Dayco, altri due giorni di sciopero «La delocalizzazione va fermata»

Chiesto l’annullamento del contratto sottoscritto dalla multinazionale con un’industria di Treviso I sindacati: «Non abbiamo avuto risposte da parte dell’azienda nonostante le nostre iniziative»
CHIETI. Altre due giornate di sciopero per dire no a rischi di delocalizzazione. Dopo le prime 48 ore di astensione dal lavoro di ieri e martedì, i lavoratori Dayco decidono di incrociare le braccia per altri due giorni. La decisione è stata presa dall’assemblea di ieri mattina che si è svolta davanti ai cancelli della fabbrica, leader nella produzione di cinghie di trasmissione. Lo stabilimento di via Papa Leone XIII produce la materia prima per il 50% della realizzazione delle cinghie di tutto il mercato mondiale, parte del prodotto verrà però ora realizzato da un’altra azienda. Questa scoperta ha fatto pensare a dipendenti e sindacati che la multinazionale voglia iniziare a delocalizzare.
CONTINUA LO SCIOPERO
Le prime due giornate di astensione dal lavoro, quelle di ieri e di martedì, sono state molto partecipate. Ieri l’adesione nello stabilimento scalino, che conta 329 dipendenti, è stata quasi del 100%. E ha deciso di scioperare anche lo stabilimento di Manoppello, che conta 223 lavoratori. Le due nuove giornate di sciopero sono state indette per lunedì e martedì prossimo. In pratica alla Dayco i dipendenti hanno deciso di incrociare le braccia da martedì e ritorneranno al lavoro il 2 maggio, visto che di mezzo ci sono il ponte del 25 aprile (che era già stato deciso prima della manifestazione di protesta) e la festa del primo maggio.
I 50 ANNI DELLA FABBRICA
Una maniera per nulla serena quella scelta dai lavoratori per festeggiare i 50 anni dalla nascita dello stabilimento di via Papa Leone XIII. La fabbrica è nata infatti nel 1974 con il marchio Valpeco, poi diventato Pirelli e infine Dayco. La produzione è partita con la realizzazione di cinghie di trasmissione sia per le automobili che per l’industria. Ora si produce solo per le auto con un fiorente mercato mondiale. Non essendoci problemi di commesse, nell’azienda teatina non si riesce a capire perché si sia deciso di affidare per una settimana al mese la lavorazione della materia prima per le cinghie a un’industria di Treviso, la Novurania. A tanti è sembrato l’inizio di un percorso di delocalizzazione. Purtroppo in Val Pescara ce ne sono stati troppi. In pochi decenni l’ex “valle della rinascita” è diventata un cimitero di industrie con una enorme emorragia di posti di lavoro.
L’ASSEMBLEA SINDACALE
«Non avendo avuto alcun riscontro da parte dell’azienda, malgrado le due giornate di sciopero, la rappresentanza sindacale unitaria decide nuovo un pacchetto di scioperi, iniziando nelle giornate del 29 e 30 aprile». Questo il comunicato sindacale emesso ieri, al termine dall’assemblea, dalla rsu formata da Ettore Di Natale, per la Femca Cisl, Cesare Ciaschetti e Alessandro Mancini, per la Filctem Cgil, Giustino Stampone e Stefano Di Primio, per la Uiltec Uil. All’assemblea erano presenti anche i segretari regionali della Filctem Cgil, Carlo Petaccia, della Femca Cisl, Stefano Di Crescenzo, e della Uiltec Uil, Debora Del Fiacco. I sindacati rimarcano che si sono trovati davanti all’improvviso a un «processo non condiviso» e chiedono quindi «l’annullamento del contratto con l’azienda di Treviso». Quanto alle motivazioni addotte per lo spostamento della produzione a Treviso, i sindacati parlano di «motivazioni deboli. Ci è stato detto che questa scelta è stata fatta per garantire la continuità della produzione, perché se alla Dayco di Chieti dovesse succedere un imprevisto, ad esempio una calamità naturale o un guasto tecnico, la produzione in questo modo non si ferma. Ma questa motivazione non ci convince».
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