioni equilibrate».
Sul fronte dei controlli, Luca Cornacchia, che gestisce la pizzeria Fermenta insieme alla moglie Giorgia Santuccione, dice di averne notato l’incremento proprio negli ultimi giorni. Per la pizzeria le nuove regole non cambiano molto: «Staremo attenti a servire l’ultima pietanza entro le 23, cosicché alle 24 possiamo chiudere», dice Cornacchia, «abbiamo una clientela che, essendo per lo più costituita da famiglie, al momento non ha fatto fatica a rispettare le prescrizioni. È capitato che non abbiamo fatto entrare persone senza mascherina o che le abbiamo distribuite noi a chi ne era sprovvisto. E così si è capito che da noi senza mascherina non si entra».

