Rifiuti illeciti e soldi riciclati, prime ammissioni da 5 arrestati

1 Luglio 2021

In tre rimangono in silenzio e uno nega le accuse. Ma c’è chi svela al giudice il tariffario della banda: «Ci davano tra 200 e 250 euro a settimana, però non pensavamo di far parte di un’organizzazione»

CHIETI. Tre arrestati rimangono in silenzio, cinque iniziano a fare le prime ammissioni, uno nega tutte le accuse. Si è chiusa così la prima tornata di interrogatori dopo che carabinieri e guardia di finanza, venerdì scorso, hanno sgominato un’associazione a delinquere che – secondo la procura – è stata capace di trafficare rifiuti illeciti e riciclare oltre 11 milioni di euro con un sistema di società “cartiere” e fatture false. Ieri mattina, davanti al giudice Luca De Ninis e al sostituto procuratore Giuseppe Falasca, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Pierluigi D’Alessandro, Giancarlo Potente e il figlio Alessandro, ovvero coloro che – in base all’accusa – avevano un ruolo intermedio tra gli «ultimi anelli della catena», che ritiravano i soldi agli uffici postali per completare l’operazione di «ripulitura» del denaro fatto passare attraverso una galassia di aziende di comodo, e i due presunti «promotori» dell’organizzazione criminale, gli imprenditori dei rifiuti Claudio Di Battista ed Emanuele Violi.
Filippo De Marco ha ammesso di essere stato retribuito con 200 euro a settimana: aveva il compito di ritirare il denaro negli uffici postali ma, a suo dire, era «nella piena convinzione di svolgere questa attività e non quella di riciclaggio». Marco Perpetuini ha sostenuto che pensava di essere realmente in società con le altre persone e non una semplice “testa di legno”. Moreno Di Toro Mammarella ha ammesso di aver ricevuto 250 euro a settimana in cambio del ritiro dei soldi ai bancomat, ma al tempo stesso non era consapevole di essere un tassello di un’organizzazione criminale. Davide Iansante ha riferito al giudice di aver accettato il ruolo di amministratore di una delle società per aiutare i cognati, ovvero i D’Alessandro. Alessandro Capodicasa, a suo dire, era sì consapevole di essere una “testa di legno” ma, al tempo stesso, non immaginava la gravità delle conseguenze. Massimo Grossi, invece, nega ogni addebito e ha fornito «una versione in antitesi con quella della procura».
Gli arrestati sono difesi dagli avvocati Marco Femminella, Emanuele Iezzi, Corradino Marinelli, Maurizio Russi, Giuseppe Pantaleone, Roberto D’Urbano, Isidoro Malandra e Roberto Pedamonti. Nelle prossime ore, il giudice si esprimerà sulle richieste di revoca della misura presentate da alcuni legali.
Oggi, invece, sono in programma gli interrogatori dell’imprenditore Di Battista e dei fratelli Gianni e Francesco D’Alessandro, questi ultimi accusati di aver costituito società e ditte individuali «solo in apparenza autonome», con l’unico obiettivo di riciclare il denaro del traffico illecito che, sempre secondo l’accusa, era portato avanti dalle aziende di Di Battista e di Violi.
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