Il testimone della guerra del 1943: «Ero bambino, avevo paura delle bombe. Il fascismo? Mi stupiscono i nostalgici»

Tommaso Cespa, 93 anni, racconta al Centro i tragici giorni del “Natale di sangue”: «Quei ricordi non mi hanno mai lasciato, oggi guardo il Corso e penso a com’era»
ORTONA. A 93 anni Tommaso Cespa continua a camminare per Ortona con due città davanti agli occhi: quella ricostruita di oggi e quella del 1943, sventrata dalle bombe, che vive ancora nella sua testa. Classe 1933, aveva dieci anni quando la guerra entrò nella sua infanzia per restare nei suoi ricordi per tutta la vita. Testimone civile della battaglia che trasformò Ortona, medaglia d’oro al valore civile, nella «Stalingrado d’Italia», è una memoria vivente della città: 1.314 civili morirono e oltre duemila furono i militari caduti tra alleati e tedeschi. Nell’ufficio turistico di piazza della Repubblica, dove le mattine trascorre spesso qualche ora, parlando al Centro Cespa torna alla fuga di re Vittorio Emanuele III, alle cannonate, alla fame, al padre ferito. Quando parla di lui non trattiene le lacrime. Poi c’è Brick, il cane nero che durante la battaglia gli riportò un biglietto con un messaggio «prezioso». Nel suo racconto c’è soprattutto la necessità di resistere e andare avanti. Con la sua famiglia fu infatti uno di quelli che non lasciò Ortona durante il «Natale di sangue». E oggi, dopo le polemiche che hanno accompagnato la recente tre giorni di convegni con ospiti vicini al neofascismo, resta sbalordito che nel 2026 si torni a parlare di certe tendenze: «Per colpa del fascismo ci siamo ritrovati Ortona distrutta. E ora ancora con il fascismo?». È lo stupore di un uomo che quella storia non l’ha letta sui libri: l’ha attraversata e continua a vederla tra le facciate di una città ricostruita.
Tommaso Cespa, quale fu il momento in cui capì che a Ortona la quotidianità si era spezzata?
«L’8 settembre ci fu l’armistizio e pensammo: la guerra è finita. Invece non era finita, per noi era appena iniziata. Il 9 settembre il re fuggì proprio da Ortona. Capimmo che qualcosa non andava».
Lei aveva dieci anni. Vide quella fuga?
«No, la vivemmo da lontano. D’estate mio padre Camillo, mia madre Cristina e noi tre figli ci spostavamo dal centro a in campagna, a Santa Liberata, così i miei genitori potevano lavorare la terra. Molti la videro e ci arrivò la voce».
A dicembre il fronte si aprì su Ortona. Qual è il suo primo ricordo?
«Le cannonate. Quell’anno restammo in campagna anche in autunno perché non sapevamo cosa potesse succedere. In tanti si rifugiarono nelle campagne: da parenti, amici e anche sconosciuti. Pure noi ospitammo diversi sfollati. Ci si aspettava che accadesse qualcosa. Poi accadde: fioccavano cannonate in continuazione».
Quale fu il momento più buio per lei?
«L’8 dicembre. Nel primo pomeriggio, durante un bombardamento mio padre fu ferito alla gamba sinistra. Un’altra scheggia gli tagliò la giacca sul fianco: per pochi centimetri avrebbe potuto colpirlo e ucciderlo (Si ferma e la voce si spezza, ndc). Ci trasferimmo in una casa a circa duecento metri che aveva un grande rifugio, con un centinaio di persone. Mia madre faceva avanti e indietro per dare da mangiare agli animali. Una volta rientrò dopo ore. Quella fu la prima vera paura che ricordo».
Riusciva a dormire?
«Era difficile, la paura era troppa. Restammo lì fino al 20 dicembre. Poi arrivarono i tedeschi e ci cacciarono con le armi in pugno. Urlavano: “Pescara, Pescara”, indicandoci la direzione da prendere. Alcuni arrivarono nelle Marche, o persino in Emilia-Romagna, a piedi o con mezzi di fortuna. Altri rimasero a Ortona».
Come fece la sua famiglia.
«Sì. Tornammo in centro e trovammo la nostra casa, in via del Giglio, ridotta a macerie. Mio padre disse a mio zio di tenere con sé Gaetano, il maggiore di noi tre fratelli: dividendoci, forse almeno uno avrebbe avuto più possibilità di salvarsi.
A quel punto, cosa faceste?
Io, l’altro fratello Giuseppe, mamma e papà ci incamminammo verso la campagna. Mio padre, ferito, faceva fatica e a tratti mia madre se lo caricava sulle spalle. All’altezza del canile di via Massari finimmo sotto un altro bombardamento. Papà ci disse di correre in una casa, dove oggi c’è la Tavernetta degli Ulivi: “Io vi raggiungerò appena possibile”, ci spiegò. Quando arrivò a una cinquantina di metri, il figlio del proprietario gli corse incontro, lo prese in braccio e lo portò dentro (si commuove ancora, ndc). Restammo lì fino a metà gennaio».
Lì si sentì più al sicuro?
«Molto di più. Ma il giorno dopo presi un altro spavento».
Ce lo racconti.
«Mia madre, mio fratello e altre persone uscirono per cercare qualcosa da mangiare nelle case che avevano lasciato. I tedeschi fecero perdere loro molto tempo e non rientrarono. La mattina dopo mia madre ebbe un’idea: con loro c’era Brick, un cane nero che aveva seguito la padrona. Una spia inglese diede loro carta e penna. Scrissero un biglietto, glielo legarono al collo e scacciarono il cane, sicuri che sarebbe tornato a casa della proprietaria, da noi. E infatti lo vedemmo arrivare con il prezioso messaggio: “Siamo vivi, appena possiamo torniamo”. Lo fecero due giorni dopo, il 23».
Come trascorreste il Natale?
«Come tutte le altre notti: con la paura delle bombe. Si mangiava a malapena un pezzo di pane, altro che cena di Natale. Quella notte si sentirono meno esplosioni, fu come una specie di tregua, ma durò pochissimo, purtroppo».
Il 28 dicembre viene ricordato come il giorno della Liberazione di Ortona. Come lo visse?
«La mattina vedemmo sfilare i canadesi e pensammo: “Siamo liberi”. Potemmo tornare in centro. Ma non eravamo ancora liberi davvero. Le cannonate continuarono a sentirsi fino al giugno del 1944».
Dove tornaste a vivere?
«Dietro la cattedrale di San Tommaso, che era distrutta. Un nostro lontano parente aveva lì una vecchia stalla senza più animali. La ripulimmo e ci sistemammo. Quella fu la nostra casa per due anni».
C’è un ricordo bello del giorno Liberazione dai tedeschi?
«Due soldati canadesi videro mio padre ferito. Uno lo medicò e ci lasciò il materiale per rifare le medicazioni. L’altro cercava noi bambini per darci le caramelle, ci correva dietro per consegnarcele. Certe cose non si dimenticano».
Quando capiste che la guerra era davvero finita?
«Una volta eravamo fuori a giocare. Sentimmo partire da lontano le cannonate. Fu un fuggi-fuggi. Una scheggia colpì un muro e un pezzo di pietra mi arrivò sulla testa. Per fortuna mi andò bene. Quello è l’ultimo bombardamento che ricordo».
Che effetto le fece vedere la cattedrale e la città distrutte?
«Fu un pianto. Tutte le bellezze di Ortona erano sparite. La nostra casa era sparita. C’erano macerie ovunque».
E il dopoguerra come fu?
«Mio padre, guarito, andò a lavorare alle dipendenze dei canadesi. Lo pagavano 50 lire al giorno, ai minori ne davano 30. Si rimuovevano le macerie, si rifaceva la ferrovia, si ricostruiva. Molti tornarono nelle campagne, dove però si continuava a morire per le mine. Ricordo una scena terribile».
Quale?
«Una squadra di uomini stava zappando un terreno e toccò una mina. Morirono cinque persone. A Porta Caldari arrivò un camioncino con le bare. La piazza era piena di gente e scoppiò un pianto generale. Poi si continuava a sentire: “È morto questo per una mina, quell’altro è rimasto ferito”. Anche alcuni ragazzi persero la vita o rimasero mutilati giocando con le armi».
Come ripartì la vostra famiglia?
«Piano piano. Restammo nella stalla due anni, poi tornammo a Santa Liberata. Allargammo la casa di campagna e rimanemmo lì fino al 1952».
E la scuola?
«Finii la quinta elementare, poi iniziai a imparare il mestiere di fabbro con incudine, martello e forgia. In seguito feci diversi lavori, fino ad arrivare alla Micoperi, giù al porto, dove sono stato fino alla pensione».
Attraversa Ortona a piedi quasi ogni giorno. Riesce a guardarla senza pensare a come fu ridotta dalle bombe?
«No. Quando cammino penso sempre a come era durante la guerra. Guardo un palazzo e mi chiedo se c’era oppure no, rivedo le macerie. Mi succede soprattutto quando passo lungo il Corso».
Due settimane fa, durante la manifestazione antifascista seguita alle polemiche sulla tre giorni di convegni, che impressione ha avuto?
«La mattina sono uscito e ho visto una città svuotata, senza neppure i bidoni della spazzatura, con tante forze dell’ordine. Dopo aver fatto colazione sono tornato a casa. Quella situazione mi aveva un po’ spaventato».
In quei giorni si è discusso molto della presenza a Ortona di figure vicine ad ambienti neofascisti. Lei che cosa pensa, da cittadino che ha vissuto nella stessa città la tragedia della guerra?
«Lungi da me fare politica, non ho mai voluto farla. Vi rispondo con una domanda: per colpa del fascismo ci siamo ritrovati Ortona distrutta. E ora ancora col fascismo?».
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