Ortona

Lorena morta in casa, il fratello dell’indagato: «Ero in confusione, ho buttato la corda tra i rifiuti. Mi porto dietro il rimorso»

3 Agosto 2026

Il giallo di Ortona: Lorena Paolini trovata senza vita nella propria abitazione nel 2024. Giuseppe Cieri, il fratello del marito indagato (e poi scagionato) per omicidio: «Quel caos mi ha impedito di riferire liberamente che Lorena si era suicidata»

ORTONA. «Dotto’, è un rimorso che mi porto dietro. Purtroppo la corda l’ho buttata dentro al bidone della spazzatura della casa funeraria. Ero nella confusione più totale». È il pomeriggio del 4 novembre 2024. Giuseppe Cieri parla davanti al pubblico ministero Giuseppe Falasca e cambia anche lui versione poche ore dopo che il fratello Andrea, in quel momento indagato con l’accusa di aver strangolato la moglie Lorena Paolini, ha ammesso che no, la madre delle sue due figlie – la mattina del 18 agosto – non aveva avuto un malore, ma si era suicidata impiccandosi al lampadario nello sgabuzzino della loro abitazione di contrada Casone, a Ortona. Una tesi, quest’ultima, che la procura prima e il tribunale poi hanno ritenuto credibile, al punto da archiviare definitivamente il fascicolo per omicidio volontario.

Giuseppe Cieri, per tutti Peppino, conosciutissimo impresario funebre, ha avuto un ruolo di primo piano nell’inchiesta, perché è stato il protagonista principale della macchinazione finalizzata a nascondere il suicidio «per il timore dello stigma sociale», scrive il giudice Maurizio Sacco nell’ordinanza di archiviazione firmata pochi giorni fa.

È in quel pomeriggio dell’autunno di due anni fa, in una stanza della caserma dei carabinieri di Ortona, che il racconto di Peppino aggiunge alle indagini dettagli decisivi, fino a quel momento sconosciuti. «Io sono salito (nella casa di Lorena e del fratello, ndr) insieme ai medici del 118», ricostruisce di fronte al pubblico ministero e ai militari del nucleo operativo. «Terminate le manovre rianimatorie di mia cognata e constatato il decesso, la dottoressa mi ha chiesto se avessimo visto una corda. Anche l’infermiere che svolgeva funzioni di autista ha aperto un paio di cassetti e ha guardato sotto il divano alla ricerca di una corda».

E arriviamo al punto determinante della testimonianza. «A quel punto», svela Peppino, «mio fratello mi ha fatto cenno con la testa indicando verso la veranda. Io sono uscito in quella direzione, ho guardato prima a sinistra e poi a destra, quindi sono entrato nello stanzino. Qui ho visto la corda che pendeva dal lampadario».

Poi il fratello dell’allora indagato racconta una serie di particolari: «All’estremità inferiore della corda non ho notato alcun cappio, ma presentava segni di grinze, come se fosse stato appena sciolto un nodo. Nello sgabuzzino ho rinvenuto anche una piccola sedia di colore bianco che, rispetto alla perpendicolare del lampadario, era un po’ più spostata in avanti, a destra».

È in quegli istanti che ha avuto inizio l’assurda macchinazione. «Ho rimosso la corda dal lampadario dove era annodata», ammette Peppino, «e l’ho nascosta dietro la mia schiena, ficcandola tra la camicia e i pantaloni. Quindi sono uscito. C’erano anche i sanitari del 118, mio fratello e mio padre. Erano sopraggiunti pure i carabinieri. Non so spiegare perché non ho mostrato loro la corda che avevo con me, né so spiegare perché l’avevo nascosta. Ho chiesto ai carabinieri se potevo allontanarmi, cosa che ho fatto dopo aver dato le mie generalità. Quindi sono andato alla casa funeraria di Ortona, dove ho lasciato la corda, e il giorno dopo l’ho buttata».

Il pm chiede: «Perché sottacere una cosa simile? Non ha pensato neanche per un momento che si potesse ragionare in termini di omicidio?». Peppino risponde così: «Non ho parlato del suicidio perché ero nella confusione più totale. Confusione che ho ancora tutt’oggi e che mi ha impedito di riferire liberamente quanto accaduto».

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