Tradimenti e soldi spariti dai conti: una faida nella banda del riciclaggio

29 Giugno 2021

CHIETI. Tradimenti, soldi «rubati» ai complici, ambizioni di scalare le gerarchie da parte di chi non si accontentava più di un ruolo secondario all’interno dell’organizzazione criminale. La banda...

CHIETI. Tradimenti, soldi «rubati» ai complici, ambizioni di scalare le gerarchie da parte di chi non si accontentava più di un ruolo secondario all’interno dell’organizzazione criminale. La banda che riciclava i soldi dell’imponente traffico illecito di rifiuti scoperto tra Abruzzo ed Emilia Romagna ha cominciato a mostrare le prime crepe al suo interno nel 2019. A svelarlo sono le carte dell’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe Falasca e sfociata, venerdì scorso, in 13 arresti e in un maxi sequestro da oltre 11 milioni di euro nell’ambito dell’operazione condotta dai carabinieri del reparto operativo di Chieti, al comando del tenente colonnello Pietro D’Imperio, e del nucleo di polizia economico-finanziaria di Ascoli Piceno, diretto dal tenente colonnello Roberto Bizzoco.
LE CONFESSIONI È il 22 maggio di tre anni fa quando entra in gioco Alessandro Capodicasa, amministratore della Ocm alluminio, cioè una delle società “cartiere” che – secondo l’accusa – sono state create dagli imprenditori Claudio Di Battista ed Emanuele Violi e dai complici, in primis i fratelli Francesco e Gianni D’Alessandro, con l’unico scopo di mascherare gli affari illegali e ripulire il denaro. I militari bussano alla porta di Capodicasa per iniziare una verifica fiscale perché l’azienda risulta «evasore totale», non essendo stati presentati i bilanci e neppure le dichiarazioni fiscali dal 2016. Non solo: anche la sede è fittizia, considerando che si trova in un immobile dichiarato inagibile dopo il terremoto di tre anni fa. «In questo contesto», riassume il giudice per le indagini preliminari Luca De Ninis, «Capodicasa dichiara candidamente di non conoscere dove si trovi la documentazione societaria e di essere un mero prestanome dei fratelli Francesco e Gianni D’Alessandro, i quali gli avevano chiesto di figurare come amministratore della Ocm alluminio in cambio di uno stipendio mensile di circa 1.000-1.200 euro». Capodicasa continua «ad operare e mantenere rapporti con i due fratelli D’Alessandro fino al 26 giugno». Quel giorno, infatti, decide di azzerare i conti correnti della società, «violando il patto fiduciario con i correi e trattenendo per sé l’importo residuo presente sul conto».
IL “TRADIMENTO” I carabinieri del nucleo investigativo, guidati dal tenente colonnello Enzo Marinelli, intercettano Capodicasa quando invia un messaggio a Gianni D’Alessandro: «Sto in caserma, un macello, dopo ti chiamo». Secondo il giudice, si tratta di «una “pantomima” elaborata nel tentativo di attribuire la responsabilità della scelta di azzerare i conti correnti alle decisioni della guardia di finanza e sottrarsi in tal modo alle reazioni dei D’Alessandro. I due fratelli tuttavia non cadono in errore, forti dell’appoggio (certamente illecito) di un funzionario di banca».
«LI HO FREGATI» Anche altre intercettazioni sono ritenute significative. Capodicasa dapprima si vanta con una terza persona estranea all’indagine «di aver azzerato il conto e aver così “fregato i fratelli Banderas” (ovvero i D’Alessandro, ndr). Quindi evita di rispondere alle reiterate chiamate di Gianni, che prova a contattarlo per chiedere spiegazioni. Infine parla della questione con i due D’Alessandro, presumibilmente con canali internet non tracciati. La sua giustificazione è infatti oggetto delle successive conversazioni monitorate tra Francesco e Gianni, i quali comprendono bene che Capodicasa stia loro mentendo anche perché confidano che, se ci fosse stata davvero una richiesta dell’Autorità di chiudere il conto, “quello (presumibilmente il loro referente interno alla filiale bancaria) li avrebbe avvisati”, mentre così non è stato». In altri colloqui registrati, invece, «i D’Alessandro commentano le difficoltà di gestire, nel tempo, i rapporti con i sodali, evidentemente esposti a condotte “infedeli” alla luce delle ingentissime risorse economiche che passano attraverso i loro poteri di movimentazione dei conti».
L’ULTIMO ARRESTO L’ultimo a finire in manette, nel tardo pomeriggio di sabato, è stato Francesco D’Alessandro: è rientrato dalla Romania, dove si trovava il giorno in cui è scattato il blitz, e si è costituito nella caserma di via Arniense. Da domani inizieranno gli interrogatori di garanzia in tribunale. Gli indagati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Marco Femminella, Fabrizio Acronzio, Corradino Marinelli, Andrea Cocco e Valter Marino. (g.let.)
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