Buone notizie da Alfano: la Prefettura è salva

20 Febbraio 2016

Il ministro a Chieti per presentare il suo libro sulla minaccia del terrorismo «I fondamentalismi si combattono anche mantenendo programmi e abitudini»

CHIETI. «Il sindaco di Chieti mi ha fatto un regalo: farmi conoscere questo teatro. Mi congratulo con questa città per questo gioiello». Le prime parole del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ieri pomeriggio a Chieti per presentare il suo ultimo libro “Chi ha paura non è libero”, dedicato alla minaccia del terrorismo internazionale, strappano subito un applauso. E poco prima d’entrare, rispondendo alle domande dei giornalisti, Alfano aveva confermato un’altra buona notizia per il capoluogo teatino: «La Prefettura di Chieti è salva», ha detto, «soprattutto in questo momento le Prefetture svolgono un compito importantissimo, sono presidio di legalità, anche per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione».

Il teatro era strapieno in ogni ordine di posti, in prima fila c’era il nuovo sottosegretario Federica Chiavaroli, qualche poltrona più indietro il senatore Filippo Piccone, arrivato da Celano, la Regione era presente con l’assessore alla sanità Silvio Paolucci e le autorità locali erano al gran completo, a partire dal prefetto Antonio Corona. Sul palco, ad animare il dibatto, oltre al padrone di casa, il sindaco Umberto Di Primio nelle insolite vesti di moderatore, c’erano il direttore del Centro, Mauro Tedeschini, e il direttore del Dipartimento di lettere dell’università d’Annunzio, Stefano Trinchese. A uno, il docente universitario, è toccato l’approfondimento storico della tematica, all’altro, il giornalista, il richiamo ai temi della contemporaneità. Con il sindaco Di Primio che ha pungolato spesso e volentieri il suo segretario di partito, autodefinendosi «la parte che sta a destra del Nuovo Centrodestra» e tacciando Alfano di essere «il capro espiatorio di Renzi».

Il sindaco ha anche chiesto al ministro «più chiarezza» e «atti che non sembrino estemporanei» nella politica sui migranti, ricordando anche di essersi opposto al loro arrivo «nel centro cittadino, ma non nelle strutture d’accoglienza del territorio comunale». Il tema del libro, il cui titolo sta già diventando un motto, ha sollevato la domanda principale di Tedeschini. «Siamo in grado di gestire la paura? E se sì, in che modo?». Alfano risponde citando gli sforzi dell’intelligence, che funziona anche se non si vede, anzi proprio perché non si vede. E chiede a questo punto anche un applauso per le forze dell’ordine.

Qualche dato relativo al 2015 dà la percezione del gran lavoro svolto nel settore della lotta al terrorismo internazionale: 86 mila persone controllate, 10 mila veicoli controllati, 70 le persone giudicate pericolose per la sicurezza nazionale espulse dal paese, tra cui anche quattro imam, perché sia chiara la «differenza che c’è fra chi prega e chi spara». Alfano si lascia andare anche al racconto di episodi più personali che lo hanno segnato. Come le parole del ministro degli Interni del Belgio dopo l’attentato di Bruxelles, che chiedeva ai colleghi europei che «il nostro modo di essere occidentali fosse meno impaurito e i nostri paesi più sicuri». Un umanissimo «brivido nella schiena» percorse anche quella di Alfano che iniziò a riflettere sul ruolo della paura. E così, dopo aver svolto tutti i propri compiti di ministro, a seguito degli attentati terroristi, arriva la decisione di uscire con moglie e figli e andare «in pizzeria e al cinema». Perché il terrorismo si combatte anche solo «non perdendo il proprio stile di vita».

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