Trasferiti i 46 profughi ucraini «Fateci restare, qui stiamo bene»

Pianti e commozione davanti all’Hotel Excelsior per la partenza dei primi 9 rifugiati della guerra C’è anche Helena, la donna con due figli che ha partorito da pochi giorni e che ha il marito a Leopoli
LANCIANO. Helena ha un fagottino rosa in mano e gli occhi tristi. Da quando è arrivata da Leopoli in Italia con due figli per mano e una nella pancia, questa è la sua seconda partenza verso l'ignoto. È difficile trattenere le lacrime davanti al suo smarrimento. Sorride a tutti, ma dentro muore di paura, e si possono percepire le domande che le passano in testa. Staremo bene? Ci sarà la scuola per i bambini? Chi mi aiuterà? Davanti l'Hotel Excelsior ieri all'ora di pranzo sono assiepati in tanti sul marciapiede: ospiti ucraini, operatori della Protezione civile, poliziotti, giornalisti. Si parte. Il governo lo ha deciso nel dispositivo del dipartimento della Protezione civile 927 del 3 ottobre. Dal 20 novembre cessa l'accoglienza dei profughi in strutture alberghiere e gli ucraini vanno in abitazioni e strutture di accoglienza diffuse messe a disposizione dagli enti del terzo settore.
LE DESTINAZIONINel caso dei profughi ucraini lancianesi, i 46 che abitano da aprile nello storico hotel di Lanciano, sono destinati nelle zone di Salerno e Caserta. Paesini di provincia di cui Helena non riesce a ricordare nemmeno il nome. Quello che sa è che avrà una casa privata, che spera sia pulita ed accogliente, ma non sa quanto tempo ci vuole per il viaggio, se la basteranno le merendine e l'acqua per i bambini più grandi, se ci saranno delle scuole che, come a Lanciano, saranno pronte ad accoglierli. «Ti serve qualcosa?» Le chiede qualcuno. «Sì, i pannolini», risponde in un soffio. Suo marito è a Leopoli, non può espatriare nemmeno per conoscere sua figlia. Sarà sola, a 27 anni e con tre bambini, a guardare altre albe e altri tramonti da altre finestre di un'altra provincia d'Italia. Si adatterà, dovrà farlo per forza.
LA PARTENZAAnche Mario, proprietario dell'hotel, ha le lacrime agli occhi. Alza un po' la voce con i poliziotti, con gli operatori, cammina nervoso da un marciapiede all’altro. «Voglio sapere per quanti devo fare da mangiare, è ora di pranzo e voglio dare loro da bere». Gli rispondono che da quando partiranno gli ucraini tutto quello che fa lo paga di tasca sua. «Non mi importa niente dei soldi», sbotta lui, «ci sono dei bambini, devo dargli da mangiare». In sei mesi Mario, sua moglie Milena e il figlio Lorenzo hanno aperto le braccia a una famiglia allargata. Non può chiamarsi in altro modo questo strano e fortissimo percorso che hanno preso i sentimenti da quando sono arrivate donne, mamme e bambini in fuga dalla guerra. E Mario e Milena sono diventati un po' nonni e Lorenzo un po' zio. Lo dice il fiocco rosa che campeggia all'ingresso, grande e fiero ad annunciare la nascita di Dominika, la prima bambina profuga ucraina nata a Lanciano il 26 ottobre. Lo dicono i loro occhi, gli abbracci che non riescono a dare. Ieri dei 13 ucraini in partenza, ne sono stati imbarcati sui mini bus della Protezione civile 9. Di quelli che mancano alcuni non rispondono all'appello, una invece è una paziente oncologica, chiede di avere almeno una destinazione vicino un ospedale.
LA PROTEZIONE CIVILE«Li ho portati io qui e io sono dovuta venire a dire loro che devono andarsene», dice Morena Serafini, responsabile della Protezione civile di Chieti. Sono disposizioni e lei, da garante delle istituzioni, le deve rispettare. «Se fanno resistenza», spiega, «perdono l'assistenza alberghiera, dovrebbero pagare di tasca loro». E come si fa? Solo alcuni hanno contratti in regola e potranno quindi restare, altri lavorano in nero, non possono dimostrare nulla. «Fanno parte di una rete di protezione», dice Morena anche a se stessa, «saranno costantemente monitorati, ho i numeri di tutti e continueremo a seguirli». Ma è un giorno triste, lo è per tutti, anche per lei.
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