«Torture nel carcere di Biella»: un agente teatino tra i 23 indagati

24 Marzo 2023

L’assistente capo, ora in servizio nella casa circondariale di Madonna del Freddo, sospeso per 6 mesi Le accuse: «Detenuti spogliati, malmenati con pugni, calci e schiaffi e legati con il nastro adesivo»

CHIETI. C’è anche un teatino di 34 anni tra i 23 agenti della polizia penitenziaria indagati per le torture di Stato avvenute nel carcere di Biella con almeno tre detenuti picchiati con pugni, schiaffi e calci, i piedi messi letteralmente in testa e le ginocchia sulla schiena, tenuti nudi e legati alle caviglie con il nastro adesivo, oltre che con le manette, per decine di minuti. L’assistente capo di Chieti, fino a ieri in servizio nella casa circondariale di Madonna del Freddo, è stato sospeso per sei mesi dal giudice per le indagini preliminari del tribunale piemontese. L’ordinanza è stata eseguita ieri dai carabinieri del nucleo investigativo di Biella nell’ambito di un’inchiesta in cui è stato ipotizzato anche il reato di lesioni personali in concorso. Sono stati applicati tre livelli di sospensione, a seconda del coinvolgimento in uno o in tutti gli episodi: si parte da sei mesi, come nel caso dell’agente teatino, per poi passare a otto e, infine, a un anno.
L’INCHIESTA
Le indagini, coordinate dal procuratore Teresa Angela Camelio, hanno preso avvio da una comunicazione di notizia di reato del 3 agosto 2022, redatta dal vice comandante, nei confronti di un detenuto che veniva denunciato per violenza e minaccia nei suoi confronti, nonché per oltraggio a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. Nella stessa notizia di reato, «si dava atto, minimizzando la circostanza, della “necessità” di impiegare del nastro adesivo per contenere per un tempo minimo, pari a qualche minuto, il detenuto, nonostante fosse già ammanettato, e ciò in esplicito contrasto con il divieto previsto dall’articolo 41 della legge sull’ordinamento penitenziario», rileva la procura. Le successive verifiche hanno permesso di accertare che quello menzionato non era affatto un episodio da ridurre a un mero «illecito contenimento del detenuto», ma che si erano verificati «veri e propri atti di violenza fisica ai suoi danni». Ulteriori approfondimenti hanno consentito di scoprire che almeno altri due detenuti erano stati destinatari della stessa condotta «da parte del vice comandante (ai domiciliari da febbraio, ndc) e degli altri agenti». Soltanto uno degli arrestati aveva deciso di procedere penalmente, mentre «gli altri non avevano manifestato immediatamente tale intenzione, poiché sfiduciati o, peggio, preoccupati di poter subire ripercussioni all’interno dei penitenziari» dove erano stati spostati dopo i fatti.
LE ACCUSE
«L’integrale ipotesi accusatoria, secondo cui esiste all’interno del carcere di Biella un metodo punitivo e un clima di generale sopraffazione creato e coltivato dal vice comandante, con la complicità o la connivenza di altri agenti della polizia penitenziaria, secondo l’ordinanza del gip, trova precisi elementi di sostegno, potendosi, tali metodi, essere definiti crudeli, determinando nei detenuti una serie di sofferenze fisiche e di umiliazioni non necessarie e che eccedono la normalità causale».
LE TELECAMERE
I tre casi, secondo la procura, presentano «forti analogie, come la sussistenza di pregresse denunce, talora concomitanti alle violenze subite, per reati di resistenza, oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale. Sentiti come persone offese dai pm, i tre detenuti hanno rilasciato dichiarazioni di accusa verso gli agenti indagati». Il riscontro è stato trovato «copioso nei filmati estratti dalle telecamere presenti all’interno del carcere di Biella, nonché nei referti medici».
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