«A Castelbasso porto l’ironia della mia famiglia»

21 Agosto 2020

L’attore torna in Abruzzo con “Mumble mumble.  Ovvero confessioni di un orfano d’arte”

Due volte figlio d’arte, due volte orfano d’arte: Emanuele Salce e la sua ironia agrodolce a Castelbasso Borgo di Cultura, ospite oggi del cartellone allestito dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, presieduta da Osvaldo Menegaz. Salce junior è ospite nella sezione letteratura del Fla, Festival di libri e altrecose di Pescara diretto da Vincenzo D’Aquino. Appuntamento alle 21.30 (ingresso gratuito) con “Mumble mumble... Ovvero confessioni di un orfano d’arte”, atto unico di e con Emanuele Salce, co-autore Andrea Pergolari; contrappunto in scena lo spettatore-regista Paolo Giommarelli, complice e provocatore della confessione in questa tragicomica piéce autobiografica in cui il protagonista racconta le sue vicende di figlio e orfano di due padri.
Uno naturale l’altro acquisito, entrambi ingombranti: il regista e attore Luciano Salce e il mattatore Vittorio Gassman, giganti dello spettacolo, entrambi classe 1922. Legame tra i due la mamma di Emanuele, l’attrice Diletta D’Andrea, compagna di Luciano e poi moglie di Vittorio. Oltre 400 repliche in 10 anni per “Mumble mumble”. «Era stato concepito per una serata privata, poi cancellata, e da allora non abbiamo più smesso. È un divertimento che ogni tanto io e Paolo riprendiamo. Forse piace perché è uno spettacolo onesto, gli spettatori ne apprezzano la sincerità. Sono fatti di vita, cucinati con ironia, intelligenza e passione. Pur parlando di cose mie, il pubblico scopre che lo spettacolo tratta in fondo cose universali. Ognuno di noi ha attraversato lutti, imbarazzi, difficoltà».
Si sente più figlio o orfano d’arte?
Tutt’e due. Sono stato prima l’uno poi l’altro, anche se quei due non erano propriamente dei padri. Sono stato orfano più che altro di un’arte. È stata una casualità trovarsi figlio dell’uno e figliastro dell’altro, nessuno dei due con la vocazione del genitore.
Dall’età di due anni ha vissuto a casa di Vittorio Gassman. Ha dovuto imparare a conoscere suo padre Luciano Salce?
La mia vita è stata abbastanza girovaga, come per tutti i figli di genitori separati. Ho vissuto anche con mio padre, verso i 13 anni. Però non c’è stata la quotidianità con lui e l’ho perso presto. Forse anche per questo più in là ho voluto chiudere quel cerchio, addentrandomi nei suoi lavori, in tutto quello che ha scritto, come artista e come uomo, quindi anche diari, lettere, appunti. Nel 2009, ventennale della morte, mi ero accorto che in Italia, Paese dalla memoria breve, Luciano Salce era stato dimenticato. Allora mi sono preso le mie responsabilità di figlio e cittadino insieme ad Andrea Pergolari per ricordare questo personaggio poliedrico che non ha fatto solo il regista, ma è stato autore e attore, conduttore televisivo e radiofonico e sempre con professionalità e originalità, ed è stato una figura importante della cultura italiana.
Così nel 2009, sempre con Pergolari, lo ha raccontato nel libro “Una vita spettacolare” e nel documentario “L'uomo dalla bocca storta”.
Ho voluto raccontarlo a 360°. L’anno scorso, per il trentennale della morte, abbiamo deciso di andare più in profondità nella sua vita e arte con la mostra fotografica “L’ironia è una cosa seria”, che ha per sfondo la storia dell’Italia del secondo '900. Ci sono i suoi film, i suoi attori, come Paolo Villaggio, la radio, la televisione con personaggi come Lelio Luttazzi e Bice Valori, i compagni con cui aveva fatto l’Accademia d’arte drammatica, Gassman, Squarzina, Manfredi, Caprioli. Purtroppo è stata interrotta dal coronavirus. Ma verrà ripresa, ci abbiamo lavorato tanto e con passione sincera.
A quale film di suo padre è più legato?
A quelli a cui era più legato lui. Film, poi riscoperti, che non ebbero il successo che meritavano e che lui si aspettava, “Basta guardarla”, “Colpo di Stato”, “Le ore dell’amore”…
Ha mosso i primi passi nello spettacolo avvicinandosi alla regia. Quando ha deciso di fare l’attore?
Fondamentalmente sono scappato da un mondo che vedevo confuso e patologico, infastidito dal confronto con questi due mostri e dal fatto che ci si aspettava facessi quel mestiere. Sono stato un bastian contrario. Poi ho fatto un concorso al Centro sperimentale di cinematografia per dimostrare a me stesso che se avessi voluto avrei potuto. Ma non ho mai dato seguito al mio diploma. Solo alla soglia dei 40 anni mi sono buttato a fare il mestiere dell’attore seriamente, anche per un’esigenza interiore.
Nel film di Virzì “Notti magiche” interpreta un malinconico factotum che guida tre giovani aspiranti sceneggiatori nell’ambiente romano del cinema. Si è ispirato a qualcuno nel costruire il personaggio?
All’inizio era una caricatura effettivamente ispirata a un paio di figure reali. Nei provini veniva fuori, però, troppo una macchietta e allora Paolo ha avuto l’idea di farlo interpretare da qualcuno che non avesse nemmeno la fisiognomica del presenzialista scroccone. Io poi ci ho messo del mio ed è uscito così quel personaggio malinconico, vero, con una sua autenticità.
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