Le memorie da prigioniero del musicista D’Urbano

Fara Filiorum Petri. Artista e scrittore fu recluso sette anni nelle colonie inglesi Il suo diario recuperato in Australia e affidato alla moglie. Il paese lo celebra
FARA FILIORUM PETRI. Il paese ha celebrato la memoria di un altro suo figlio illustre a 50 anni dalla morte: Francesco D’Urbano: musicista, artista e scrittore. L’iniziativa, voluta dal sindaco Camillo D’Onofrio e dall’amministrazione comunale, con il patrocinio di Comune, Pro loco e della famiglia D’Urbano, si è svolta sotto la direzione del regista Dino Viani, farese d’adozione e già premiato con “La Farchia simbolo di pace”. La serata, condotta dal giornalista Paolo Castignani, è stata impreziosita dagli interventi dell’attore Domenico Galasso. Con i contributi musicali di Massimiliano D’Urbano, il coro folk “Francesco D’Urbano”, diretto dal nipote del musicista che porta il suo nome. Importanti gli interventi della vedova D’Urbano, Margherita, i figli Vincenzo Achille e Venturina Rita, e dall’amico d’infanzia Gigino Fanella, che con la loro testimonianza hanno contribuito a ricordalo e a farlo conoscere a chi di lui non sapeva nulla.
Francesco Antonio D’Urbano era nato a Fara il 1° giugno del 1920 dal mastro Achilluccio, falegname e musicista. È Fu il padre ad avvicinarlo alla musica regalandogli una tromba. Le doti e il talento del giovane D’Urbano furono subito evidenti e lasciavano presagire un futuro pieno di soddisfazioni, ormai lanciato verso un successo che sembrava scritto. Come tanti della sua generazione, i suoi sogni s’infransero però con lo scoppio del Secondo conflitto mondiale che lo porteranno in guerra prima in Grecia e poi in Cirenaica e che gli costarono sette anni di prigionia nelle colonie inglesi tra India e Inghilterra. Furono gli anni duri e dolorosi che lui ha saputo trasformare in bellezza maturando fino in fondo il suo talento creativo.
Cominciò così a raccontare la sua vita di soldato su un diario, come tentativo estremo per rimanere ancorato alla sua terra d’Abruzzo, al suo amato paese, alla sua gente, alla sua famiglia. Soprattutto per darsi forza, fiducia, nella speranza che prima o poi sarebbe tornato in Patria.
Appena liberato, nella fretta di tornare in paese, il manoscritto andò perduto finendo nelle mani di un soldato australiano che non lo consegnò al suo comando come cimelio di guerra. Ma, pur non comprendendo l’italiano, lo mostrò a un parroco che a sua volta ne fece dono all’associazione emigranti italiani. Dopo varie ricerche questi ultimi sono riusciti a risalire all’origine del soldato Francesco D’Urbano, facendo pervenire una copia del diario alla moglie Margherita.
Gli anni Sessanta sono stati quelli della consacrazione artistica per D’Urbano divenendo il direttore delle più importanti bande musicali del circondario. Per la banda ha scritto molte composizioni di genere militare e sinfonico tra queste: “Omaggio a Fara”, “Canzoniere” e “Margherita”, dedicata alla moglie.
Dopo una lunga malattia, ancora giovane, il 5 aprile 1967, ha lasciato il suo amato paese, la sua famiglia. «Ma come accade sempre per quelli che hanno lasciato un segno del proprio transito, un gesto d’amore», ha detto il regista Dino Viani, «Francesco D’Urbano non ha mai abbandonato questo mondo perché è rimasto nel cuore di chi ha avuto il piacere di apprezzarlo come uomo, come artista».
©RIPRODUZIONE RISERVATA .

