Giovanni Legnini e la conoscenza con il cardinale Gambetti: «Al telefono era contento, è energico e carismatico: piacerà anche ai giovani»

Il primo cittadino al Centro: «Per lui il nostro incontro fu un presagio. Sa essere coinvolgente e pragmatico»
CHIETI
L’uomo chiave della ricostruzione del Centro Italia dopo il sisma e il porporato alla guida della Fabbrica di San Pietro. Un abruzzese che ha varcato le porte dei palazzi della politica nazionale e un emiliano a cui il Santo Padre ha conferito le chiavi della Basilica simbolo del Vaticano e del cattolicesimo. Ora, la città di Chieti sarà il teatro del loro ritrovo: Giovanni Legnini come sindaco, Mauro Gambetti come arcivescovo della diocesi teatino-vastese. Ma per il loro primo incontro bisogna spostare le lancette indietro di sette anni e trascinare il dito sulla mappa fino ad Assisi.
Legnini, quello con Gambetti è un vecchio rapporto di stima.
«Ci siamo conosciuti nel 2019 e da allora si è stabilito un legame di stima e di mia profonda ammirazione nei suoi confronti».
L’occasione dell’incontro?
«Un evento culturale a cui ero stato invitato, nel Sacro Convento di Assisi».
Suggestivo.
«Lui era custode della basilica. Non lo conoscevo».
Prima impressione?
«Mite ed energico, insieme. Molto pragmatico e straordinariamente profondo e carismatico».
Pop. Il suo mito, dice, è Gianni Agnelli.
«Penso che riuscirà ad essere, come del resto è sempre stato, molto coinvolgente anche tra le nuove generazioni. È una speranza fondata».
Una qualità su tutte?
«Lui incarna i più profondi valori francescani di cui abbiamo grande bisogno nel tempo che viviamo: l’amore per il creato, la pace e quell’attitudine al dialogo e all’ascolto».
Ma è vero che lui parla del vostro incontro come un segno del destino?
«Sì, fu curioso».
Torniamo a quel giorno.
«Agosto 2019. Mancano ancora diversi mesi alla mia nomina come commissario per la Ricostruzione del centro Italia».
Ma il caso vuole che quel convento fosse stato lesionato dal sisma.
«Sì. Lui mi parlò a lungo della ricostruzione bloccata, dei burocratismi che ne impedivano l’avvio».
Poi?
«Passano cinque mesi, per la precisione febbraio 2020».
Governo Conte II. Lei è commissario per la Ricostruzione.
«Una delle prime telefonate che faccio è a lui. Ci mettiamo a discutere di ciò che era necessario fare per sbloccare la ricostruzione».
Lui?
«Ridendo mi dice: “Il nostro incontro, allora, è stato un presagio!”. Mi diede subito l’idea di un uomo energico, trasmetteva sensazioni positive. Da lì è nato un rapporto di collaborazione e di stima».
Sabato, dopo l’annuncio in cattedrale a San Giustino, l’ha sentito?
«Sì, abbiamo parlato».
Cosa gli ha detto?
«Ci tenevo ad esprimergli la mia gioia per la sua nomina e a dare la mia totale disponibilità a fare quanto nelle mie possibilità, nella reciproca autonomia e nell’interesse della comunità».
Lui era felice?
«L’ho sentito molto contento e desideroso di avviare questa nuova esperienza, certamente impegnativa».
Lavorerete in sinergia?
«Certamente ma è presto per parlare di propositi per il futuro, lo faremo quando sarà il momento».
Con monsignor Bruno Forte, l’arcivescovo uscente, il rapporto è stato profondo.
«Per me ha rappresentato un riferimento costante in questi anni, non solo quale guida pastorale della diocesi ma anche come una grande personalità alla quale chiedere consigli».
Alla fine dell’annuncio in cattedrale, tutti gli occhi erano puntati sul vostro abbraccio. Affettuoso, sincero.
«Sì, assolutamente. Il rapporto con Padre Bruno è stato costante e profondo. In tutti i passaggi del mio percorso personale e istituzionale mi sono rivolto a lui».
Ancora: una qualità, in particolare?
«La sua profondissima cultura e la grande capacità di leggere il tempo che viviamo».
Gli episodi intensi, insieme, sono stati tanti.
«Come quando ha promosso, insieme ad alcuni di noi, le riflessioni sulle encicliche di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, che hanno scandito la dottrina sociale della Chiesa in modo significativo. Il nostro è sempre stato un confronto fertile».

