Di Primio non fu ingiuriato Assolto Salvatore del Pd

Processo parallelo a D’Agostino: per il giudice la frase contro il sindaco non è reato Il consigliere esulta ed elogia il suo difensore. La sua era solo una critica politica
CHIETI. Assolto perché il fatto non costituisce reato. Questa la formula utilizzata dal giudice di pace, Clementina Settevendemie, nei confronti del consigliere comunale Gabriele Salvatore accusato di ingiuria dal sindaco Umberto Di Primio. Salvatore, di professione avvocato proprio come il sindaco, ha tirato finalmente un sospiro di sollievo, essendo entrato in aula ieri pomeriggio con molti dubbi e perplessità sull’esito del processo. Che, invece, sarebbe andata a finire bene per lui, lo si poteva prevedere sin dalla richiesta d’assoluzione avanzata all’inizio dell’udienza dal pubblico ministero Luisa Bertini. Il sindaco, assistito dall’avvocato Maria Laura Paolini, non era presente in aula, mentre Salvatore c’era con il suo avvocato Massimo Cirulli. Il consigliere, che ha detto che non avrebbe rilasciato dichiarazioni né in caso di vittoria né in caso di sconfitta, è rimasto ligio alla promessa. Ascoltata la sentenza ha abbracciato il suo avvocato e ha subito chiamato a casa per comunicare la notizia alla famiglia: «Massimo è stato grande», ha detto al telefono riferendosi al proprio difensore, «ho pure registrato l’arringa». La vicenda è quella che risale al consiglio comunale del 7 agosto 2013, una settimana dopo l’arresto per concussione e violenza sessuale dell’ex assessore comunale alle Politica della casa, Ivo D’Agostino, nell’ambito dell’inchiesta Sex for house. Salvatore, consigliere d’opposizione del Pd, decide di intervenire in aula su un punto che non era all’ordine del giorno ma, dopo essere stato interrotto più volte, se ne esce con la famosa frase che gli è valsa l’accusa di ingiuria: «Tanto prima o poi succederà qualcosa pure a te». Il riferimento è al caso D’Agostino e al fatto che il sindaco sapeva o, quanto meno, aveva avuto notizia di quello che succedeva e non aveva detto nulla. Di Primio ha sempre asserito di non aver avuto a disposizione elementi tali da andare in Procura e rilanciato le accuse al mittente chiedendo perché non hanno denunciato i tanti che ora sostengono che si sapeva come stavano le cose con D’Agostino all’Ufficio casa. Ma in realtà la vicenda finita sul tavolo del giudice di pace non è mai arrivata a toccare lo spinoso argomento se Di Primio sapeva oppure no. Al giudice non sono serviti ulteriori elementi (come ad esempio i verbali delle deposizioni del sindaco nell’inchiesta D’Agostino) per prendere la sua decisione, le cui motivazioni saranno rese note tra 15 giorni. Probabilmente ha ritenuto, come aveva già considerato la pm, che il consigliere d’opposizione stesse esercitando il proprio diritto di critica e che quella frase fosse riferita «all’uomo pubblico e non all’uomo in sé», come ha detto la Bertini. L’avvocato Cirulli aveva speso molte parole per riportare quella frase nell’ambito politico. Reiterando la richiesta di acquisizione dei documenti e dei testimoni non ammessi nella scorsa udienza, Cirulli avevano inoltre tentato nuovamente di spostare la questione sul fatto se era vero o meno che Di Primio sapesse, o quanto meno se «non era del tutto ignaro dei fatti», ha detto precisando che non si voleva intendere che «il sindaco fosse a conoscenza del reato ma che avesse avuto una qualche tipo di notizia sui fatti. Di Primio», ha sottolineato ancora Cirulli, «si è guardato bene di chiedere che l’oggetto di questo processo venisse esteso all’accertamento della verità o della falsità del fatto che gli era stato attribuito».
In piena campagna elettorale la sentenza non gioca certo a favore del centrodestra e riapre anche i dubbi sul ruolo del sindaco nello scandalo che ha travolto Ivo D’Agostino. E fa gioiere il Pd e Salvatore.

