Di Giammarco resta in silenzio: al vaglio oltre 10mila atti d’accusa

3 Novembre 2020

Il primario arrestato si avvale della facoltà di non rispondere, i legali pronti a preparare una memoria E il professor Bottio respinge la contestazione di omicidio colposo: «Non ho operato io quel paziente»

CHIETI. Il professor Gabriele Di Giammarco sceglie la via del silenzio. Si è avvalso della facoltà di non rispondere, nell’interrogatorio di garanzia svolto in via telematica, il primario di Cardiochirurgia dell’ospedale di Chieti, agli arresti domiciliari da una settimana con le accuse di corruzione, omicidio colposo, falso e turbativa d’asta. L’inchiesta denominata “A cuore aperto”, coordinata dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani e condotta dalla guardia di finanza, è sfociata in quattro arresti e due misure interdittive che hanno sconvolto il mondo della sanità teatina e svelato un fenomeno di «corruzione sistemica» nel reparto del Santissima Annunziata, dove valvole e protesi cardiache venivano comprate senza bando e a un prezzo doppio rispetto a quello di mercato e i dispositivi medici erano dissipati di proposito per fare lievitare i guadagni delle imprese fornitrici. In cambio, dice l’accusa, Di Giammarco ha ricevuto dagli amici imprenditori Maurizio Mosca e Antonio Pellecchia e dall’agente di commercio Andrea Mancini l’arredo del proprio studio in ospedale per un valore di oltre 27mila euro, un soggiorno a Cuba di 13 giorni, il pagamento di cene in ristoranti rinomati, l’utilizzo gratuito di un posto barca al porto di Pescara e un viaggio a Lisbona di 4 giorni.
La scelta del professore di restare a bocca chiusa, come sottolineato dagli avvocati Leo Brocchi e Augusto La Morgia, dipende dalla necessità di dover esaminare tutte le carte dell’accusa, qualcosa come 10.661 pagine fra interrogatori, intercettazioni e altro materiale finito agli atti dell’inchiesta andata avanti per oltre un anno e condotta dai finanzieri del colonnello Serafino Fiore e del capitano Giuseppe Laganà. Solo in un secondo momento, dunque, si potrà pensare a un interrogatorio o, più verosimilmente, alla presentazione di una memoria. La difesa ritiene che siano emerse incongruenze nella valutazione delle protesi: ecco perché potrebbe essere chiesta una perizia.
Ha invece risposto al giudice Luca De Ninis, sempre per via telematica, Tomaso Bottio, il cardiochirurgo dell’università di Padova – tra i più conosciuti in Italia – che, insieme a Di Giammarco, è accusato di omicidio colposo con l’aggravante della colpa cosciente per la morte di un uomo di 59 anni di Atri: sul paziente, deceduto alcuni giorni dopo l’operazione, nel giugno 2019 venne eseguito all’ospedale di Chieti un intervento di impianto di assistenza ventricolare sinistra della tipologia Heart Mate 3, apparecchio costato 95mila euro. Bottio, assistito dagli avvocati Cesare Dal Maso e Riccardo Todesco del foro di Vicenza, e che nell’inchiesta è stato raggiunto dal divieto di esercitare la professione per 12 mesi, ha respinto le accuse parlando per due ore e mezza. Bottio ha sottolineato di aver svolto in quel caso il ruolo di «proctor», cioè colui che verifica la funzionalità dell'apparecchiatura, ma di non aver né partecipato all’intervento chirurgico né avuto alcun tipo di rapporto con il paziente. I due legali hanno chiesto la revoca della misura: il giudice si è riservato la decisione, mentre il pm ha dato parere negativo.