Fondi per la casa, favorì la figlia: condannata funzionaria comunale

Diventa definitiva la pena a 2 anni e 6 mesi per la teatina Luciana Rapattoni, ora andata in pensione È accusata di falso e abuso d’ufficio: «Alterò la graduatoria pubblica». Lei si è sempre detta innocente
CHIETI. Diventa definitiva la condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione nei confronti di Luciana Rapattoni, ex funzionaria del Comune di Chieti, accusata di aver alterato una graduatoria pubblica in modo da favorire la figlia, Brigitta Berghella, facendole ottenere un contributo per l’emergenza abitativa di 4.800 euro. La Cassazione (presidente Stefano Palla, consigliere estensore Paolo Micheli) ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla donna di 70 anni, confermando la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila.
Secondo l’accusa l’imputata, alterando il timbro di ingresso apposto dal Comune sulla richiesta di Berghella e i dati relativi al protocollo informatico dell’ente, avrebbe retrodatato la richiesta consentendo in questo modo l’erogazione di un contributo di 4.800 euro in violazione del regolamento approvato dal consiglio comunale nel 2010. Da qui, i reati contestati di falso e abuso d’ufficio. In primo grado, erano stati condannati anche tre dipendenti comunali, poi assolti «per non aver commesso il fatto». In base alla tesi difensiva, nel processo è emerso come «la figlia di Rapattoni, estranea all’amministrazione comunale, si recasse in quegli uffici non solo per incontrare la madre, ma vi si fosse intrattenuta con altri, compresi i soggetti, iniziali coimputati della ricorrente, assolti in appello». Sempre secondo la difesa, non è stato accertato chi «provvide materialmente alle contraffazioni e soppressioni». Ma la Cassazione condivide le conclusione dei giudici aquilani: «Il dato che la difesa non può contestare», si legge in sentenza, «è quello dell’esistenza di “macroscopiche alterazioni, anche sotto il profilo grafico (contraffazione dei timbri di deposito), del fascicolo relativo alla figlia» di Rapattoni». Non solo: la «consapevole scelta» dell’imputata «di non astenersi, pur in presenza di una pratica intestata a congiunti stretti, le imponeva giocoforza una peculiare attenzione. L’avere Berghella avuto modo di incontrare, negli uffici comunali, anche persone diverse dalla madre, costituisce poi un dato ovvio e certamente non sfuggito ai giudici di merito, essendo stata valorizzata l’assenza non già di occasionali frequentazioni, bensì di “rapporti privilegiati con altri soggetti addentri all’ufficio”».
L’ex funzionaria, nel corso del processo di primo grado, è stata definita da alcuni testimoni come il «deus ex machina dell’ufficio. Colei che ne decide le sorti». Se si fosse trattato di una società, lei ne sarebbe stata «l’amministratore di fatto». Sua figlia è stata descritta come assidua frequentatrice di quell’ufficio. Secondo le testimonianze non solo ci andava spesso, ma si sedeva anche alle scrivanie, utilizzava il pc ed era praticamente di casa.
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