Intasca i soldi delle giocate al Lotto Scatta la condanna per la tabaccaia

Spariti 50mila euro: pena di due anni e 8 mesi a carico di una 39enne accusata di peculato continuato Adesso rischia di finire in carcere. Ma è scontro su una confessione ignorata del fratello della donna
CHIETI. Oltre 50mila euro di giocate al Lotto mai versate ai Monopoli di Stato ma trattenute per sé. La ex titolare di una ricevitoria del Lotto è stata condannata per peculato alla pena di due anni e 8 mesi e rischia di finire in carcere: è diventata definitiva la sentenza della Corte di Cassazione. Ora, la donna di 39 anni, assistita dall’avvocato Gaetano Colonnese, ha chiesto una pena alternativa e, a breve, arriverà la decisione della Corte d’appello dell’Aquila.
SOLDI SPARITI Il caso scoppia quando l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato si accorge che, dalla ricevitoria gestita dalla donna in un paese del Chietino, risultano ammanchi: i versamenti non avvengono ogni settimana come prevede il contratto. Scatta la segnalazione alla procura di Chieti e comincia l’indagine sui soldi spariti: muovendosi su un terreno tracciato, ci mettono poco gli investigatori a ricomporre il quadro delle responsabilità e a quantificare il totale delle somme non versate. Secondo le carte della Procura di Chieti, la titolare è accusata di «aver trattenuto indebitamente i proventi delle giocate non versandoli all’Erario nei termini».
LA CONFESSIONE Durante le indagini preliminari, però, accade un fuori programma: il fratello della donna si presenta negli uffici della Procura e confessa che era stato lui a non versare i soldi delle giocate «riconoscendo la propria esclusiva responsabilità per le condotte in contestazione». Poi, la donna rivela che l’incarico di gestire la ricevitoria era stato passato proprio al fratello e affida a un certificato medico «per influenza» la sua presunta impossibilità a lavorare in quel periodo. Ma i giudici, sia in primo grado al tribunale Chieti che alla Corte d’appello dell’Aquila, non accettano né la confessione del fratello né tengono in conto quel certificato medico: c’è questo doppio rifiuto al centro del ricorso della donna in Cassazione. Per la difesa, «l’atto confessorio depositato alla Procura di Chieti è una prova decisiva e, dunque, necessaria ai fini della decisione». Invece, per la Cassazione, quel racconto «non funge da prova testimoniale e non risulta vincolante nella ricostruzione dei fatti». Perché? «Solo nell’ipotesi in cui il fratello avesse reso testimonianza nel processo, la Corte d’appello non avrebbe potuto esimersi da una espressa valutazione e motivazione sul suo contenuto».
LA CONDANNA Sulla stessa linea della Corte d’appello, la sesta sezione penale della Cassazione, con la presidente Anna Petruzzellis, ha ribadito che «il ruolo di coadiutore del fratello non comportasse la inconsapevolezza della ricorrente dell’inadempimento dell’obbligo di versamento settimanale all’Erario delle somme riscosse dalle giocate al lotto nel breve periodo di suo impedimento fisico per influenza». Ora, oltre alla condanna penale – che potrebbe sfociare negli arresti domiciliari come pena alternativa al carcere vista l’assenza di precedenti –, la donna dovrà pagare anche le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
PECULATO Alla donna è contestato il reato di peculato continuato sulla scia di un recente orientamento della Cassazione: «È pacifico nella giurisprudenza di legittimità che commette il reato di peculato», recita la sentenza pilota del 2020, «il concessionario titolare dell’attività di raccolta delle giocate del Lotto che ometta il versamento all’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato delle somme riscosse per le giocate; il denaro incassato dall’agente – che riveste la qualità di incaricato di pubblico servizio – è, sin dal momento della sua riscossione, di pertinenza della pubblica amministrazione».

