A pranzo con Orson «Cari colleghi vi odio (quasi) tutti»

6 Giugno 2015

In un libro Welles a ruota libera su Hollywood «Chaplin? Per molti aspetti un cretino...»

di Giuliano Di Tanna

Chaplin? «Per molti aspetti, profondamente cretino». Humphrey Bogart? «Un vigliacco, e non sapeva picchiare. Un altoborghese che cercava di fare il duro». Marlon Brando? «Un salsiccione».

Orson Welles era il peggiore nemico di se stesso. Non riusciva a resistere alla tentazione di una battuta, anche se questa gli sarebbe costato l’odio perenne dell’ambiente in cui aveva deciso di vivere e lavorare. Se quell’ambiente, poi, era Hollywood, dove ognuno vale quanto l’incasso del suo ultimo film, è facile capire perché il regista di “Quarto potere”, di cui quest’anno ricorre il trentennale della morte, non riuscisse più a terminare un film che fosse uno negli ultimi anni della sua vita.

Quelle battute sono solo un piccolo florilegio di quelle contenute in un libro di recente pubblicazione, “A pranzo con Orson” (Adelphi, 340 pagine, 26 euro), che raccoglie le conversazioni di Welles con un amico, Henry Jaglom, regista a sua volta, al tavolo di un ristorante di Hollywood, il Ma Maison.

A partire dal 1978, i due si incontrarono nel locale almeno una volta a settimana. Ma è nell’83, che Jaglom, che all’epoca ha 37 anni (26 meno di Welles), chiede all’amico il permesso di registrare le chiacchierate. Il regista accetta ma a una condizione: che il registratore resti nascosto in una borsa, lontano dai suoi occhi. Così le chiacchierate avvengono fra rumori di piatti e bicchieri, intrusioni di camerieri poco inclini al rispetto della privacy e omaggi resi da altri vip di Hollywood che, una volta usciti dal ristorante, finiscono anche loro nel tritacarne di Welles. Il regista mangia (poco) tenendo in braccio il barboncino Kiki, che, a un certo punto, molla un peto. «Non siamo stati noi. È stato il cane. Ci tengo che lei lo sappia», si scusa Jaglom con il cameriere, mentre Welles, imperturbabile, lo avverte: «Non ci porti i dessert per almeno due minuti».

L’ex ragazzo terribile del teatro e del cinema (aveva solo 25 anni quando diresse “Quarto potere” uno dei film più importanti della storia del cinema) è al suo meglio (o al suo peggio) nell’odio per il mondo perché, da circa 30 anni, non riesce più a girare un film in patria (dai tempi dell’Infernale Quinlan, nel 1954) e si dispera, inutilmente, alla ricerca di finanziatori che vogliano buttare del denaro nei suoi improbabili progetti. Il filo che tiene insieme queste conversazioni da tavola è proprio il tentativo, affidato a Jaglom, di trovare produttori capaci di soddisfare la fame di celluloide di Welles. Ma è un gioco delle parti: Welles fa finta di non capire che le promesse di Jaglom sono solo speranze, buone perlopiù a tenere vivo il rapporto fra i due, una relazione fatta soprattutto di idiosincrasie condivise.

Welles non sopporta i falsi, anche se al tema ha dedicato il suo ultimo film: “F per falso”, una pellicola-saggio del 1975 in cui si diverte a mostrare i trucchi dei più grandi falsari della storia con lo scopo, non tanto recondito, di interrogarsi e (interrogare il pubblico) sula natura ambigua della verità.

Attori e registi sono le sue prede preferite. Van Johnson? «Fa pietà. Di solito gli uomini diventano più belli, invecchiando. Lui è quel tipo di checca che non migliora». Elia Kazan: «Ha la faccia che si merita. Una faccia che si va trasformando in un rostro. Sì, un rostro, è proprio un rostro». Hitchcock? «Pigro e megalomane. Si addormentava mentre uno gli parlava». John Landis: «Pezzo di merda fatto e finito». Liz Taylor? «Ormai è senza collo, le orecchie le toccano le spalle».

Quando non insulta, Welles ci permette di osservare la Hollywood Babilonia attraverso il buco della serratura. Così scopriamo che Michael Curtiz, sul set di “Casablanca”, manovra così le comparse: «Ora tutti i bianchi di qua, tutti i negri di là». E qualcuno gli sussura: «Mr. Curtiz... Si dice di colore». E lui: «Benissimo: tutti i negri di colore di là».

Laurence Olivier, il grande attore inglese, lo becca, una sera in camerino. «Era imbarazzato perché l’avevo sorpreso in un momento così intimo. Mi disse che era così innamorato della sua immagine che gli veniva una gran voglia di succhiarsi l’uccello. Quello era il suo grande rimpianto, disse: non poterselo succhiare».

Da vecchio liberal, amico di Roosevelt, non ama la politica estera americana degli anni di Reagan: «Gli Stati Uniti non hanno mai perso un’opportunità, non solo durante l’amministrazione Reagan ma in tutta la mia vita, per impedirsi di essere qualcosa di diverso dai nemici giurati degli arabi e, ovviamente, dei latinoamericani. Non riusciremo mai a ripulire questa immagine, a nessun prezzo».

Ma da liberale vero non sopporta nemmeno la nascente ideologia del politicamente corretto, spingendosi fino al limite del razzismo. Parlando della nuova leva di attori della Hollywood anni Settanta, dice che mai prenderebbe a recitare in un suo film un Hoffman, un Pacino o un De Niro: «Niente nani etnici. Non voglio gente scura con la faccia strana». Jaglom inorridisce e gli dà del razzista. Ma lui insiste: «Sai, io non credo all’uguaglianza tra i popoli. Sono profondamente convinto che sia una menzogna bella e buona».

I registi della Nuova Hollywood, che quel tipo di attore ha reso iconico, non gli vanno giù per altre ragioni: «Quelli che oggi vogliono fare i registi senza mai aver avuto un’esperienza di vita. Senza aver mai conosciuto da vicino nessuna cultura che non sia quella cinematografica». Woody Allen, per esempio, lo detesta: «Non sopporto nemmeno di parlarci. Ha la sindrome di Chaplin. Quella combinazione unica di arroganza e insicurezza che mi dà l’orticaria».

Con il capofila della Nouvelle vague dei registi degli anni Settanta, Francis Ford Coppola, e con la sua saga del Padrino, è spietato. Secondo lui, la mafia che il regista italo-americano racconta nei suoi film è pura illusione hollywoodiana: «È l’esaltazione di una banda di straccioni che non è mai esistita». Quelli di Cosa Nostra, aggiunge, sono «bifolchi, gente che al massimo potrebbe guidare un camion. Il gangster di classe fu un’invenzione di Hollywood. Il codice d’onore e altre boiate. Tutta roba inventata di sana pianta».

Ma Welles sa anche essere tenero come l’uomo-bambino, Charles Foster Kane, di “Quarto potere”. A minare il suo cinismo è il ricordo della sua storia d’amore con Rita Hayworth, la seconda delle sue tre mogli. Un giorno, mentre Orson è a Roma, lei gli telefona da Antibes per tentare di rimettere insieme i cocci della loro storia d’amore. Welles parte: «Siccome non trovai posto sull’aereo di linea viaggiai su un cargo, in piedi, in mezzo ai pacchi. Arrivai all’hotel. Andai su nell’unica grande suite. Lei venne ad aprire la porta in négligé, con i capelli sciolti, fantastica. C’erano fiori dappertutto. Le finestre davano sulla terrazza davanti al Mediterraneo. Mi guardò con gli occhi pieni di lacrime e disse: “Avevi ragione tu; siamo fatti l’uno per l’altra; ho sbagliato”. Ma ormai ero pazzo di un cessetto di italiana che mi tirava scemo, e dovevo tornare da lei a tutti i costi. Mi toccò spiegarlo a Rita. Lei si mise a piangere e con un filo di voce mi disse: “Va bene. Allora rimani con me solo stanotte; tienimi stretta mentre dormo”. Così la tenni stretta. E nient’altro. Mi si addormentava il braccio. Controllavo l’orologio con l’angolo dell’occhio per vedere se sarei riuscito a tornare a Roma con il volo del mattino».

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