A tu per tu con il cervo sull’altopiano del Tartaro

Si parte da Barrea per un percorso ad anello fino al Rio Arno
Ogni escursione sulle nostre montagne ci lascia un sapore unico, intenso, caratteristico. E sono immagini, suoni, odori, fatica, panorami, incontri, colori, rocce, cielo, alberi, altopiani, pascoli e grotte. Quella di oggi è l’insieme di tutte le sensazioni immaginabili e anche quelle che non riusciamo a concepire. Ci troviamo al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, a Barrea, appena al di fuori del paese in direzione Alfedena all’inizio del sentiero K6, una carrareccia che lasciamo ben presto per salire sul sentiero K4, direzione Lago Vivo.
Fino al Lago salimmo tempo fa d’inverno senza renderci conto che la neve copriva il sentiero che è, più o meno, il greto di un torrente. Si sale su rocce ammantate di muschio verdissimo risalendo la faggeta della Valle dell’Inferno che regala l’ossigeno per non sentirsi mai affaticati. Superato il Valico del Buon Passo arriviamo alla radura dove sorge il Lago Vivo, in questo periodo quasi secco. La sua conca è stupenda dominata come è dalle cime della riserva integrale tra cui il Monte Petroso che con i suoi 2.249 m è la vetta più alta del Parco.
Si costeggia il Lago a sinistra e si risale nel bosco fino ad incrociare il bivio che indica la Sella del Tartaro (sentiero K5 fino a Selva Bella e poi K3). Qui il bosco ci regala esemplari secolari di faggio che raccontano la storia di questo territorio a chi la sa ascoltare: l’abbraccio a quegli antichi custodi d’Abruzzo vale tutta la giornata. Dopo poco si arriva ad un’altra radura che fa da porta d’ingresso ad uno degli altopiani più belli che io abbia mai visto: la Valle Lunga, distesa ai piedi dell’anfiteatro dei Monti Tartaro e Altare con dossi, rocce affioranti spettacolari, brecciai, fiori e animali selvatici.
Qui ho trovato l’essenza del Parco, quello selvaggio, protetto, prezioso che va rispettato e ringraziato per i doni che è in grado di offrirci. E mentre proseguiamo increduli su questo lungo altopiano, branchi di cervi ci corrono vicino, un paio di piccoli fringuelli alpini ci accompagnano festosi con i loro canto, mentre camminiamo su una singolare pavimentazione che ho pensato fosse di abitanti giganteschi qualche milione di anni fa.
Il silenzio, l’odore di selvatico, i breccia i ricordi di antichi ghiacciai, la vegetazione rigogliosa che spunta da qualsiasi interstizio tra i massi e i sassi, ci accompagna all’ultima salita erbosa, fino a quota 2.117 m. Siamo tra il Monte Tartaro e l’Altare, Lazio e Abruzzo, cielo e rocce, tra due mari, tra due mondi: quello che viviamo ogni giorno e quello che è conservato qui, per ricordarci da dove veniamo. È ora di scendere e ripercorrere tutto l’altopiano fino al bivio dell’andata dove prendiamo a destra per il lunghissimo sentiero K3. La discesa è morbida e boscosa e vi si trovato tracce di torrenti secchi, assieme al profumo del ricchissimo sottobosco.
Dopo circa un’ora dal bivio si sente il fragore del Rio Arno, dove torneremo, lo guadiamo e dopo un’altra ora saremo a Barrea. L’anello percorso è lungo 8 ore e 21 km pieni di straordinarie esperienze emozionali.
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