A “Storie” l’altra faccia di Remo Gaspari: mio papà, uomo duro e coraggioso

Il figlio Achille Lucio racconta la sfera privata del pluriministro Dc «Difficile stargli accanto: mi voleva magistrato, ho scelto la medicina
«Mio padre era una persona dura, non è stato facile essere suo figlio. Da giovane era aggressivo e non voleva essere contraddetto: pensava di sapere tutto di ogni argomento. Poi con l’avanzare dell’età si è fatto più dolce, soprattutto dopo la nascita dei nipoti». Lontano dai riflettori della politica, nel privato della casa, Remo Gaspari era così: «Sua madre, che l’ha allevato con il marito emigrato in America, diceva che i figli si baciano soltanto di notte quando dormono. Questa durezza lui l’ha trasferita su di me. In politica, invece, era estremamente democratico e ascoltava tutti». A raccontare l’intimità del politico abruzzese più influente è il figlio, Achille Lucio, uno che ha scelto di non ereditare la dote di voti del padre ma di fare il chirurgo. Al centro di un’altra puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete 8 in collaborazione con il Centro con la regia di Antonio D’Ottavio, c’è il lato personale di Gaspari, dieci volte deputato, 16 volte ministro, impossibile tenere il conto di tutte le volte in cui ha fatto il sottosegretario, numero due della Democrazia cristiana in Italia quando al vertice c’era Aldo Moro, proprio nei giorni del rapimento.
IL RICORDO DEL FIGLIO Achille Lucio non è soltanto “il figlio di” Gaspari: oltre agli incarichi accademici all’università d’Annunzio, ha lavorato al policlinico Umberto I di Roma, ha guidato il reparto di Chirurgia generale al policlinico di Tor Vergata ed è stato docente di Clinica chirurgica all’università di Tor Vergata. «Quando ero piccolo, a Roma, dicevo ai miei amichetti che mio padre era un fornaio ma non dicevo mai dove fosse la sua bottega», racconta, «è andata avanti così fino alle scuole medie». Remo Gaspari, da Gissi, avrebbe voluto per il figlio un futuro da avvocato o da magistrato ma non c’è stato verso: «Io mi sono iscritto a Giurisprudenza ma, dopo qualche mese, ho sentito la vocazione per la medicina. Mia madre Myriam era d’accordo fin da subito, invece a mio padre l’ho detto a cose fatte e lui ha affermato soltanto questo: “Va bene, ma adesso dimostra che la tua scelta è giusta”». Di fronte ai primi incarichi per Achille Lucio, sono arrivate anche le malelingue: «Qualcuno ha detto che l’ospedale di Gissi era stato costruito perché io potessi fare il primario ma, in quegli anni, ero già professore ordinario all’università di Roma e, in fin dei conti, mai la Democrazia cristiana ha guidato la mia mano negli interventi chirurgici. Il mio cognome è stato più uno svantaggio che un vantaggio: un mio professore della Sapienza mi chiamava “l’ostaggio”».
LA VERITà IN UN LIBRO Il ricordo del padre scomparso all’età di 90 anni, il 19 luglio del 2011, Achille Lucio l’ha affidato a un libro: “Remo Gaspari visto da vicino”. La prefazione è firmata da un altro grande abruzzese, Gianni Letta, che di Gaspari dice: «Un autentico leader di popolo, nulla di artificiale, zero marketing, onestà cristallina, sapienza pratica, cultura giuridica, ma ancorata ad un pensiero autenticamente cristiano». Osannato durante la sua attività politica lunga 41 anni, contestato alla fine della prima repubblica e adesso rivalutato in paragone alla classe politica di oggi: «La grandezza di Remo Gaspari», dice il figlio, «era il coraggio delle proprie opinioni, il rispetto delle idee altrui e poi l’onestà, forse soltanto Robespierre è stato più onesto di lui. E poi è stato semplice: erano gli altri a dargli del tu e lo chiamavano tutti “zio Remo” perché gli zii ti vogliono bene come i padri ma sono meno severi».
IL SOLE E LA BORSA In una delle ultime interviste rilasciate al Centro prima di morire, Gaspari aveva raccontato così la sua concezione della politica: «Ho fatto il sindaco per 27 anni, mai preso una lira. Allora un incarico pubblico era considerato un onore, e quando c’era, l’indennità era più un sorriso che un sole costante che illuminava la borsa». Achille Lucio, invece, la politica non l’ha mai cercata: «Mio padre mi ha proibito due cose: la motocicletta e la politica». Ma una volta l’idea di candidarsi l’ha sfiorato: «Nel 2012», racconta, «Pier Ferdinando Casini mi ha chiesto di candidarmi in Abruzzo poi, però, quando leggevo sui giornali altri nomi l’ho chiamato e mi ha risposto: “Ti voglio tanto bene”. Ma quando un politico dice così significa che sta per fregarti».