L’allenatore resta agli arresti domiciliari

Le violenze sui piccoli atleti, il giudice boccia la richiesta della difesa: Furgiuele non può tornare libero
CHIETI. Niente libertà per l’allenatore di basebell sotto processo per violenza sessuale nei confronti dei suoi piccoli atleti di baseball. Riccardo Furgiuele, 52enne di origini venezuelane, ex agente di commercio residente a San Giovanni Teatino, aveva chiesto la libertà per poter tornare a lavorare. Ma i giudici Andrea Di Berardino, Chiara Di Gerio e Riccardo De Mutiis gliel’hanno negata. Anche se il pubblico ministero Giuseppe Falasca, che nel processo rappresenta la pubblica accusa, si era detto favorevole a una misura alternativa a condizione che per l’imputato fosse disposto il divieto di avvicinarsi alle vittime e ai luoghi che frequentano.
La richiesta era stata avanzata nuovamente dalla difesa di Furgiuele affidata all’avvocato Luigi Antonangeli, nel corso dell’ultima udienza del processo che si è svolta martedì scorso. I giudici si erano riservati la risposta, avendo a disposizione cinque giorni per valutare a fondo la questione. Ieri pomeriggio hanno sciolto la riserva, rigettando la richiesta dell’avvocato Antonangeli. Già nell’udienza di ammissione delle prove, il 25 settembre, il legale aveva chiesto la remissione in libertà o anche una misura anche restrittiva che permettesse al suo assistito di lavorare per provvedere alle esigenze di sostentamento sue e a quelle del figlio che vive con lui. Anche in quel caso l'istanza era stata rigettata.
Il processo riprenderà con l’udienza del prossimo 6 novembre per ascoltare il consulente della procura, il medico legale Cristian D’Ovidio, e i testimoni della difesa. Martedì scorso, invece, sono stati ascoltati i testimoni dell’accusa e delle parti civili. Una dozzina di persone, per lo più familiari delle presunte vittime, ragazzini tra gli 8 e i 13 anni. Furgiuele era in aula seduto accanto al suo avvocato. E per i parenti dei ragazzini che accusano il loro ex allenatore si è rinnovato il dramma di tornare a incrociare lo sguardo con l’uomo che consideravano un amico fidato di famiglia.

